Assaf Gavron: «Tra Israele e Inghilterra vi è un conflitto identitario che esiste anche dentro di me»

Libri

di Michael Soncin

«Leggendo i suoi romanzi non ce n’è uno che assomigli all’altro, sono tutti diversi; è dotato di una capacità di giocare e spaziare tra i diversi generi letterari, come con i racconti distopici da scenari futuristici in Idromania, passando a un confronto con l’attualità scottante leggendo La collina, e con il suo ultimo lavoro, dove la differenza risiede nella struttura giallistica, che scava dentro un territorio intimo precedentemente da lui non affrontato».

Queste le parole di Fiona Diwan ad introdurre l’incontro, l’11 dicembre a Milano presso la libreria Verso, con lo scrittore israeliano Assaf Gavron  in tour in Italia per presentare il suo ultimo libro Le diciotto frustate; tra i presenti l’editore di Giuntina Shulim Vogelmann a fare da interprete.

LA “FORTUNA” DI GRAVON È L’ECLETTISMO

Il suo straordinario eclettismo e senso dell’ironia viene fuori dalla diversità delle sue opere letterarie. Gavron, di formazione anglo-israeliana, oltre al ruolo di scrittore e traduttore, suona in una rock band, ha insegnato scrittura creativa e ha lavorato in una start up.

Il passare del tempo, l’invecchiamento, le occasioni perdute e la possibilità di rinascita anche quando tutti i giochi sembrano essere fatti, sono alcuni dei temi presenti nel suo ultimo lavoro, che ruotano attorno alla vicenda tra il 1946 e il 1948, e di quel momento storico prima della nascita dello stato di Israele.

Nei suoi libri – oltre a non esserci un apparente autobiografismo -, ha sempre affrontato temi di attualità, come il terrorismo e il problema della scarsità dell’acqua; quest’ultimo invece sembra un romanzo che non ha nulla a che vedere col quotidiano. È effettivamente così? «Nei miei scritti – racconta a Bet Magazine Assaf Gavron – non vi è autobiografismo, ma nel mio prossimo lavoro ci sarà un’inversione di rotta, anche se al contempo nei miei personaggi come ad esempio in Eitan e in Lotte si può trovare lo scrittore. Apparentemente non è una storia che parla di attualità, ma si svolge al presente in diverse località d’Israele, Tel Aviv una fra tutte, riferendosi però ad eventi storici del passato e a tutto cioè che rimane e resiste nella memoria delle persone da quei tempi ad oggi».

L’INFINITA DIATRIBA TRA ISRAELE E INGHILTERRA

Per Gavron l’importante è che il romanzo avesse luogo in Israele in due periodi precisi, quello degli anni prima della fondazione in cui tutto è iniziato ed oggi, che è il risultato delle lotte e dei sacrifici del passato; una contrapposizione in quanto, come lui stesso afferma: «Dagli anni della nascita dello Stato di Israele a oggi esistono più mondi contemporaneamente, la Tel Aviv di allora non era la stessa di oggi», ovvero una metropoli nella sua meravigliosa contemporaneità, dove Eitan, attraverso il lavoro di tassista, riesce a carpire in pochi secondi la personalità dei suoi clienti, in una città come Tel Aviv in cui nella sua macchina sale ogni giorno il mondo intero.

Oltre a far sbellicare dalle risate, in questo libro, anche se in maniera leggera, vien fuori il dissidio tra Israele e l’Inghilterra. L’idea di tirar fuori una diatriba dimenticata ma che è ancora sotto traccia nell’attualità – perché comunque agli inglesi sembra che Israele continui a non piacere – ci spiega che nasce da una questione intima perché i suoi genitori (arrivati in Israele diversi anni fa) sono inglesi e lui stesso ha vissuto per molti anni in Inghilterra.

