Miriam Camerini alla Claudiana a parlare di donne nell'ebraismo

Seminario sulle donne nelle fedi, incontro con Miriam Camerini alla Claudiana

Eventi

di Ilaria Ester Ramazzotti
“Donne nelle chiese e nelle comunità di fede: qualcosa da cambiare”? Questo il titolo del seminario articolato in quattro incontri che SAE, Segretariato Attività Ecumeniche, in collaborazione con il Centro Culturale Protestante, ha organizzato alla Libreria Claudiana di Milano. La prima sessione, proposta lo scorso 10 febbraio, ha visto la partecipazione di Miriam Camerini, regista teatrale, attrice e studiosa di ebraismo, iscritta al primo corso rabbinico aperto anche alle donne nel mondo ortodosso, intervenuta sul tema delle donne nelle comunità ebraiche. L’evento è stato introdotto da Elza Ferrario del SAE di Milano e moderato da Samuele Bernardini della Libreria Claudiana.

“Il tema delle donne è alla base del palinsesto dei temi e degli eventi proposti dal Comune di Milano quest’anno – ha introdotto Elza Ferrario -, e con piacere proponiamo il nostro seminario dal titolo che parla specificamente delle donne nelle chiese, perché pensiamo che ne siano profondamente parte. Parlare di donne nelle chiese significa infatti entrare in profondità nelle strutture delle comunità di fede delle chiese stesse. Come la teologia della liberazione ha finito per liberare la teologia, così anche parlare di donne nelle chiese può essere un modo per liberare le stesse comunità e le stesse chiese dagli stereotipi dalle incrostazioni sedimentate in secoli e millenni di storia. Ma è anche un buon tema di cui parlare in un incontro ecumenico e di dialogo interreligioso”. “Oggi è Tu Bishvat, Capodanno degli alberi nell’ebraismo, e   la natura che si rinnova è una bella metafora per introdurre i nostri lavori sulla presenza delle donne nelle fedi e sulla loro richiesta di rinnovamento nella fedeltà”. 

“La mia è una voce fuori dal coro – ha iniziato Miriam Camerini -. Esistono oggi donne rabbine nel mondo dell’ebraismo Reform e Conservative, in particolare a partire dagli anni Sessanta in Inghilterra, Germania e Francia, ma quasi non ne esistono nell’ebraismo ortodosso”. Solo negli ultimi tempi sono sorte iniziative e idee finalizzate a mettere in campo non solo corsi di studio di livello rabbinico per donne ortodosse (già possibili nell’ebraismo ortodosso), ma anche all’ottenimento di un titolo ufficiale, di una semikhah.

Nel 2009, ad esempio, “alcune donne ortodosse di New York hanno creato la Yeshivat Maharat, una scuola rabbinica che forma donne intenzionate a servire la loro comunità come leader spirituali, la cui formazione sia pari a quella di un rabbino uomo, ma che alla fine del percorso di studi dà un titolo non uguale, in modo da non urtare le regole ortodosse. È un primo passo di sostanza, ma non di forma: formate ma non nominate rabbine, possono svolgere un ruolo informare”. La possibilità di dare il titolo di “rabbà” o “rabbanit” ha infatti suscitato discussioni accese con il Rabbinical Council of America e con l’Orthodox Union. “Capita spesso che si dica alle donne che sono migliori degli uomini – ha fatto notare Miriam Camerini -, ma per molti l’importante è non dire mai che sono pari all’uomo”.

“Anche in Israele tutto ciò che non si conforma alle regole non rientra nell’ortodossia, seppur in molte comunità ci siano donne che svolgono ruoli informali”. Corsi di studio, gruppi intellettuali o scuole con rabbini uomini che vogliono studiare anche con le donne sono sempre di nicchia. In primis, spiega Miriam Camerini, la Yeshiva aperta a donne e uomini Pardes Institute di Gerusalemme, che è stata diretta da Rav Landes, ha nominato nell’estate 2016 le prime otto donne rabbino”. Poiché solo un rabbino può nominare un altro rabbino, conferendogli la semikhah, serve ancora che sia un uomo a dare il titolo a una donna. “Il Pardes Institute riunisce ebrei di ogni corrente, ortodossa o altro, senza denominazione. Basandosi su una conoscenza personale, Rav Landes si è preso la responsabilità di fare una cosa che nessuno aveva mai fatto prima: ha ordinato delle rabbine. Alcune di loro fanno le insegnanti, come già facevano prima, ma il fatto che abbiano avuto il titolo di rabbino suscita scompiglio nell’ebraismo ortodosso”. La stessa scelta del nome da dare al titolo ortodosso femminile non pare semplice, nemmeno nella scelta fra due possibili femminili grammaticali: Rabanit è già in uso nel mondo ortodosso per indicare la moglie di un rabbino, mentre Rabbà può apparire non ortodosso. Ad ogni modo, l’anno successivo alle ordinazioni delle donne rabbino, Rav Landis ha perso la carica di direttore dell’istituto Pardes, che a sua volta ha perso donazioni. “Non se l’aspettava, credeva che i tempi fossero oramai maturi”, ha precisato Miriam Camerini. In effetti, nell’ortodossia ebraica non è espressamente vietato a una donna di diventare e essere nominata rabbino, tuttavia, “non era mai stato fatto prima”. Intervistato sul tema tempo fa, Rav Landes ha dichiarato: “Molti anni fa, da giovane, ero contrario alle donne rabbino, perché… non me lo ricordo più”!

