E il sole si spense sull’Isola delle rose

Libri

di Daniela Cohen

Sami_Modiano

Sami Modiano, sopravvissuto alla Shoah, sul set del docu-film di Ruggero Gabbai ll viaggio più lungo, sulla deportazione degli ebrei di Rodi

“Chi racconterà la grazia del Centro israelita? Qui, su questi ciottoli lustri, sciamano dalle porte sempre aperte sui patii luminosi fanciulle ridenti, dagli occhi grandi di gitane…”. Così, nel 1932, un giornalista viaggiatore descriveva il quartiere ebraico di Rodi. Una fonte tra le mille citate nel libro di Esther Fintz Menascé, Buio nell’isola del sole: Rodi 1943-1945, (Mimesis, pp. 491, euro 28,00), ricco di 150 pagine di fotografie, riproduzioni di lettere, articoli e altre immagini d’epoca, in una certosina ricerca storica. Perché, nonostante il piglio documentaristico, stracolmo di note che riferiscono da dove provengano le numerosissime porzioni e brani di quanto altri hanno lasciato scritto e che l’autrice ha saputo collezionare e inserire all’interno della sua opera, questa non risulta affatto noiosa ma si sviluppa fin dal principio, superati i ricordi personali di famiglia, come un incredibile “romanzo” costruito su verità dimostrabili, seppur dimenticate dai più.
Fatti che trovano testimonianza da chi quegli eventi li ha davvero vissuti; e proprio su chi riferisce le vicende si apre un ulteriore siparietto, uno spin-off di racconti di vita vissuta, avvicinandoci coloro che hanno lasciato lettere e articoli a parenti o ai posteri, magari perfino sotto forma di ordini militari.
Esther Fintz MenascéGià pubblicato da Giuntina una decina d’anni fa, questo volume ha suscitato molte reazioni; in questa seconda edizione vengono aggiunte altre storie raccolte con attenzione dall’autrice, utilizzando il materiale spontaneamente offerto da chi aveva letto la prima edizionedel libro e voleva fornire ulteriori verità.
Esther Fintz Menascé, insegnante di letteratura inglese all’Università degli Studi di Milano, laureata anche in letteratura inglese e nord-americana alla Columbia University di New York, ha saputo creare un vero romanzo, colmo di avventura ed emozioni.
Le prime due parti dell’opera sono dedicate alla tragedia dei militari italiani sulle isole del Mar Egeo, mentre la seconda narra del massacro e deportazione degli ebrei che vivevano laggiù, spesso provenienti dalla Grecia o altri luoghi del Mediterraneo. L’interesse della studiosa scaturisce dal fatto che lei stessa è nata a Rodi, con genitori, nonni e intere generazioni della sua famiglia che hanno vissuto in pace per secoli, dopo la cacciata dalla Spagna, proprio a Rodi o nelle isole del Dodecanneso.
L’affetto profondo per quei cieli, quel mare, quei profumi, i fiori e i ricordi d’infanzia l’hanno spinta a voler capire cosa fosse davvero accaduto, specialmente a italiani ed ebrei. Quello che ha scoperto lascia senza fiato e la talentuosa scrittrice riesce a riportare il lettore ai giorni terribili in cui l’Italia rinnegò la Germania accogliendo gli americani e i britannici mentre, dall’8 settembre 1943, fuori dal Paese, vengono a mancare ordini chiari. Così i tedeschi, benché inferiori numericamente, prendono il sopravvento, truffando l’ingenua buona fede degli italiani che mancano di coordinamento e non comprendono come devono comportarsi. Questo vuoto di potere porterà a terribili massacri e a una ennesima pagina di vergogna per i tedeschi, che peraltro sembravano molto soddisfatti dei loro inganni e della loro immensa crudeltà. Va detto innanzitutto che 7.000 soldati germanici costrinsero 40.000 soldati italiani, guidati dal governatore Inigo Campioni, a cedere le armi. Da un lato c’è il gelido raggiro del generale tedesco Kleeman, dall’altro l’incapacità a decidere dei capitani italiani che, forse anche per la malafede degli stessi superiori italiani – che segretamente speravano nella rivolta tedesca, essendo in fondo fascisti e nazisti anche loro -, impedirono alle truppe dislocate nelle periferie di capire chiaramente che i tedeschi erano nemici totali e che come tali andavano subito disarmati e considerati prigionieri di guerra.

