Jerusalem Design Week

Milano-Gerusalemme, creatività e design in prima visione

Eventi

di Marina Gersony

Israele è il Paese ospite del Milano Design Film Festival 2017, con documentari e film a tema. Un importante sodalizio tra creatività, talenti, progetto. Parla Chen Gazit, direttrice della Jerusalem Design Week

Si chiama Chen Gazit e vive a Gerusalemme da dieci anni. Dopo una laurea in scienze sociali e un master in Education Facilities management, oggi dirige l’Hansen House, l’innovativo centro dedicato al design, ai media e alla tecnologia per RAN Wolf Urban Planning and Project Management, situato nel bellissimo quartiere di Talbiye a Gerusalemme. Ex ospedale per lebbrosi, l’Hansen House risale al 1887 ed è stato ripristinato nel corso degli anni e riaperto al pubblico nel 2014 offrendo mostre, proiezioni, studi informatici, elettronici, laboratori, programmi di studio e altro ancora.

Chen Gazit è anche la nuova direttrice della Jerusalem Design Week (JDW), la settimana israeliana andata in scena lo scorso giugno dedicata al design e legata a tematiche di attualità, alle tensioni sociali e al recupero dell’identità, con una riflessione anche di carattere politico. Affiancata da Ran Wolf, fondatore di JDW, da Anat Safran, direttore artistico, e da Tal Erez, curatore, la giovane e appassionata manager può contare su una straordinaria squadra ricca di idee e progetti stimolanti. L’abbiamo incontrata in occasione del Milano Design Film Festival (MDFF), fondato da Antonella Dedini e Silvia Robertazzi, ormai alla sua quinta edizione, che si è svolto con grande successo di pubblico a Milano l’ottobre scorso. Israele ha partecipato con cinque film promossi da MDFF e accompagnati da talk, workshop a tema e proiezioni di titoli israeliani a cura della Jerusalem Design Week.
«La JDW è nata nel 2011 come apice delle attività offerte al pubblico da Hansen House. Quello che è partito come un piccolo evento locale è cresciuto in modo incredibile e nel 2016 e si è trasformato in un grande evento internazionale che vanta una serie di mostre e un intenso programma legato al design esplorativo e innovativo», ha dichiarato Chen Gazit, spiegando inoltre che si chiama Jerusalem Design Week e non Israel Design Week perchè «si tratta di un evento singolare in Israele e unico su scala mondiale. Finanziato da fondi pubblici, si è profondamente radicato nella città di Gerusalemme che è fonte d’ispirazione grazie ai suoi luoghi e alle sue atmosfere. Un evento che rafforza l’immagine e lo slancio creativo stesso della città regalandole qualcosa in più una volta conclusa la settimana. Gerusalemme è davvero un laboratorio per un test sociale globale. Per questo la settimana di progettazione porta il suo nome.

