La mappa del mondo di Heinrich Bünting (1581)

Il senso storico delle parole tradizione e identità. Saper interpretare il presente per essere pronti al futuro

Opinioni

di Claudio Vercelli

[Storia e controstorie]

Sull’uso delle parole ci vuole sempre una cautela supplementare. Tanto più in un’epoca come la nostra, dove i molti parlano poiché spesso hanno ben poco di significativo da dire. Non si tratta di un’affermazione ispirata a presunzione intellettuale. Ancor meno ad una sorta di aristocraticismo dello spirito. Nella confusione che stiamo vivendo è invece necessario rimettere le cose, e gli stessi motti di spirito, al loro giusto posto. D’altro canto, se Carlo Levi ci ammoniva sul fatto che «le parole sono pietre», già Stéphane Mallarmé affermava che «enunciare significa produrre».

Non c’è bisogno di scomodare i Sacri Testi per riscontrare come nel Verbo e nel Nome ci sia lo spirito della Creazione. Rimaniamo quindi con i piedi per terra e andiamo al dunque. Se, ad esempio, parliamo di «identità» o di «tradizione», è probabile che i più assentano da subito, pensando di sapere immediatamente cosa tali espressioni indichino. Tuttavia, qualora siano chiamati a dare un qualche significato, si troveranno ben presto in difficoltà. Soprattutto, confrontando le diverse accezioni che ne potrebbero derivare, si riscontrerà agevolmente che esse sono spesso in contraddizione tra di loro. Molti identificano il senso dell’una e dell’altra espressione con l’idea di costanza, di continuità e di permanenza, nel tempo così come in luoghi differenti. C’è un qualche fondamento in tale approccio. Ma non è sufficiente. Poiché l’uomo, in quanto creatura, è per sua stessa disposizione d’animo un soggetto che esiste se riesce a manipolare, ovvero a modificare attivamente, non solo la materialità delle cose ma anche i simboli. In altre parole, ha una coscienza proprio perché costruisce da sé il suo orizzonte di significati.

Per il credente e il religioso ciò è un chiaro segno della presenza di un Ente Superiore e del suo Disegno, che si dispiegano nel passaggio terreno dell’uomo. Per un laico e secolarizzato, è il prodotto del rapporto che intercorre tra sé, quell’aggregazione di individui che chiamiamo alternativamente con il nome di «comunità» o di «società» e i suoi intimi convincimenti.

Nell’uno come nell’altro caso c’è lo spazio per ciò che conosciamo come libero arbitrio, ossia non la licenza e neanche la «libertà» come assoluto bensì la responsabilità consapevole che ci è consegnata come cittadini di questo tempo. Si è tali se si ci sente debitori del rapporto con ciò e quanti ci circondano. Detto questo, rimane il fatto che certe parole abbiano comunque un’immediata ricaduta sulla vita quotidiana degli individui. Soprattutto quelle espressioni di uso comune alle quali facevamo riferimento. L’«identità», per intenderci, non è una proprietà. Non lo è collettivamente. Ancor meno lo è sul piano individuale. È invece il prodotto del trascorrere del tempo, e degli ordinamenti umani, che definiamo sotto il nome univoco di «storia». Come tale, è il risultato di tante trasformazioni, nel corso delle quali gli individui si confrontano con il mutare dell’ambiente in cui si trovano a vivere e ad interagire. Ciò che chiamiamo con il nome di identità, quindi, è il risultato della storia, ossia del racconto del mutamento così come della complessità crescente delle società umane. È pertanto cambiamento, non cristallizzazione in una sorta di recinto immodificabile. Se fosse stato altrimenti, l’uomo si sarebbe consegnato non solo a una età primordiale del tutto immodificabile ma, in tutta probabilità, sarebbe scomparso già da tempo.

L’avere coscienza di ciò è quanto rende l’uomo medesimo un essere consapevole di se medesimo e – quindi – della sua responsabilità civile, morale, sociale. Anche l’espressione «tradizione» non può non raccogliere il senso della sua immediata storicità. Tale è ciò che, nella ricerca delle origini, sa interrogarsi anche sui cambiamenti che una cultura condivisa conosce per effetto delle trasformazioni, che siano individuali piuttosto che collettive.

La tradizione riposa non solo in un nucleo originario ma nella sua infinita ricerca, nello sforzo di interpretarne i contenuti, nell’impegno (spesso sfibrante) di coglierne la persistenza nell’età contemporanea. Ogni individuo cosciente e responsabile si interroga sul fondamento della sua esistenza. Non è un lambiccarsi cervelloticamente su astrazioni fini a sé ma un onorevole impegno per dare un senso alla propria vita, credente o meno che ognuno di noi sia.

E allora, se le parole d’uso comune, così come creano possono anche distruggere – soprattutto qualora siano usate come un pregiudizio che etichetta per disintegrare – ciò che deve interrogarci non è il passato e neanche propriamente il presente ma quella paura per il futuro a venire che sta diventando il vero orizzonte di molti dei nostri contemporanei. Mai come oggi, infatti, avvertiamo la pressione dei cambiamenti in corso senza riuscire a dare un nome (e quindi una riconoscibilità) ad essi. C’è chi si rinserra nelle trincee del già visto, del già detto, del già sentito. Si tratta di una seducente illusione, destinata ad essere pagata a caro prezzo. Se si vuole evitare i costi dell’auto-isolamento, allora occorre ancora una volta sapere fare propria quella capacità di visione dell’insieme che è sempre stata la risorsa delle Diaspore. Senza di essa, invece, si rischia si essere condannati alla pena dell’anacronismo. Non moriremo del cambiamento in corso se sapremo leggerlo con le parole che ci appartengono, evitando la tentazione di sentirci come una specie di tribù assediata.

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