La Via Lattea nello spazio

L’ebraismo e altre forme di vita extraterrestri: un dibattito

Eventi

 di Michael Soncin

“C’è vita su Marte? L’ebraismo e la possibilità di vita sugli altri pianeti”. È il nome della conferenza tenutasi la sera di giovedì 4 marzo su zoom, organizzata dalla Comunità Ebraica di Pisa e dal MEIS -Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah. A parlare della possibilità di forme di vita extraterrestri e di come il mondo ebraico possa vedere tale prospettiva è stato Rav Gianfranco Di Segni, biologo presso l’Istituto di Biologia Cellulare e Neurobiologia del CNR – Consiglio Nazionale Delle Ricerche. L’evento fa parte di un ciclo di lezioni dedicate alla memoria di Rav Giacomo Augusto Hasdà, (1869-1943), rabbino di Pisa deportato e ucciso ad Auschwitz. Tra i partecipanti vi erano anche Rav Amedeo Spagnoletto, direttore del MEIS e Maurizio Gabbrielli, presidente della Comunità Ebraica di Pisa.

Studiare la Torah, sempre, anche se tramite spunti apparentemente ‘inconsueti’

Le esplorazioni spaziali sono ormai all’ordine del giorno, le nuove tecnologie ci hanno permesso di individuare centinaia di pianeti – seppur lontanissimi da noi e al momento impraticabili – con caratteristiche simili alla Terra, tali da renderli dei potenziali candidati ad ospitare forme di vita. È quindi lecito chiedersi se al di fuori del nostro pianeta esistano effettivamente altri viventi. “Si tratta di un tema assolutamente pertinente, specialmente in un momento in cui le indagini su Marte diventano sempre più consistenti. Di spunti ce ne sono molti, pensiamo all’ebraismo quando crea una relazione con gli esseri celesti, pensiamo anche alla Cantica di Deborah, nel libro dei Giudici e alla possibilità che ci sia vita negli astri esterni alla Terra”, commenta Spagnoletto. “Uno dei precetti fondamentali dell’ebraismo è quello di studiare la Torah e speriamo che questa iniziativa sia un’occasione per farlo, anche tramite spunti inconsueti”, ha affermato Gabbrielli.

Il paradosso di Enrico Fermi

 “Per parlare di questo argomento partirei da un paradosso attribuito al premio Nobel per la fisica Enrico Fermi (1901-1954): Se l’Universo brulica di alieni, dove sono tutti quanti?”. Questo è il punto di partenza attraverso il quale si snoda il ragionamento di Rav Di Segni, per rispondere alla domanda che non solo il celebre scienziato italiano, ma che forse tutti noi ci siamo chiesti almeno una volta nella vita. È risaputo che tanti al solo pensiero sghignazzano, altri invece trovano inesistenti motivi, atti solo al mero irrazionale piacere di volerci credere. Per rispondere a tutti anche alle due categorie menzionate, Di Segni ci parla fornendo dati concreti, fatti di numeri.

“Soltanto nella Via Lattea – la galassia a cui appartiene il nostro sistema solare – ci sono tra le 200 e 400 miliardi di stelle, ed è probabile che facendo un calcolo statistico ci siano dei pianeti adatti ad ospitare la vita. Si tratta di una concezione comune tra gli scienziati, soprattutto fra gli astronomi.

Può essere improbabile ma quando ci sono centinaia di candidati, secondo alcuni studiosi diventa quasi sicuro. Ovviamente ci si riferisce a pianeti che soddisfano determinate condizioni: non troppo distanti dalla stella attorno a cui ruotano, di dimensioni né troppo grandi né troppo piccole, con determinate caratteristiche chimico-fisiche”, illustra Di Segni.