«Questo conflitto identitario si trova anche dentro di me, motivo per il quale ho voluto trattarlo; se c’è un periodo in cui ebrei e inglesi si scontrano, è proprio durante il mandato britannico, in particolare tra il 1945 e il 1948, duranti il quale la violenza e i drammi sono arrivati ad un apice incredibile, e non è che gli inglesi siano arrivati in India, in Africa o in Palestina per portare la proprio civiltà ma per sfruttare a proprio vantaggio questi territori. Comunque, anche se solitamente i bambini in Israele imparano che gli inglesi erano gli oppressori e noi gli oppressi, la questione è molto più complessa».

PERSONAGGI AGLI ANTIPODI

Lui (Eitan) un quarantenne colto e laureato, che ha scelto di fare il tassista perché guadagna di più, lei (Lotte) un’anziana di ottant’anni ancora molto cool e molto sexy, uniti da una profonda amicizia.

Dalla riflessione dello scrittore si comprende che la scelta di un protagonista anziano è nata con l’intenzione di far parlar la storia attraverso persone che vivono ancora fra noi, testimoni di eventi realmente accaduti, portandoci a riflettere sul loro vissuto e su cosa oggi ne rimane.

«Bisogna calmare gli animi – ironizza Gavron- perché non c’è attrazione fisica tra i due, solo un po’ di flirt, tra loro nasce un forte rapporto d’amicizia e proprio perché viene annullata questa possibilità sessuale; grazie a lei, lui riuscirà a realizzare la sua passione per l’investigazione, essere un detective, perché è Lotte a fornirgli il caso. L’esperienza di Lotte insegna molto a Eitan, sulla vita in generale e soprattutto sull’amore, e lui rimane molto impressionato dalla sua storia».

 

LO SCRITTORE DEVE AVER UN RUOLO SOCIALE?

Gavron ci ha abituati ad un impatto molto forte con l’attualità, ciò nonostante, gli scrittori israeliani delle generazioni precedenti hanno lamentato un certo disinteresse per i temi sociali e politici negli scrittori più giovani. Com’è possibile in questa Israele riuscire a restituire da scrittore una complessità ma anche una pressione dovuta agli scenari circostanti? Questo ha un senso anche quando uno scrittore inventa scenari distopici, poiché racconta sempre la realtà. Vien spontaneo chiedergli se secondo lui esiste un ruolo sociale dello scrittore oggi. «Non credo che esista un ruolo dove tu debba esprimere le affermazioni politiche, io personalmente sento di avere una necessità personale di parlare di certe cose e lo faccio in modo letterario, non politico; se scrivo di un attentatore palestinese, cerco di comprenderlo come persona e se scrivo di un colono cerco di comprenderlo in quanto essere umano. Come persona e non come scrittore, ho delle opinioni. Penso e scrivo articoli a riguardo, per me è importante far sentire la mia voce. La generazione precedente alla mia aveva una posizione dominante sia dal punto di vista letterario sia politico; quella di oggi è più diversificata ed eclettica, ma credo che tutti insieme riusciamo a raccontare gli scenari della società in cui viviamo». Tra gli scrittori di oggi cita  Ayelet Gundar-Goshen, la quale nei suoi libri parla spesso di questioni di grande attualità come gli immigrati, le fake news e il movimento del “Me Too”.

Data la parabola variegata, caratteristica peculiare di Gavron, cosa dobbiamo aspettarci dal suo prossimo lavoro? «Il prossimo libro è quello che si avvicina di più a qualcosa che mi riguarda personalmente,  parla di quattro amici e si svolge nell’arco di 40 anni, ognuna delle sei parti racconta di un’età diversa, con uno stile differente. Non riguarda solo la storia dei personaggi ma anche del villaggio dove sono nati, vicino a Gerusalemme».

 

Assaf Gavron, Le diciotto frustate, traduzione di Shira Katz, Giuntina, pp 270, euro18,00, ebook 9,99

 

Nella foto, da sinistra: Fiona Diwan, Assaf Gavron, Shulim Volgemann, durante la presentazione alla Libreria Verso di Milano

 

 

 

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