Fuoco amico

Libri

L’ultimo libro di Yehoshua.

I grandi scrittori subiscono spesso la tentazione di prendere il ruolo di profeti, di atteggiarsi a coscienze critiche della nazione, di proporsi come annunciatori di verità che politici e giornalisti non vedrebbero o non oserebbero dire.
In questo ruolo per lo più sbagliano, perché non è affatto detto che la loro capacità di analisi politica sia migliore di quella dei professionisti del governo e dell’informazione, e anche perché i meccanismi della comunicazione di massa tendono a indurli a esagerare posizioni e identità. Ma è vero che gli scrittori davvero grandi sono tali perché sanno individuare tendenze, stati d’animo collettivi, preoccupazioni e speranze diffuse.

Lo fanno però non nelle loro dichiarazioni, nei pamphlet e nelle interviste, ma svolgendo il loro mestiere di scrittori, raccontando cioè le loro storie, la cui verità è sempre indiretta, obliqua, bisognosa di interpretazione.
Anche per questa ragione è interessante leggere Fuoco amico, l’ultimo bel romanzo di Abraham B. Yehoshua: certamente un grandissimo scrittore, che si è anche particolarmente esposto nel corso degli anni a proporre spesso le sue diagnosi politiche su Israele e i suoi problemi.

Su questo discorso o su questi discorsi (dato che la linea di Yehoshua sembra piuttosto cambiata di recente) il dibattito è stato vivo in Israele e in tutto il mondo ebraico, dato che si è trattato di posizioni certamente anticonvenzionali e assai polemiche verso la politica israeliana. Ma il romanzo è un’altra cosa, proprio perché non è un discorso, l’esposizione di una posizione, ma una narrazione; essa vuole coinvolgere e commuovere, non sostenere una tesi, trovare una verità psicologica, non politica.

La storia – come sempre nelle opere di quest’autore – è corale, ritrae una grande famiglia israeliana di quattro generazioni ramificata con un vasto parentado e ne racconta la vita durante la settimana di Hannukka. C’è il bisnonno affetto dal morbo di Parkinson che ritrova una sua antica fiamma per via di un favore che gli ha promesso, un ascensore da riparare; c’è il padre che ha cercato di evitare il richiamo da riservista al servizio militare e viene messo agli arresti, sua moglie inquieta e piena della sua bellezza, i loro figli piccoli assai nevrotici e indisciplinati.
Ma soprattutto c’è la generazione intorno alla sessantina: il nonno Amotz che deve farsi carico dei nipotini e di suo padre, oltre all’azienda mentre sua moglie Daniela parte per un viaggio in Africa spinta dalla nostalgia della sorella morta lì, incontrandone il vedovo disgustato e amareggiato. Il suo è un vero viaggio di scoperta, in mezzo alla potente natura africana, a contatto con creature e paesaggi straordinari.

In questo percorso gradualmente emerge in tutte le sue implicazioni la ragione della morte della sorella e del definitivo esilio africano del cognato: si tratta del lutto morte del loro figlio, caduto una notte in Cisgiordania per mano dei suoi compagni di Tzahal (loro è il fuoco amico) mentre insieme tendevano un agguato a qualche terrorista ricercato.

Mentre Amotz, progettista di ascensori, si occupa della stranissima macchina istallata dal padre per il suo antico amore e allo stesso tempo cerca di capire la ragione degli intollerabili rumori che turbano gli inquilini di un grattacielo, accende le candele di Hannukka, bada alla vita matrimoniale del figlio e cura i suoi nipotini, ma soprattutto sente la mancanza della moglie amatissima, questa penetra lentamente e con disagio nell’amarezza del cognato.
Apprende da lui che il figlio è morto non per un errore dei compagni ma per un’imprudenza sua cioè a un atto di gentilezza per i palestinesi di cui aveva occupato il tetto della casa. Il soldato si è allontanato in anticipo per pulire un secchio che non voleva riconsegnare sporco alla famiglia cui l’aveva preso ed è stato scambiato per un terrorista mentre lo lavava fuori dal suo posto. Ma questa gentilezza mortale viene letta dai palestinesi stessi e poi anche dal padre al contrario: come un’ulteriore prepotenza, come la pretesa di un’innocenza o di una civiltà negata dalla guerra.
E’ contro questo semplice gesto di civiltà, visto paradossalmente quale segno di un’identità etnocentrica e aggressiva, che il padre è fuggito in esilio ed è giunto a detestare tutto ciò che gli ricorda la patria abbandonata, il suo stato, la sua tradizione culturale, la sua lingua.

Quel che ci mostra qui Yehoshua con grande intensità narrativa, è un sentimento sconvolgente: una profonda stanchezza della propria identità ebraica e israeliana: non proprio quell’odio di sé che ha avuto una parte minoritaria ma importante fra gli intellettuali di origine ebraica della diaspora prima della Shoah (si pensi a Weininger, ma anche a Kraus e per certi versi a Marx), ma neppure troppo lontano. È un atteggiamento che ritroviamo ancora espresso in alcuni piccoli ma ben pubblicizzati settori intellettuali israeliani (si pensi ai “nuovi storici”) e di ebrei della diaspora: un senso di colpa e di rifiuto per la propria identità, un distacco che non propone soluzioni ma produce solo accuse contro quel che “noi facciamo” e in definitiva “siamo oggi” e produce – non solo nella metafora del romanzo – esilio e rabbia, una sorta di suicidio simbolico. Forse questo atteggiamento è il vero “Fuoco amico”, il vero pericolo che viene da noi stessi. Ma Yehoshua su questo non giudica o non ci fa intendere come giudica.

Certo, Daniela rifiuta l’atteggiamento del cognato, con gli atti ancor prima che con le parole, e la famiglia del romanzo è per lo più portatrice di vitalità e di amore, capace di passioni positive e di ironia. Anche il contesto israeliano è visto come ricco di stimoli e di passioni, innovativo, degno d’amore Ma i segni di stanchezza, di distacco, perfino di depressione nel libro sono abbondanti, dalla diserzione del figlio, alla torbida infelicità della moglie, alle figure di personaggi di contorno incompresi e propensi a farse male o a creare problemi intorno a sé.

Il romanzo di Yehoshua non è programmaticamente distruttivo né pessimistico: racconta solo una piccola tranche de vie, la settimana di Hannukka per una decina di persone, ed esplicitamente manca di una conclusione precisa che non sia la semplice continuità della vita: qualcuno dei problemi emersi nel corso della narrazione viene risolto, altri sono posposti, altri spariscono nel nulla. Daniela torna, il figlio esce dagli arresti e riprende il lavoro, il cognato resta in Africa a macerarsi o a cercare di dimenticarsi di sé. Non possiamo dire che si sia raggiunto un qualche nuovo stato di equilibrio secondo la formula narrativa tradizionale del romanzo. E neppure la questione della forza e della vitalità del modello di vita israeliano, che spesso emerge, trova una risposta chiara. Ma si accumula una serie di segni inquietanti, come di indizi di una rivelazione che alla fine non viene. Gli ascensori si riparano, ma i segnali d’allarme che ne escono restano percepibili.
La consapevolezza di questa sospensione, il dubbio intorno alla propria traiettoria, il senso di fragilità, il disincanto sono i temi o le profezie che emergono da questa narrazione. Proprio perché si tratta di una storia e non di un’analisi politica costituiscono un sintomo di cui tenere conto.

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