Il grido di protesta

Quando gridare significava morire

Libri

di Ester Moscati
«Scrivere questo libro mi ha permesso di liberarmi dalle catene che mi hanno tenuto prigioniero fin dal momento della mia liberazione dai campi di concentramento nazisti. Finalmente ora godo della piena libertà non solo del corpo, ma anche della mente e dell’anima. In questi ultimi anni della mia vita spero che Il Grido di Protesta possa aiutare ad onorare e a ricordare i milioni di persone che hanno perso la loro vita nei ghetti, nei campi di lavoro e nei campi di concentramento in ogni parte d’Europa durante la Seconda Guerra mondiale. È fondamentale che ognuno di noi non li dimentichi mai.
Condividere questa storia mi ha aiutato a vedere la mia vita con altri occhi. Mi fu permesso di vivere negli Stati Uniti e ho servito questo Paese nella Guerra di Korea, durante la quale incontrai mia moglie; oggi ho tre figli, due nipoti e quattro pronipoti: alla fine mi reputo un vincitore». Manny Steinberg passò la sua adolescenza in quattro campi di concentramento tra la Polonia e la Germania, sopravvivendo per più di cinque anni in condizione fisiche e mentali estreme.

Il Grido di Protesta racconta la sua storia e rappresenta una testimonianza che, con una prosa semplice e schietta, fa capire il punto di vista di un adolescente. La sua giovinezza infatti venne improvvisamente interrotta nel 1939, all’età di appena 14 anni, quando assieme alla sua famiglia venne deportato in un campo di concentramento nazista e fu costretto a subire tremendi ed interminabili soprusi. In copertina: Manny, Chaim, Jacob e Stanley Steinberg nel ghetto.

Manny Steinberg, Il Grido di Protesta. Memorie dell’Olocausto, traduzione dall’inglese di Monica Porzionato, casa editrice Amsterdam Publishers, pp. 136, euro 16,63

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