Baruch Abà

Opinioni

Non è da un giorno solo che si sente parlare di una crisi della comunità. Del concetto di comunità in generale, ma anche più in particolare di crisi della Comunità ebraica di Milano. I sintomi, inutile negarlo, ci sono tutti. I problemi e gli stimoli pressanti sollevati dalla nostra vita quotidiana nella società contemporanea, l’assimilazione sempre in agguato, l’antisemitismo, vinto, ma come è facile constatare mai debellato, l’allontanamento dei giovani che talvolta si dimostrano sempre più lontani e difficili da recuperare. A tutto questo Milano aggiunge le sue specificità: quelle di una comunità estremamente composita, che rischia di giocare i numerosi elementi etnici e culturali che la compongono in una maniera inutilmente competitiva, che tende a moltiplicare gli elementi di divisione.
Ce lo hanno così frequentemente ripetuto, ce lo siamo così facilmente detto fra di noi, che alla fine avevamo quasi finito per crederci. Poi, come spesso è accaduto in questa estate incerta che volge al termine, nel cielo cupo ci accorgiamo si apre uno squarcio non previsto. E oltre le nubi riappare un sole intenso.
La cerimonia di insediamento sulla cattedra rabbinica di Milano di rav Alfonso Arbib ha segnato una di queste schiarite. La comunità era visibilmente unita e solidale. Emozionata e commossa.
Il rabbino capo di Israele Shlomo Amar ha spiegato durante uno dei momenti più toccanti della giornata, che l’arrivo di un nuovo rabbino costituisce per una comunità un momento straordinario. Equivale all’occasione di ripartire liberi dagli errori del passato, di fare nuovi progetti senza sentirsi impacciati dalle stratificazioni di quelle piccole pigrizie e permalosità che si accumulano negli anni e finiscono per arrugginire i nostri slanci, per opprimerci.
Nel suo discorso inaugurale il rav Arbib ha ricordato l’insegnamento di un grande maestro dell’ebraismo contemporaneo, rav Itzhak Hutner. L’idolatria dei tempi nostri, ha detto il rabbino americano, è quella di cedere alla rassegnazione, di arrendersi al determinismo espresso da chi domanda ai maghi e agli astri di conoscere la propria sorte. Perché essere liberi significa sentirsi ancora capaci di raccogliere le nuove sfide, di scegliere il proprio destino operando con impegno nella direzione migliore.
Vale per gli individui e vale per le comunità.
Quando il rav Giuseppe Laras ha deciso di lasciare dopo un quarto di secolo la posizione che occupava, la comunità, che molti giudicavano indebolita dalle divisioni, è stata costretta a prendere una decisione. La determinazione e il coraggio con cui un passaggio tanto delicato è stato affrontato lasciano intendere che gli ebrei di Milano, così gelosi delle loro differenze, intendono sommare questo patrimonio per trovare uniti risposte efficaci alle sfide del futuro. Questo è stato il benvenuto (Baruch Abà) riservato alla nuova guida spirituale.
E per il rav Arbib, che in molti anni di insegnamento si è fatto conoscere come un uomo del fare e non dell’apparire, non poteva esserci migliore inizio.

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