Tra i giusti. Storie perdute dell’Olocausto nei paesi arabi

Libri

Una ricerca importante.

Quanto accaduto nel Nord Africa durante il periodo della Shoah è rimasto, come dice il risvolto di copertina del libro, coperto dalla sabbia del deserto. E questo nonostante migliaia di ebrei siano stati espropriati dei loro beni, imprigionati e torturati nei campi di lavoro forzato ed anche deportati nei campi di sterminio europei.

Il libro ha una genesi curiosa. L’autore, un ebreo americano, esperto in politica dei paesi arabi e islamici si trova l’11 settembre nei pressi delle Torri Gemelle di New York. Riflettendo sull’accaduto nei giorni successivi egli si rende conto che “in teoria gli arabi sono l’unico popolo della terra che è stato risparmiato dalla campagna globale volta a mantenere viva la memoria del peggior crimine della storia (la Shoah). Subito dopo l’11 settembre, ho analizzato le istituzioni che si occupano di Olocausto e di tolleranza e ho scoperto che nei paesi arabi non si insegna cos’è stato l’Olocausto, neanche in materia come la storia del XX secolo, e nemmeno quando si affronta il tema dei moderni genocidi o il concetto di tolleranza”. Le spiegazioni sono diverse, in buona parte legate al fatto che il discorso sulla Shoah riguarda gli ebrei ed è in qualche modo legato alla creazione dello Stato di Israele, ed anche al fatto che essa è pensata come qualcosa di “europeo”.

Ed allora l’autore pensa che la migliore risposta che lui personalmente poteva dar all’11 settembre era combattere la mancanza di informazione del mondo arabo sulla Shoah. Come farlo? Una sera dell’autunno del 2001 gli viene in mente una citazione del Talmud che è presente quasi identica anche nel Corano: “chi salva una vita umana è come se avesse salvato un mondo intero”.
“Se fossi stato in grado di raccontare la storia anche di un solo arabo che abbia salvato un ebreo durante l’Olocausto, forse avrei potuto indurre gli arabi a guardare all’Olocausto con orgoglio, come una cosa da ricordare e non da evitare o negare”.

Satloff dava per scontato che tra gli addetti ai lavori circolassero storie di arabi che avevano salvato ebrei, ma che tali storie fossero note solo agli specialisti. Doveva solo trovarle e divulgarle ad un pubblico più ampio.
In realtà scoprì che tra i Giusti ricordati a Yad Vashem non vi è neanche un arabo. E un noto specialista di storia della Shoah gli scrisse: “un argomento interessante. Buona fortuna!”
A quel punto decise di trasferirsi “in loco”. Nell’aprile del 2002, con tutta la famiglia si trasferisce a Rabat, in Marocco ed inizia una ricerca che dura due anni e mezzo in Nord Africa ed un altro paio di anni in diverse città europee.
Il suo obiettivo è semplice (vuole trovare un arabo che abbia salvato un ebreo). Ma si accorge che, prima, deve ricostruire il contesto storico. ”Se non si sapeva nulla degli sforzi dei nazisti, dei fascisti, degli scherani di Vichy per estendere al Nord Africa la persecuzione degli ebrei, se si ignorava come il mezzo milione di ebrei che vivevano dei possidenti europei a far fronte a quella minaccia, e se non si aveva nessuna idea del ruolo che ebbero gli arabi in quel frangente” non si poteva dar luogo a una ricostruzione sensata.
Ed il libro è la storia di questa ricerca, tra i testimoni ancora viventi, i loro parenti e discendenti, i documenti rintracciabili.
La ricerca si concentra sul Maghreb sotto l’autorità francese: I protettorati di Marocco e Tunisia, e l’algeria, che era invece considerata l pari del territorio francese “metropolitano”. Qui gli ebrei, a fine ‘800 avevano ricevuto la cittadinanza francese, a differenza degli altri abitanti autoctoni; questo “privilegio” sarà duramente pagato dagli ebrei algerini durante il periodo di Vichy e fino all’arrivo degli eserciti Alleati. Infatti nella ona vennero allestiti più di cento campi di lavoro forzato in cui gli ebrei maghrebini vennero internati, in condizioni che non avevano molto di diverso da quelle dei loro omologhi europei.

In Marocco successe poi un fatto singolare: per poter procedere più speditamente con l’avanzata militare gli Alleati, dopo lo sbarco, lasciarono al loro posto per quasi un anno gli amministratori del regime francese collaborazionista. Una delle conseguenze paradossali fu che gli ebrei internati nei campi di lavoro forzato, in pessime condizioni, con elevata mortalità sia per ragioni sanitarie che per i maltrattamenti e le torture, dovettero sottostare ancora per quasi un anno ai loro aguzzini.
Per cercare di frenare l’avanzata degli eserciti Alleati, nel 1942 i tedeschi invadono la Tunisia. E si preoccupano subito di inviare un colonnello delle SS, Walter Rauff, l’inventore dei camino adibiti all’uccisione degli ebrei con il gas, per vedere come organizzare il terrore e lo sterminio degli ebrei tunisini. Per fortuna non farà in tempo a mettere in atto i suoi piani. In ogni caso ebbero luogo delle deportazioni in Germania, così come avvenne anche nella Libia sottoposta al regime fascista italiano. Qui purtroppo l’autore si limita a pochi accenni e non approfondisce il discorso del comportamento delle autorità italiane, anche se all’interno del libro una foto mostra un gruppo di ebrei libici su un treno, mentre tornano dopo essere sopravissuti all’inferno di Bergen Belsen.

