Resta ancora un po’ e il valore delle parole non dette

Libri

di David Zebuloni

Resta ancora un po’ è l’opera prima di Ghila Piattelli, che sa raccontare la vita, la guerra, l’amore per come sono realmente. E sa raccontare le nonne e la loro forza eccezionale.

Tre generazioni. Nonna, figlia e nipote. Giuditta, Ahuva e Yoni. Resta ancora un po’, opera prima di Ghila Piattelli, racconta la storia di una famiglia apparentemente simile a tutte le altre. Tuttavia, la ricerca ossessiva di una tomba in cui giacere per il riposo eterno, l’ombra di un fidanzato morto in guerra e un insolito triangolo amoroso, tormentano il quieto vivere della mishpachà Dvori, la cui immagine di famiglia perfetta si sgretola pian piano davanti agli occhi del lettore. I protagonisti presto o tardi capiscono di non poter combattere da soli le proprie battaglie, in quanto il nemico è comune.

Un nemico che prende le sembianze del silenzio, delle parole non dette, dei segreti non svelati. Un silenzio che da palla di neve diventa valanga, sicché la parola rimane l’unica salvezza. Parlare, raccontare, condividere e ricordare. Insieme, come una vera famiglia.
Azzardando un paragone importante, l’opera della Piattelli ricorda vagamente il Lessico famigliare della Ginzburg, non tanto per lo stile, quanto per la capacità rara di saper ricreare un microcosmo all’interno delle mura di casa.

Ghila Piattelli riesce a raccontare in punta di piedi la storia complessa di una famiglia altrettanto complessa, attraverso quei piccoli riti che simboleggiano le grandi certezze della vita. Quelle tradizioni semplici, ma necessarie per sopravvivere, come il caffè del martedì e l’insalata del giovedì. Punti fermi che riescono a scandire il tempo, permettendo così (sia ai lettori sia ai protagonisti) di prendere fiato, prima che la trama si infittisca di nuovo.
Come nell’opera della Ginzburg, anche in Resta ancora un po’ le parole non dette contano più di quelle dette. Come in Lessico famigliare, anche nell’opera della Piattelli vi sono parole o frasi che racchiudono in loro un mondo intero. Come l’esclamazione tipica israeliana “Nu”, che con una sola sillaba vuole dire tante e troppe cose. Basta infatti un “Nu” secco di nonna Giuditta, perché Yoni si rimetta immediatamente in riga.

Resta ancora un po’ riesce a toccare argomenti importanti e profondi, senza trattarli realmente. La guerra viene ricordata, ma non vissuta. Il lutto viene accettato, ma non assimilato. L’amore viene percepito, ma non manifestato. Le emozioni vengono trasmesse, senza essere straziate. La sensazione è quella di essere sempre sul punto di cadere nel dirupo, senza che ciò accada mai, proprio come nella vita vera. Così diverso dunque dai romanzi che raccontano l’esistenza umana come un fiume in piena, la guerra e l’amore come vulcani pronti ad esplodere, l’opera prima di Ghila Piattelli racconta la vita, l’amore e la guerra per ciò che sono realmente: un groviglio di paure, incertezze e speranze.

Leggere Resta ancora un po’ è un privilegio, specie se a farlo è un nipote. In Giuditta ho potuto rivedere anch’io le mie amate nonne. L’eleganza, l’ironia e le attenzioni di mia nonna Soraya. La saggezza, il coraggio e la complicità di mia nonna Rachel. L’amore incondizionato di entrambe. Ed ecco il segreto di nonna Giuditta: racchiudere in sé tutte le nonne del mondo. La nonna apprensiva e quella avventurosa. La nonna ficcanaso e quella discreta. Quella affettuosa e quella severa. Quella che si presenta sulla punta di una forchetta e quella che si nasconde dentro la boccetta di un profumo. La nonna che se potesse scegliere un solo bambino tra tutti i bambini del mondo, sceglierebbe proprio te. Quella senza la quale la vita non avrebbe più lo stesso odore, lo stesso sapore, lo stesso bagliore. Quella che vorresti stringere forte a te e sussurrare all’orecchio: nonna, resta ancora un po’. 

 

Ghila Piattelli, Resta ancora un po’, Giuntina, pp. 216,
euro 15,00 (ebook 9,99).

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