Piazza dei Martiri ebrei a RodiFu l’ambiguità a uccidere. Per assurdo, i tedeschi invecer avevano perfettamente chiara la disfatta ma, pur di farla pagare cara agli italiani, cercarono di fingere sollecitudine e collaborazione mentre, appena possibile, ridussero tutti i vecchi alleati -diventati nemici – nel peggiore dei modi. Gli eventi sono raccontati con ricchezza di particolari, descrizione dei luoghi e perfino dei pensieri dei protagonisti, grazie a quel minuzioso assemblaggio di documenti, mai trattati come pezzi di carta da valutare, ma come racconto vivo, abilmente creato per inanellare lo svolgimento degli eventi. Storie che si intrecciano, fra civili e militari, famiglie e affetti, bambini e ragazzi, adulti e anziani, persone di ogni genere; storie di angoscia e dolore che contrastano con la fulgida bellezza dei luoghi. Fino ai momenti più penosi, quando in un breve volgere di tempo, pochi mesi, scompaiono migliaia e migliaia di persone. Ben più di un saggio storico, questo di Menascè è un libro straordinario che si legge come se si guardasse un film.
La vita ebraica a Rodi
“I giovani, non solo i giovanissimi, avevano un profondo rispetto per gli  anziani… Non c’era timore dell’altro… Una sedia appoggiata all’esterno di una bottega significava che il venditore era momentaneamente assente e a nessuno veniva in mente di entrarvi. Il quartiere ebraico di Rodi (…) prosegue verso il quartiere turco lasciandosi alle spalle il mare, lievemente in salita, lungo tutto il mercato vecchio, fino alla Moschea di Solimano…” – si legge nel libro. E ancora: “L’ammiraglio Campioni, che a Rodi era giunto dopo aver molto viaggiato e amato viaggiare, si adoperò subito per conoscere bene da vicino la città con la sua popolazione composita, multietnica, che professava religioni diverse, parlava lingue diverse, con i tanti suoi villaggi, le sue spiagge, le sue zone boscose e montuose. Tutti i militari attendevano, a Rodi, dopo la notizia dell’Armistizio. Ordini. Riferisce Girolamo Sotgiu: ‘La situazione dal punto di vista militare era tutt’altro che chiara; il comando di reggimento non era stato nemmeno in grado di dare conferma dell’Armistizio… I generali non c’erano e gli ufficiali superiori forse impegnati a colmare la disillusione per gli avvenimenti e il senso di smarrimento e di solitudine dinanzi a quella che poteva sembrare una oscura decisione presa da Badoglio, a centinaia di chilometri di distanza’. (…) Molte ore dopo arrivano gli ordini di non prendere iniziative di atti ostili contro i germanici. Campioni ricevette il dispaccio nel cuore della notte…”. L’11 settembre, l’ultima delle cinque giornate di Rodi, porta dolorosamente alla resa. Lasciando sbalordito l’Ammiraglio Campioni, che sarà prima deportato nei lager tedeschi e, riportato in Italia, fucilato anziché essere riconosciuto praticamente come eroe.
Quanto avviene nei mesi seguenti alla piccola comunità ebraica rodiota sarà analogo, costretta a sopportare il consueto teatro della diffamazione e della menzogna, fino a renderla odiosa a tutti. Per quanto difesi da numerosi bravi cittadini, gli ebrei dovettero fuggire oppure rimasero schiacciati dalla macchina mostruosa dei tedeschi i quali, anziché andarsene, continuarono a mietere vittime e a deportare in Germania migliaia di persone, decimando completamente la popolazione ebraica locale, dopo averne impedito gli studi, il lavoro e averne offeso la dignità religiosa. Divenuti ‘stranieri’, molti ebrei furono espulsi dall’isola “sfuggendo, senza poterlo sapere, alla deportazione e all’annientamento”.Questo dichiarava la sopravvissuta rodiota Clara Gabriel sposata Menascé, deportata insieme alla più sventurata sorella Luna: “Dei campi di concentramento non sapevamo niente. Non vedevamo i tedeschi che erano nell’isola, occupavano i punti strategici. Non si dimentichi che vi erano 47.000 soldati italiani e 9.000 tedeschi. Gli ebrei non hanno tentato di nascondersi. Vivevamo come in un paese libero… non c’erano SS”.
“Ha scritto bene Vittorini a proposito delle Forze Armate tedesche: ‘Non si saprà mai quanti furono gli ufficiali e i soldati italiani assassinati dalla Wehrmacht in violazione delle leggi di guerra. Furono uccisi a sangue freddo…’. Sia l’Ammiraglio Campioni, sia gli ebrei di Rodi, si trovarono di fronte il comandante tedesco Kleemann: fu lui che, con astuzia e perfidia, li trasse in inganno, per poterli più facilmente abbattere, prima il governatore italiano e poi la Comunità ebraica dell’isola. Saranno avviati – Campioni nel settembre 1943 e gli ebrei di Rodi e di Coo nel luglio 1944 -, dall’Egeo ai lager di Polonia”. Dopo la pubblicazione del suo libro, l’autrice ha deciso di devolvere gli utili al Fondo Nazionale Ebraico creando in Israele una foresta, in memoria della comunità annientata, di oltre 10.000 alberi, nella cintura verde che cinge Gerusalemme. Foreste create col contributo di tante persone discendenti di ebrei roditi e no, ebrei e no.
Un libro che è soprattutto un formidabile documento storico colmo di note bibliografiche, nomi di persone e carte firmate a sostegno di ogni minima affermazione; un saggio storico che ha la forza di trascinare l’immaginazione a luoghi e tempi di prima della Guerra, per i quali nostalgia e rimpianto sono le uniche, implacabili, emozioni possibili.

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