Il libro è ricco di episodi che dimostrano come da parte araba vi fu una notevole partecipazione in senso collaborazionista, sia da parte di autorità, che di militari che di semplici cittadini.
Ma l’autore ricostruisce anche episodi di solidarietà e di aiuto davvero notevoli e disinteressati. Si va dal re del Marocco che è obbligato (non ha la piena sovranità sul suo Paese) a firmare le leggi antiebraiche del regime di Pètain, ma riesce ad ottenere che su qualche punto siano rese meno rigide, al fornaio che aggiunge spontaneamente del pane alla misera razione prevista per gli ebrei, le cui quote di razionamento erano le più basse di tutta la popolazione, al di sotto del livello di sopravvivenza. Fino a storie romanzesche, come quella del gigolò frequentatore di bordelli, che, saputo da un ufficiale tedesco dell’intenzione di rapire e violentare una ebrea tunisina particolarmente avvenente, lo fa ubriacare, e poi trasporta la bella ebrea e tutta la sua famiglia in una tenuta agricola in campagna.

Quello che colpisce in maniera particolare, secondo me, è che nella sua ricerca Satloff incontra parenti e discendenti di persone che hanno aiutato gli ebrei, ma in queste persone trova sempre e soprattutto il desiderio di dimenticare, di non riportare a galla. E non parlo degli episodi, che pure nel libro ci sono, in cui arabi si trovarono dalla parte degli aguzzini (che potrebbe anche essere comprensibile), ma dei casi opposti, quando gli arabi si trovano nel ruolo di coloro che hanno aiutato e soccorso gli ebrei. Ci sono dei casi, nel libro, che hanno paralleli con quanto avvenuto in molte parti di Europa e i protagonisti di quei fatti sono ora ricordati nel giardino di Giusti a Yad Vashem. Eppure le persone che Satloff incontra dimostrano quasi imbarazzo, in ogni caso non hanno voglia di ricordare.
L’indagine di Satloff si estende anche alla Francia “continentale”: qui infatti già nel 1939 era presente una importante minoranza araba proveniente dai Pesi del Maghreb. E tra le storie da lui ricostruite, particolarmente intrigante è quella che riguarda il rettore della moschea di Parigi, la più alta autorità islamica in Francia, Si Kaddour Benghabrit.

Secondo la testimonianza di Robert Assouline, un ebreo nordafricano internato in un campo di prigionia tedesco, “non meno di 1.732 partigiani trovarono rifugio nella moschea di Parigi. Tra i fuggiaschi vi erano musulmani, ma anche cristiani ed ebrei. E questi ultimi erano di gran lunga più numerosi”. A molti di essi, tra cui parecchi bambini, furono forniti dei certificati che li dichiaravano musulmani (anche i musulmani sono circoncisi).
La testimonianza di Assouline è precise, ma non ha avuto altre conferme, anche se gli archivi di guerra francesi hanno reso evidente che i dirigenti della moschea avevano avuto numerose opportunità di aiutare gli ebrei, specie quando le autorità occupanti si rivolgevano alla moschea per verificare se che si dichiarava musulmano lo era davvero.

Satloff nell’ottobre del 205 si reca a Parigi, per intervistare l’atuale retore della moschea, Dalil Bubakeur. Si trova di fronte un grande comunicatore e un fine diplomatico, che riconosce e non riconosce, ammette, ma solo in via ipotetica. E Satloff si rende conto delle difficoltà dell’interlocutore a causa della situazione politica (con lo Stato d’Israele). Ma prima di uscire Bubakeur gli esibisce un documento destinato al ministro degli Esteri francese del settembre 1940.
Solo due mesi dopo l’occupazione, e solo qualche giorno prima che venisse emesso il primo decreto antiebraico nella zona occupata dai tedeschi, il capogabinetto del ministero riferisce che all’imam della moschea è stato imposto con le minacce di cesare di fornire “a persone di razza ebraica dei certificati che attestano che le persone sono di confessione musulmana”. Per destre così precocemente l’attenzione dei tedeschi doveva trattarsi di una cosa seria.

Un libro ben documentato, di taglio un po’ giornalistico e quindi di agevole lettura, che esamina una questione storica a cui fino ad ora, in Italia (ma non solo, come ha scoperto l’autore) si era prestata scarsa attenzione, ma di estremo interesse sia dal punto di vista della memoria del passato, che dell’attualità .
Alla fine del libro infatti l’autore racconta di come nel gennaio 2005 egli abbia potuto parlare all’università di Amman di quanto aveva scoperto e raccolto ad un seminario di uditori qualificati di una ventina di persone.

Robert Satloff, Tra i giusti. Storie perdute dell’Olocausto nei paesi arabi, Marsilio, pp. 275, euro 19,50

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