Contro il linciaggio della libertà

Opinioni

C’è un metodo infallibile, insegnano alcuni stimabili maestri, per non cadere nelle trappole della maldicenza: quello di non parlare mai delle persone, ma piuttosto di ragionare attorno alle idee, alle situazioni, alle problematiche. Nel mio piccolo cerco in genere di attenermi a questa regola. Mi è sempre sembrata assai edificante. Il lettore mi perdonerà, di conseguenza, se per una volta e facendo violenza a me stesso, mi concederò un’eccezione. Questa volta devo farlo. Non credo mi sarei data tanta pena per difendere la mia persona, e forse nemmeno chi mi è più caro. Le ingiustizie patenti, infatti, in genere si commentano da sole e come stanno le cose presto o tardi viene chiaramente a galla agli occhi delle persone oneste. Lo faccio, invece, e lo faccio volentieri, per un ebreo che conosco poco e frequento ancora meno. Il suo nome è Andrea Jarach.
Tutti sappiamo quanto ha fatto, e con quanto entusiasmo, per difendere le ragioni di Israele, combattere l’antisemitismo e preservare la memoria della Shoah. Un gruppo di cialtroni lo ha preso di mira colpendo più volte la sua reputazione e accusandolo di essersi macchiato a loro dire di una colpa imperdonabile: essersi alleato con i neofascisti. In realtà Andrea Jarach era candidato alle elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale di Milano nelle fila dei sostenitori di Letizia Moratti (ai cui margini figuravano, innegabilmente, anche esponenti della destra estrema). La signora Moratti, nel frattempo, è diventata sindaco di Milano. Andrea non ha avuto per carenza di voti il posto cui aspirava a Palazzo Marino. Ma questo poco importa. Se avessi fatto per tempo mente locale sulla mascalzonata organizzata ai suoi danni, invece di offrire mestamente la mia preferenza a un improbabile candidato progressista cui hanno mostrato per primi di non credere i padrini che lo avevano irresponsabilmente mandato avanti; il mio voto sarebbe stato per Andrea. Senza alcuna adesione ideologica alla sua scelta e a quella dei suoi compagni di strada, ma devo dire con la massima simpatia umana. Perché alle mascalzonate e ai linciaggi bisogna reagire. Senza esitazioni e con fermezza.

A dare il “la” avevano pensato alcuni nomi noti. E’ sceso in campo l’attore Moni Ovadia (anche lui candidato in caccia di consensi). Le sue scontate, logore barzellette hanno stancato tanto pubblico. Saranno forse venute a noia anche alle sue orecchie. I manifesti in cui ha prestato la sua faccia per dare all’ultimo momento una verniciata di credibilità all’onorevole Diliberto passeranno probabilmente alla storia come uno dei momenti meno decorosi di questa recente, convulsa stagione elettorale. Ma questo non gli conferisce il diritto di linciare nessuno.
L’ho già scritto e non esito a ripeterlo: nelle democrazie avanzate la stragrande maggioranza degli ebrei si trova sul fronte progressista. Se la realtà italiana è diversa, questo lo dobbiamo ad alcuni personaggi della sinistra italiana, che sono riusciti nel capolavoro di inventare l’imbarazzo di essere ebrei di sinistra laddove sarebbe lecito immaginare di trovare la vergogna di essere ebrei di destra.
Ovadia, evidentemente, pensa di non aver fatto ancora abbastanza danni. La stampa progressista, quella stessa fino a ieri pronta a sostenere le ragioni degli eroici uomini bomba che massacrano i civili israeliani, si è messa in riga. Infine è stata la volta di Enzo Biagi, una vecchia gloria del giornalismo italiano. Sarà l’età, saranno i cattivi consigli, saranno le frequentazioni sbagliate, saranno le informazioni imprecise che gli hanno fatto avere. Sta di fatto che questi cannoni tutti puntati sul povero Andrea Jarach, che alle comunali ha raccolto appena una manciata di consensi, tutto questo astio solo perché a lui piace la Moratti, hanno finito per toccarmi lo stomaco.
Ma in fondo, di che stupirsi? Certi metodi li conosciamo e in fondo lo sappiamo tutti che, all’indomani della caduta della Germania nazista, nelle dittature comuniste dell’Europa orientale assieme alle speranze del socialismo si continuavano ad assassinare ebrei anche poco dopo la chiusura dei campi di sterminio.

