di Ugo Volli
[Scintille. Letture e riletture]
Il pensiero ebraico viene solitamente presentato come incentrato sull’etica, in contrapposizione alla metafisica e all’estetica della filosofia occidentale. La tradizione che nasce con la Torà e si sviluppa nel Talmud e nei commenti successivi contempera una dimensione narrativa (Aggadà), di cui è parte la storia, la scienza e anche la concezione sulla struttura dell’Universo, la Creazione, i rapporti fra la Divinità e gli uomini; e una dimensione normativa, che regola tutti gli aspetti economici e sociali dei rapporti interumani e anche la liturgia e il culto. Ma quest’ultima parte, quella che maggiormente definisce l’esistenza ebraica, non è solo giuridica, ha un’evidente natura etica.
Ma c’è spazio nel pensiero ebraico anche per un’estetica, per una teoria del bello e dell’arte? E se sì, come si può formulare questa estetica, quali sono le sue basi scritturali e i suoi limiti? Il tema è assai complesso, ben al di là del fatto ovvio che fin dai tempi biblici vi è stata una poesia, una musica, un’architettura, un’arte visiva ebraica e che nel lungo tempo della diaspora e in particolare negli ultimi due secoli la produzione di artisti ebrei è stata importantissima.
Una difficoltà ovvia è quella della proibizione biblica delle immagini, o meglio di certe immagini, quelle che pretendono di rappresentare la Divinità o, sotto certe condizioni di realismo, anche gli esseri umani. Questo problema è il tema dell’ultimo libro di Massimo Giuliani, intitolato Non ti farai immagine alcuna (Giuntina, 2025). È un lavoro molto vasto e complesso, scritto con quella grande competenza sia filosofica sia della tradizione ebraica che caratterizzano sempre gli studi dell’autore.
Oltre all’esame dell’aniconismo ebraico e al suo legame con il rifiuto dell’idolatria, considerato criticamente nei suoi sviluppi normativi e nelle vicende storiche del popolo ebraico, l’autore vi mette in campo la discussione di un concetto che non è usuale accostare alla dimensione dell’arte, quello di kedushà (che in italiano si può rendere con “santità” o “sacralità”). Santa è in senso fondamentale solo la Divinità. Ma la kedushà risulta anche dalla Sua presenza del mondo e dagli sforzi degli esseri umani per connettersi ad essa, in particolare comportandosi secondo il Suo insegnamento. Essa dunque investe e valorizza anche la sfera della sensibilità, la liturgia, il Tempio di Gerusalemme e le feste. Può perciò essere utilmente messa in relazione con i valori estetici, in particolare essa è spesso rapportata nella tradizione cabalistica con la sefirà (modalità o qualità del divino) detta Tiferet (“splendore”), che nello schema ad albero della cabbalà occupa il posto centrale mediando per esempio fra potenza e indulgenza, maschile e femminile, saggezza e regalità, tanto da poter essere accostata secondo Giuliani al ruolo basilare che nel pensiero greco ha il concetto di logos. Una parte finale del libro affronta la questione in termini contemporanei, analizzando contributi teorici (Freud, Cassirer, Warburg e molti altri) e anche di alcuni artisti ebrei molto noti, a partire da Marc Chagall.
Il libro però si apre anche a molti temi connessi: la kedushà applicata alla Terra di Israele pone il problema del sionismo; la bellezza compare nella Torà a proposito del frutto dell’albero di Adam ed Eva; essa però induce, nel libro, un confronto con la mela d’oro “della discordia” del giudizio di Paride sulla dea più bella nella tradizione omerica. Bello era anche David e così Betsabea, per cui il re compì il suo peccato più grande e belli i suoi figli che, a parte Salomone, ebbero sorti molto tristi: anche questo filone narrativo secondo Giuliani dà da pensare. Insomma un libro denso, ragionato in confronto a molte voci, pieno di stimoli per chi vuole pensare l’ebraismo fuori dagli schemi.