La Via Lattea è solamente una delle tante: secondo uno studio pubblicato su Astrophysical Journal, esisterebbero almeno 2 bilioni ovvero 2000 miliardi di Galassie nell’Universo. Moltiplichiamo le centinaia di miliardi di stelle di una singola galassia, dotate di milioni e milioni di pianeti, per il numero totale di galassie. Abbiamo a che fare con un numero alquanto sbalorditivo. “Quindi, ritornando ad un altro punto del paradosso attribuito a Fermi, se ci sono così tanti candidati ad ospitarli perché non li abbiamo ancora visti sulla Terra? Innanzitutto, devono avere sviluppato una tecnologia adatta ed una distanza fattibile per poter inviare dei segnali. Se i fisici e gli astronomi fanno un’ipotesi basandosi su calcoli statistici e probabilità, i biologi che studiano la vita, sono invece più scettici – pur non escludendola come possibilità”, precisa Di Segni. Effettivamente il problema della distanza è da considerare. Lo scenario del cielo stellato che abbiamo di fronte, ce lo dice chiaramente, come Proxima Centauri, la stella a noi più vicina, distante 4,2 anni luce. Tutto quello che vediamo è tra l’altro frutto del passato ed è in relazione agli anni che la luce impiega per arrivare fino da noi; per esempio, la luce con la quale il Sole illumina il nostro pianeta è quella di circa 8 minuti fa, il tempo che impiega per percorre il tragitto fino a noi.

Potrebbe rappresentare un problema per la Torah?

“Secondo – spiega Rav Di Segni – la posizione ebraica tradizionale, ed in particolare di coloro che non sono molto addentro alle questioni scientifiche, non è un problema che ci siano forme vita extraterrestri, finché si parla di ‘esseri inferiori’, rispetto agli uomini, come batteri e piante; mentre, il fatto che possa esserci l’uomo su altri pianeti, metterebbe in discussione quello che c’è nella Torah. Perciò se il problema è con alcuni testi sacri, come possiamo risolverlo? Norman Lamm (1927-2020), il più illustre rappresentante dell’ortodossia moderna, attento alle questioni scientifiche, nei suoi scritti ha trattato la possibilità della vita extraterrestre da una prospettiva ebraica”. Per Lamm come spiega Di Segni “se l’ebraismo o qualsiasi posizione religiosa si rifiuta di considerare una teoria solo perché mette in discussione i testi sacri, allora la Torah non sarebbe una Torah di verità, nascondersi davanti ai fatti sarebbe come distorcere la verità per farla diventare un mito. Giordano Bruno aveva parlato dell’idea della pluralità dei mondi oltre il nostro, che potevano essere alquanto migliori, o alquanto peggiori, ed era proprio una fra le varie cose che la chiesa cattolica ha ritenuto essere un’eresia”.

Come risolvere il problema delle contraddizioni? Ce lo dice Maimonide

Nel corso della conferenza uno dei personaggi più noti e importanti dell’ebraismo citati da Rav Di Segni è senza dubbio Maimonide (1138 – 1204). Egli affermò che se una teoria venisse provata aldilà di ogni ragionevole dubbio da delle evidenze che oggi chiameremo scientifiche, andando in contraddizione con il Tanakh, quello che dovremmo fare risiederebbe nel trovare il modo di aggiustare queste contradizioni, interpretando i testi nella maniera più consona, come già facciamo con altri testi.

 

Abraham Isaac Kook (1865-1935), – prosegue Di Segni, parlando di un altro personaggio chiave del mondo ebraico – primo rabbino capo d’Israele, disse che non siamo obbligati a smentire le teorie scientifiche o opporsi ad esse, perché lo scopo principale della Torah non è raccontarci dei semplici fatti, quello che conta è il significato interiore. L’inizio di Bereshit è il regno della parabola, dell’allegoria, dell’allusione, il vero significato di quel verso va ricercato nell’ambito dei segreti della Torah, oltre il senso piano del testo”.

 

“Potrebbe mettere in discussione la nostra unicità? È la domanda – conclude Di Segni – che si sono posti diversi pensatori ebrei. Ma chi dice che noi siamo unici? È vero che la possibilità che possano esserci altri esseri intelligenti in altri mondi, potrebbe in qualche maniera porci dei problemi, ma questo non deve preoccuparci. Noi non siamo mai stati soli. Anche nella discussione talmudica ci sono dei problemi che sono rimasti irrisolti”.

(Foto: Via Lattea, ilsuperuovo.it – Abraham Isaac Kook, Wikipedia)

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