I persecutori di Andrea Jarach oggi fingono di non sapere che non sono gli ebrei italiani ad aver inventato il bipolarismo (che spingendo verso alleanze molto ampie comporta inevitabilmente associazioni discutibili). E che non sono gli ebrei italiani ad aver inventato lo sdoganamento della destra politica anche nelle sue frange più ripugnanti. Ora, a meno di raggiungere la paradossale conclusione che gli ebrei italiani debbano andare a votare in massa e senza eccezioni come vuole Moni Ovadia per una sinistra che fatica a riconquistare credibilità ai loro occhi e non godano della stessa libertà di scelta degli altri cittadini, che cosa vogliono i persecutori di Andrea Jarach?
Esprimono una nostalgia impotente, la voglia di pensare al posto degli altri come troppo spesso sono stati lasciati padroni di fare in passato. Ma agli ebrei italiani, non hanno da offrire niente di meglio?
“Anche questo per il bene”, diceva un celebre rabbino talmudico capace di accogliere come una buona notizia anche le cattive, traendone sempre un insegnamento costruttivo.
Anche da questo possiamo imparare e possono imparare le istituzioni ebraiche italiane. Oggi non è necessario condividere le idee di Andrea Jarach per stare al suo fianco. Per quanto mi riguarda, ad esempio, al suo posto non avrei querelato Biagi per diffamazione come lui ha scelto di fare. Il problema non è portare questa gente in tribunale. Il problema è ridimensionare la loro autorevolezza di cartapesta.

Ma l’istanza di Andrea, quella di pensare con la propria testa senza chiedere il permesso a nessuno, magari sbagliando, è necessariamente anche la nostra.
Ad affermarlo con chiarezza, prima che sia troppo tardi, dovrebbero essere, e subito, proprio gli ebrei progressisti. o almeno quelli di loro che non vogliono svendere i propri ideali scambiandoli con quattro barzellette di seconda mano.

Guido Vitale (direttore@mosaico-cem.it)

La lettera inviata a L’Espresso dal Consiglio della Comunità di Milano

Abbiamo letto l’articolo di Enzo Biagi nel numero 22 – 8 giugno de L’Espresso. Non ci
riconosciamo nella lettura che viene offerta. La Comunità di Milano apparirebbe quasi sul baratro della spaccatura a causa di candidature politiche di suoi iscritti. Non è così. Fin dall’apertura dei ghetti, la partecipazione alla società e alla vita politica e culturale ha sempre caratterizzato, con la sola interruzione delle leggi razziali, il mondo ebraico italiano. Ogni iscritto alla nostra Comunità è un cittadino europeo, italiano e milanese e riteniamo che un impegno nella vita democratica, nella diversità
delle posizioni che ciascun può esprimere, vada rispettato e tutelato. La critica è un fatto lecito e, pensiamo, spesso costruttivo.
L’articolo di Biagi, che ha sempre mostrato sensibilità nei confronti della tradizione ebraica, invece ci sorprende e rammarica. Mostra la non piena conoscenza dei fatti
citati e appare purtroppo come un violento attacco personale e pubblico a una persona e non solo a una scelta politica, comunque certamente non estrema (Jarach si è candidato in una lista civica). Un attacco che intendiamo respingere. Noi tutti esprimiamo invece la nostra piena solidarietà e massima stima ad Andrea Jarach, da sempre attivo in prima fila, insieme alla sua famiglia, nella difesa dell’identità ebraica, della nostra memoria storica e di Israele.

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