È più difficile organizzare progetti artistici a Gerusalemme o a Tel Aviv?
Potrà sorprendere, ma non lo è. Gerusalemme è molto ricettiva nei confronti di eventi legati alla cultura, resi possibili dai finanziamenti pubblici Un’opportunità incredibile, con un approccio sperimentale e innovativo. Comune, città e cittadini sono molto reattivi, il pubblico è attento e aperto.
Quali sono i temi che possono essere meglio affrontati attraverso il design?
Sappiamo che il design svolge un ruolo sociale significativo per come è strutturato. Risponde alle realtà della vita quotidiana e offre soluzioni concrete e riflessioni in proposito. In Israele – e in modo particolare a Gerusalemme – esistono numerose complessità sociali e il design può svolgere un ruolo fondamentale nell’affrontarle.
Il design ha molto successo in Israele…
Sta diventando un polo di attrazione, si sta sviluppando in modo esponenziale. Sappiamo che il nostro ruolo è agire come cliente e come piattaforma per il design israeliano che guarda alle proprie risorse culturali e sperimenta il ruolo che può svolgere nella società.
Chi sono gli artisti e designer israeliani più interessanti del momento?
Difficile rispondere. Ci sono talenti incredibili in Israele. Quando interagiscono con le forti domande locali emergono risultati sorprendenti. È difficile individuare un solo progettista o dei progettisti. Preferiamo piuttosto rappresentare il design israeliano come l’insieme di un unico fenomeno in crescita che nasce e si basa sulle particolari situazioni locali, le più complesse e interessanti al mondo.
L’Italia ha qualcosa da insegnare in materia di design?
L’Italia e Milano sono un faro nella cultura del design un centro di irradiazione che guida il discorso globale in fatto di progettazione. E non solo grazie ai talenti del design italiano e alla sua ricca storia innovativa, ma grazie alla sua capacità di essere uno snodo per tutta la scena europea. Come l’affascinante collaborazione tra JDW e MDFF. Quest’anno siamo stati onorati di essere ospiti del Milano Design Film Festival e di presentare due film sui progettisti israeliani; lo scorso giugno abbiamo ospitato in Israele i curatori di MDFF che hanno presentato diversi film nella JDW. È stato solo l’inizio di una grande partnership che speriamo si espanda e diventi una tradizione di connessione tra i due festival.
Quali sono programmi per le prossime edizioni di Gerusalemme Design?
Per il 2018 il nostro tema sarà la conservazione. In tempi di rapidi cambiamenti, dove il futuro sembra sempre più incerto e fuori dal nostro controllo, ci preme guardare al passato, alla ricerca di ciò che è noto e familiare. Non a caso assistiamo, a livello politico, a una crescita significativa di tendenze conservatrici. Non solo: le questioni legate alla conservazione sono oggi al centro del dibattito anche in ambito ecologico, sociale e culturale. Crediamo che il design abbia un ruolo importante in questo senso e possa contribuire molto alla comprensione, alla forma e all’attenzione nei confronti di questi temi. Il nostro programma si preannuncia denso e con molte collaborazioni istituzionali ma anche internazionali ed emozionanti, come le mostre di Accademia. Credo che sarà una settimana versatile e attraente in grado di affermarsi sulla scena israeliana e internazionale.

 

Architettura sociale e del kibbutz

Bickels (Socialism), il film di Heinz Emigholz
Si intitola Bickels (Socialism), il film girato dall’artista, scrittore e produttore tedesco Heinz Emigholz in Israele nel 2015; un film che ripercorre la storia di 22 edifici disegnati dall’architetto-ingegnere Samuel Bickels, nato a Lwów (Lemberg), in Galizia, nel 1909 e scomparso nel 1975.
Il film si apre con un prologo che parte da Casa do Povo a São Paulo, Brasile, esempio di architettura sociale, centro culturale e icona del movimento operaio e del popolo ebraico emigrato in Sud America. La maggior parte di questi edifici sono kibbutz. Scorrono le immagini: sale da pranzo, case per bambini, edifici agricoli, strutture luminose, tutti inseriti in un paesaggio mediterraneo con grande ingegno, visione e creatività. Molti di questi edifici sono ormai vuoti o sono stati ripristinati in modo esemplare; essi raccontano quel lento declino legato agli ideali socialisti che incarnano. Costruzioni che ci parlano di una cultura periferica e minore, forse defilata, ma tesa a creare una civiltà evoluta e sana; costruzioni nella periferia del movimento del modernismo, dove lo spostamento e l’immigrazione hanno impiantato i semi di un’architettura sociale in Israele e in Brasile. Ogni edificio ha una sua storia, una sua anima, una variabile, una particolarità. Alcuni ancora funzionano, altri sono rovine, ma si percepisce il coinvolgimento con la comunità, la stessa che si respira a Casa Povo. Ma attenzione: non si tratta di un film teso a riscostruire ciò che è stato il passato, bensì è il racconto di quanto questi edifici hanno accumulato e assorbito nel tempo: polvere, violenza, emozioni, vissuti, orrori, risultati, fallimenti, un caleidoscopio di energie che hanno lasciato le loro inesorabili tracce. In appendice del film l’opera dell’artista Meir Axelrod dalla Crimea degli Anni 30. Racconta la tragica storia del kibbutz-kolkoz Vio Nova, dal mandato britannico allo stalinismo, prima di essere chiuso del tutto sotto l’occupazione tedesca.

© Foto: Dor Kedmi

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