Giornata europea della Cultura: Rav Arbib racconta il sogno della Comunità

Eventi

di Ester Moscati

Il Sogno di una Comunità: essere un popolo che ha qualcosa da testimoniare, una missione, un obiettivo comune. L’essenza dell’identità tra radici e futuro.

 

Il Sogno nell’ebraismo, il sogno degli ebrei e per gli ebrei, il sogno nella società con i suoi molteplici significati e valenze. La comunità ebraica di Milano ha scelto una via non scontata per presentarsi alla Città in questa Ventesima edizione della Giornata europea della Cultura ebraica. Dopo i saluti introduttivi del Presidente Milo Hasbani, dell’assessore alla Cultura Gadi Schoenheit e della sua vice Pia Jarach, gli interventi istituzionali dei rappresentanti di Regione Lombardia, sponsor dell’evento, e del Comune di Milano nelle persone del Sottosegretario Rizzi e l’assessore Granelli, la prima lectio è stata quella del Rabbino Capo Rav Alfonso Arbib.

“Il Sogno di una comunità è argomento complesso e complicato, parziale e interrotto, perché così è  una comunità… ma partiamo dai testi. La Torà, nel libro dei Numeri parla di una delle tante ‘lamentele’ di cui il popolo ebraica si rende protagonista, ma è una lamentela particolare che avrà un esito tremendo, drammatico, che impedirà addirittura a Moshé di entrare nella Terra di Israele. Il popolo si lamenta perché non ha acqua. Vaga da quarant’anni nel deserto e sembra abbastanza normale che senta questa mancanza, ma Moshé si arrabbia come mai aveva fatto prima, neppure di fronte al peccato del Vitello d’oro. Risponde al popolo con molta durezza: ‘Ascoltatemi bene!’ tuona”. Ma che cosa ha fatto arrabbiare così Moshé? La Torà usa due parole per indicare la “comunità”: khal e edà. Il khal  è un gruppo di persone che si riunisce insieme, e così si presentano di fronte a Moshé per lamentarsi, mentre una edà è qualcosa di diverso, di più complesso e profondo.

Edà – spiega Rav Arbib – deriva dalla radice ED che significa ‘testimone’ e anche dalla parola YEHUD che indica ‘missione, obiettivo da raggiungere’. Una edà quindi  un gruppo di persone che ha una testimonianza da portare, una missione da compire, un obiettivo comune da raggiungere. Moshé si arrabbia profondamente perché di fronte a sé vede un Khal, non una Edà“.

Ma come si raggiunge, come ebrei, il proprio scopo, come si realizza in Sogno della Comunità?

“Proprio la parashà di questa settimana – continua Rav Arbib – ci dà lo spunto per capirlo. Si parla del precetto di Bikurim (primizie). A Yerushalaim, quando c’era il Santuario, i contadini portavano le primizie come offerta al Tempio. Aveva un significato religioso importante, perché stava a significare che il raccolto non è frutto solo delle fatiche, del lavoro del contadino, ma deriva da Dio. Offrire le primizie era il riconoscimento di questo intervento divino. Quando avveniva questa offerta, il contadino doveva contestualmente fare una dichiarazione: raccontare la storia del popolo ebraico dalla creazione all’edificazione del Santuario. Rav Jonathan Sacks, un Maestro della nostra generazione, chi chiede: che cosa c’entra la Storia con le primizie? Non bastava una lode al Signore per la sua benevolenza? La risposta: perché prima di ringraziare, devo prima sapere e capire chi sono, da dove vengo e qual è il mio scopo”. Sapere, insomma, la mia storia. Se non ho una identità non posso confrontarmi né con Dio né con gli uomini. Lo storico Yosef Hayim Yerushalmi  ha scritto che “Gli ebrei sono l’unico popolo che ha trasformato la Storia in valore religioso”. Quando Moshé chiede a Dio il Suo Nome, Egli risponde “Questo è il mio Nome Eterno, il mio ricordo di generazione in generazione”. Dio è nella Storia. Per questo in una Comunità deve esserci identità, radici: so chi sono, da dove vengo e dove devo andare.

“Anche Churchill diceva ‘Più vedo lontano nel passato, tanto più vedo lontano nel futuro’. Se perdiamo le nostre radici perdiamo la nostra identità. E questo vale per la vita pratica, quotidiana. Nel Talmud i Maestri si chiedono quale sia la mitzvà (il precetto) più importante. R. Akivà risponde: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Un altro Maestro dice invece: L’offerta quotidiana al Tempio. Perché? Perché è un atto concreto, una mitzvà pratica. Il fondamento dell’ebraismo è il Fare, l’Azione. ‘Dietro alle azioni vengono i cuori’ dicono i Maestri”. Insomma, non c’è modo migliore per amare il prossimo che aiutarlo concretamente.

Una Comunità si crea con azioni concrete, con atti quotidiani, giorno per giorno. “E’ più importante donare 100 volte 1 che una volta 100 – dice ancora Rav Arbib – Se non c’è quotidianità non c’è Comunità. E questo vale anche per lo studio, che nell’ebraismo è fondamentale. Dalla Spagna alla Polonia, gli ebrei hanno sempre considerato gli studiosi al vertice della società. Un midrash (racconto rabbinico) narra di un uomo che si trova di notte nel deserto. Dal racconto possiamo imparare la differenza tra lume e luce: grazie al lume, l’uomo nel deserto può camminare e evitare ostacoli e pericoli. Ma solo quando sorge il sole, la luce mostra il cammino, la giusta direzione. Il lume è lo studio, la luce è la Torà. Senza lo studio della Torà l’ebraismo non è immaginabile.

Gli ebrei hanno studiato anche quando era proibito, ai tempi dell’imperatore Adriano. Hanno affrontato periodi terribili nella storia, furono cacciati dalla Spagna nel 1492, 100 anni prima dalla Francia, 200 anni prima dall’Inghilterra. Nel periodo della Peste Nera soprattutto in Germania, gli ebrei venivano perseguitati come ‘untori’, accusati di avvelenare i pozzi. Venivano cacciati di città in città e quando potevano fermarsi, avevano solo un permesso di soggiorno temporaneo e arbitrario. Non sapevano se avrebbero potuto fermarsi un mese o un anno… ma ovunque, e questo è straordinario, costruivano scuole, case di studio, sinagoghe. Scommettevano sul futuro e non rinunciavano mai a studiare. Non rinunciavano mai al sogno”.

(I video della diretta Facebook della Giornata Europea della Cultura Ebraica 2019 sono disponibili sulla pagina di Mosaico-Bet Magazine).

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