David Meghnagi ha parlato di Freud

Freud: dai Sogni di una generazione alla Teoria dei sogni

Eventi

di Michael Soncin

Il 7 maggio al Teatro Franco Parenti di Milano, David Meghnagi, ordinario della società psicoanalitica italiana, ha deliziato il pubblico, parlando di Freud, fondatore della psicoanalisi, e del suo operato; delineandolo attraverso una prospettiva ebraica, un punto di vista -secondo Meghnagi- imprescindibile per affrontare uno studio completo del celebre psicanalista.

Sigmund era il suo vero nome? Certo che no; riguardo all’attribuzione dei nomi, ci spiega Meghnagi, i genitori che erano Galiziani assegnano come primo nome da esibire in pubblico Sigismund, un nome che poi lui stesso cambierà in Sigmund; il primo datogli era Shlomo, considerato un nome troppo esposto in quanto era facilmente riconoscibile come ebraico.

“Pochi sapranno che Israele, durante gli anni ’20 – ’30 del Novecento, – racconta David Meghnagi – era il terzo centro per presenza di persone nel mondo dedite allo studio della psicoanalisi: c’erano strutture ‘Torahpeutiche‘, centri psicoterapeutici, dove si mangiava kasher e si studiava la Torah”. Va ricordato che fino al 1907, il gruppo di scienziati impegnato nello studio sulla Teoria dei sogni è interamente composto da personalità del mondo ebraico, eccetto Carl Gustav Jung che era tra le personalità più affermate, più conosciuto dello stesso Freud.

Parlando della sua personalità, pur essendo fortemente permeato di ebraismo, Freud aveva la sindrome “dell’ebreo che si vuole affermare come persona”, universalmente parlando; in quel periodo l’Europa era ancora attraversata dalla teoria dei lumi.

Nel 1870 abbiamo una svolta, il nazionalismo comincia ad affermarsi in maniera violenta nel continente europeo; vi è l’esplosione dei pogrom a seguito dell’uccisione dello Zar, dove in quell’epoca vi era una massiccia presenza ebraica nelle città, fatta di gruppi molto diversi tra loro. “Le identità sono legate ai processi storici – afferma Meghnagi – parlando d’identità ebraica, tutto è legato, come il processo di emancipazione”.

All’epoca in alcune società, per essere accettati o meglio integrati, era richiesta la conversione, in altre di diventare anti-sionista.

“Freud che storia ha? Quella di decine di migliaia di ebrei di quel tempo, che vengono dalla periferia; egli ha sempre parlato della famiglia senza filtri ed in merito ad un sogno che ha come protagonista lo zio con ‘la barba gialla’, arriva alla conclusione che dietro la sua immagine si celano i suoi amici, vuole dirci in sostanza cosa fanno gli esseri umani quando non ce la fanno: si identificano con il potere.”

Lo zio di Freud falsificava la moneta, una delle classiche accuse dell’antisemitismo, tipico stereotipo; motivo per il quale venne arrestato per frode fiscale. Il papà di Freud, che era già anziano, a causa dell’accaduto decise assieme al figlio di lasciare la Galizia. Questo fatto segnerà profondamente l’Io di Freud; lui non vuole fare la fine dello zio e dei suoi colleghi. Qualche tempo dopo diviene professore straordinario, attraverso una raccomandazione, a differenza dei suoi colleghi che, essendo ebrei, non era loro permesso di svolgere il ruolo di professore universitario.

Partendo dal sogno dello ‘zio con la barba gialla’ si arriva poi a quattro sogni romani, tutti concatenati tra loro, dove lui si comportava come Annibale, l’eroe che era riuscito a combattere i romani. Meghnagi spiega che dietro un sogno si nasconde un desiderio e quindi un progetto. Nel sogno di Freud c’è un fiume nero, c’è lui in viaggio per Roma, dove c’è un signore che si chiama Zucker, da Zachor, che in ebraico significa ‘ricorda’. In un altro sogno sempre del periodo romano c’è il figlio: lo vede che è mezzo cieco, e dopo questo sogno, riesce ad andare a Roma. Freud riesce a sciogliere il nodo di Roma e di Gerusalemme. È sognando la fedeltà di Gerusalemme, che lui può andare a Roma. “C’è molta dialettica in tutto questo, – dichiara il professor Meghnagi – quando sogna Gerusalemme e la fuga dall’Egitto, dietro questo sogno c’è la sua partenza dalla Galizia per Vienna dove diventerà un grande scienziato”.

Va inoltre ricordato che la mamma di Freud parlava yiddish e lui doveva darsi una “postura di ebreo emancipato” che non parla il “dialetto degli ebrei”; Meghnagi ci porta anche riflettere che il problema della competizione col padre è un tema presente, quando siamo giovani, siamo guidati dal bisogno edipico di andare oltre, a differenza della fase senile. Ci sono quindi diverse questioni irrisolte legate all’emancipazione, al problema dell’essere ebreo in quel periodo, dovuto all’ascesa dell’antisemitismo.

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