I pregiudizi contro Israele sono radicati nella visione distorta degli ebrei. Definire l’antisionismo significa smascherare l’antisemitismo

Opinioni

di Claudio Vercelli

Il fondamento dell’antisionismo si basa sull’affermazione che il movimento nazionale ebraico, e ciò che da esso è derivato, lo Stato d’Israele, costituiscano qualcosa a cui contrapporsi poiché storicamente illegittimi.

Che cosa implica, nei fatti? Dell’antisionismo si possono isolare alcuni temi di fondo. Il primo rimanda al convincimento che gli ebrei non siano un popolo, ancorché disperso, e che quindi non abbiano diritto ad avanzare rivendicazioni di ricomposizione nazionale. Si situa in questo filone parte di quel giudaismo assimilazionista che, soprattutto nell’Ottocento, aveva fatto proprie le istanze del liberalismo, soprattutto laddove quest’ultimo predicava la centralità dell’individuo e la necessità di superare le appartenenze di gruppo, “particolariste”, a favore di una cittadinanza basata su un legame fondato su valori repubblicani e costituzionali. Il secondo tema rinvia all’idea che i problemi degli ebrei non siano affrontabili e risolvibili con il ricorso all’indipendenza nazionale.

Il terzo tema, più strettamente religioso, può essere formulato come l’avversione nei confronti dell’autoredenzione. Il tempo attuale è e rimane quello della dispersione. Il sionismo sarebbe solo la nuova forma di un vecchio problema, il falso messianesimo, che da Gesù ad oggi, passando per Shabbatai Zevi, produce illusioni e lesioni nel corpo stesso dell’ebraismo. Rientra in questo novero la manifestazione odierna più appariscente dell’antisionismo in campo ebraico, quella espressa dal movimento Neturei Karta, i cosiddetti «guardiani della città», presenti a Gerusalemme, negli Stati Uniti, in Belgio, in Gran Bretagna e in Austria. La forte mediatizzazione di cui questo gruppo ha goduto, per l’apparente singolarità e l’eccentricità delle sue posizioni, ne ha amplificato l’impatto sul piano dell’immaginario collettivo.

Il quarto movente è quello che indica in Israele una realizzazione storica che crea più problemi di quanti ne possa (e ne voglia) risolvere. Un atteggiamento, questo, che si ricollega ad una visione per così dire falsamente “pragmatica”, dove la questione, altrimenti basilare nella storia dell’Ottocento e del Novecento, delle identità politiche e sociali di gruppo, viene ricondotta ad una sorta di prontuario di risposte usa e getta. Dal riscontro della conflittualità con le comunità arabe si passa, infatti, ad affermare che la via nazionale era già in origine di per sé illusoria e carica di implicazioni di cui l’ebraismo non avrebbe dovuto farsi in realtà carico. Un quinto elemento, assecondando un crescendo che una volta innescatosi fatica a fermarsi, è quello per cui il sionismo costituirebbe una forma particolarmente virulenta di razzismo. In questo caso, quasi sempre subentra l’equazione tra sionismo e nazismo, come se fossero l’uno sinonimo dell’altro. L’accusa, mossa a partire da tale premessa, è che il sionismo sia l’ideologia del suprematismo ebraico, ovvero la concezione della superiorità assoluta, sul piano razziale, degli ebrei, da essi stessi sapientemente coltivata ai danni del mondo intero. In questo genere di accezione si fa perno sull’interpretazione di Israele come Stato esclusivamente etnico.

È interessante notare come in questo caso a rivolgere i propri strali polemici siano sia coloro che, a vario titolo, dichiarano la loro appartenenza alla sinistra estrema, sia quanti, dalla destra radicale, rivelano spesso di nutrire simpatie nei confronti del nazismo. Nel caso della sinistra, come ha rilevato efficacemente Pierre-André Taguieff, l’antisionismo si presenta in quanto forma bislacca ed esacerbata di falso antirazzismo. A destra come a sinistra, tuttavia, opera il medesimo cliché, quello che ribalta sugli accusati, con un vero e proprio gioco di proiezioni mentali, le proprie fantasie deliranti. Giunti a questo punto della scala d’intensità sopravviene infatti la sovrapposizione con il pregiudizio antisemita. Israele, infatti, in quanto prodotto mefitico del sionismo, è visto come una sorta di “ebreo collettivo”, sul quale scaricare le colpe attribuite agli ebrei in quanto popolo o, eventualmente, come individui.

Gli effetti di caricaturalità sono invece dei rafforzativi nella veicolazione e nella diffusione, a tratti virale, dei paradigmi antisionisti. Non è un caso che soprattutto sul web, vera miniera di opportunità per chi voglia esercitarsi nella diffusione del pregiudizio, abbondino i simbolismi che evocano l’intero armamentario antisemita, a partire dall’accusa del sangue, ovvero di “nutrirsi”, figurativamente o addirittura letteralmente, del sangue dei non ebrei. Così è infatti rappresentata la politica israeliana nei confronti dei palestinesi, soprattutto nelle diffusissime vignette che usano gli stessi stilemi in voga ai tempi del nazismo. Le ragioni individuali e le dinamiche di gruppo all’opera in quest’ultimo caso sono quindi per più aspetti omologhe a quelle dell’antisemitismo, dei cui temi di fondo sono di fatto un’attualizzazione. E per l’appunto la fantasia paranoide del sionismo come di un complesso unitario di interessi e di soggetti, tra di loro uniti dall’obiettivo della congiura, alimenta un senso di oppressione che potrà essere superato solo con la distruzione di ciò che viene tematizzato come una minaccia intollerabile: gli ebrei stessi.

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