Le cose si complicano ulteriormente nella preghiera pubblica. La donna non fa parte del minyan di dieci persone necessario per leggere la Torà, non ha l’obbligo della preghiera perché non è obbligata ai precetti positivi legati al tempo, quindi non può ‘fare uscire d’obbligo’ un uomo che non reciti autonomamente la preghiera e, questione non da poco e ancora più complicata, la sua voce è considerata come nudità. Eppure “dobbiamo trovare dei modi rimanendo dentro i principi normativi – ha evidenziato Camerini -. Ci sono rabbini che oggi cercano questi modi”. Possiamo prendere come appoggio l’esempio talmudico del “sordomuto”: nei secoli passati era escluso perché non gli era possibile imparare e studiare. Ma oggi certamente non è più così. Allo stesso modo la donna del passato, la Ishà di ieri, era una persona che spesso non sapeva nulla, che non usciva di casa, che non studiava. Ma oggi è diverso è può farlo. Come nel caso del sordomuto citato nel Talmud. 

Più spinosa è la questione della voce femminile, ritenuta altresì strumento di seduzione. “La vera domanda è se la voce sia necessariamente seduttiva o solo potenzialmente – ha proposto -: una donna che svolge la preghiera pubblica, o che la Torà, sarà necessariamente distraente o si può decidere assieme, uomini e donne, di non lasciarsi distrarre, ma solo condurre, magari affascinare, e godere in maniera positiva e costruttiva della piacevolezza di una voce bella”? Una voce che comunque nel coro si confonde fra le altre.

Sulla questione della tefillà e della lettura della Torà da fare pubblicamente, può illuminarci il modello del partnership minyan del gruppo Shiarà Chadashà, diffusosi a partire dal 2002 prima a New York e a Gerusalemme. Si tratta di un minyan doppio, composto da dieci uomini e da dieci donne comunque separati da una mechitzà, che seguono insieme la liturgia ortodossa consentendo al contempo alle donne di dirigere parti della preghiera e di leggere la Torà. “Questo implica anche una struttura architettonica particolare, in cui le donne non siano relegate in spazi angusti. “Bisogna essere creativi anche con lo spazio”. 

“Serve volontà politica, la volontà di scavare nella Halachà e nella tradizione per trovare soluzioni”, sottolinea. “Il passo successivo – ha scritto Camerini su Joimag.it – è stato l’apertura da parte di due autorità dell’ortodossia moderna israeliana, Rav Daniel Sperber (Università di Bar Ilan) e Rav Herzl Hefter (Yeshiva University, Yeshivat Har Zion [intervenuto sul tema lo scorso 8 dicembre al Teatro Franco Parenti di Milano]) del Beit Midrash Har’El a Gerusalemme sud, un programma di studi “misto”, aperto a uomini e donne assieme, che accoglie ogni anno quindici studenti interessati alla ordinazione rabbinica a fronte di un programma intenso di studio tradizionale (Mishna, Talmud, Shulchan Aruch e tutte le fonti normative). Chi scrive è la prima donna iscritta dall’Italia, il percorso è appena iniziato, ma una cosa la può già dire: raggiungere i propri traguardi, poter essere nella posizione di aiutare il prossimo nel ruolo in cui si può dare il meglio di sé è indubbiamente un diritto umano fondamentale e inalienabile”.

Ma le donne ufficialmente ordinate rabbine dove lavoreranno, sempre ufficialmente e non in ruoli informali? “Si vedrà l’evoluzione nei prossimi decenni, ad oggi sono poche queste donne nelle comunità ortodosse”. Spazio al futuro, quindi. E di altri temi di ancora più difficile discussione, come le donne giudici nei tribunali rabbinici, dove per l’ortodossia non possono nemmeno essere accettate come testimoni, ci si aggiornerà un domani. Oggi, secondo questa linea, l’obiettivo è nominare rabbine ortodosse.

 

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