La Varsavia ebraica del 1938 rivive nel libro di Benny Mer: guida a una città scomparsa

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Particolare della città di Varsavia (crediti fotografici: Wikipedia)

di Anna Balestrieri
Volutamente non tratta direttamente la Shoah ma la vita che la precedette. Questo libro è un atto di resistenza contro la scomparsa. Una guida che propone diversi percorsi e immerge il lettore, come una macchina del tempo alla scoperta di un mondo che non c’è più, ma che continua ad esistere nella memoria

«È un regno di parole e di memorie, che oggi non esiste più davvero». Con queste parole lo scrittore ed editore Benny Mer descrive il cuore del suo nuovo libro, Una guida: la Varsavia ebraica del 1938, pubblicato in ebraico da Magnes Press. Un’opera singolare, che si presenta come una vera e propria guida turistica a un luogo cancellato: la Varsavia ebraica alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Lo riporta il sito Haaretz.

Mer ha intrapreso un’impresa mai tentata prima: ricostruire una città che non c’è più attraverso giornali, memoir, letteratura e guide dell’epoca, consapevole che quasi tutti i luoghi descritti furono distrutti negli anni successivi. Il risultato è un viaggio immersivo tra strade, mercati, sinagoghe, caffè, bordelli, associazioni culturali e pensioni economiche, restituiti con una precisione che trasforma il passato in esperienza sensoriale.

Una taverna come microcosmo
Tra gli esempi più vividi citati nel libro figura la taverna di Gruber Yossel, al 7 di Rynkowa Street. Aperta quasi ininterrottamente, accoglieva all’alba facchini e carrettieri, a mezzogiorno bevitori di tè e birra, la sera prostitute e protettori, e di notte perfino ministri e ufficiali. Un solo locale capace di racchiudere l’intera stratificazione sociale della città. Per Mer, questi dettagli non sono folklore: sono frammenti di una civiltà urbana complessache sfida l’immagine riduttiva della Varsavia ebraica come semplice anticamera del ghetto.

Una ricostruzione mancata
«La Varsavia ebraica non è stata ricostruita intenzionalmente», afferma Mer. Dopo la guerra, sulle sue rovine è sorta un’altra città, senza tentativi di recupero dei grandi edifici monumentali ebraici. Un contrasto evidente con la ricostruzione meticolosa della Città Vecchia, oggi grande attrazione turistica. Secondo l’autore, tra le cause vi sono il lungo periodo comunista, l’antisemitismo diffuso e il fatto che Varsavia fosse stata quasi completamente svuotata dei suoi ebrei.

Numeri che raccontano una civiltà spezzata
Alla vigilia della guerra, circa 378.000 ebrei vivevano a Varsavia, quasi un terzo della popolazione cittadina. Secondo i dati di Yad Vashem, circa 370.000 di loro furono assassinati nella Shoah. Oggi, in tutta la Polonia vivono soltanto poche migliaia di ebrei. Queste cifre rendono ancora più urgente il progetto di Mer: salvare dall’oblio la vita, non soltanto la morte.

Ossessione come risposta all’ansia
Lo scrittore racconta di aver iniziato il lavoro in un periodo di forte tensione politica in Israele e di averlo proseguito durante la guerra a Gaza. «È diventata un’ossessione che mi aiutava a distrarmi», spiega. Il lavoro monumentale di scavo nelle fonti risponde anche a una domanda esistenziale: se un giorno questo luogo non esistesse più, chi lo ricorderebbe?

Varsavia da vivere, non solo da commemorare
La guida propone percorsi che includono giardini, mercati, librerie antiquarie, corti chassidiche, spiagge sul fiume, cinema, teatri, bagel caldi nelle notti fredde. Ogni strada ha una sua personalità, e ogni quartiere una fisionomia distinta. Celebre è la descrizione di Krochmalna Street, dove si mescolano odori di cholent, voci di venditori, bambini, mendicanti, fedeli e criminali: «forse è proprio questa combinazione a riflettere meglio la nostra Varsavia».

Oltre la narrazione del cimitero: un dialogo tra ieri e oggi
Mer critica l’idea di considerare la Polonia come un enorme cimitero ebraico. «Chi lo fa oscura la vita che c’era e che in qualche forma c’è ancora», afferma. Ridurre tutta la storia ebraica polacca al ghetto e alla distruzione significa trasformare una civiltà millenaria in un semplice prologo alla catastrofe. Il suo libro, volutamente, non tratta direttamente la Shoah, ma la vita che la precedette: una scelta che restituisce spessore umano a una realtà troppo spesso appiattita sul trauma. Mer ammette di sentirsi a casa anche nella Varsavia contemporanea, pur percependo sotto i piedi la città perduta. «Sono costantemente tra qui e là», dice. Questo movimento continuo tra passato e presente è il vero motore della guida: non un monumento, ma un ponte. In definitiva, Una guida: la Varsavia ebraica del 1938, non è solo un libro di storia urbana. È un atto di resistenza contro la scomparsa, una mappa emotiva che restituisce voce a una città distrutta ma non definitivamente cancellata.