Lo scrittore israeliano A.B. Yehoshua al festivaletteratura di Mantova

Dimenticare aiuta a vivere meglio. La ricetta di Abraham Yehoshua al Festivaletteratura di Mantova

Eventi

di Paolo Castellano
MANTOVA, dal nostro inviato -. Il sole dopo la tempesta che riscalda la platea della Piazza Castello. Lunghe code ai botteghini con la speranza di accaparrarsi un biglietto per ascoltare le parole di uno dei più importanti scrittori ebrei israeliani della nostra epoca. Con queste premesse, sabato 7 settembre, Abraham B. Yehoshua ha presentato insieme al giornalista Wlodek Goldkorn la sua ultima fatica letteraria, pubblicata dalla casa editrice Einaudi col titolo Il tunnel

Il dialogo tra i due relatori è stato accattivante e si è sviluppato non solo sugli argomenti letterari del nuovo romanzo ma anche sull’attuale questione politica israelo-palestinese. 

Il libro

La trama del libro parte dunque dal racconto di una malattia, la demenza senile, che colpisce il protagonista Zvi Luria, un ingegnere stradale israeliano in pensione. L’uomo è da tempo sposato felicemente con la moglie, un’alacre pediatra che offre assistenza al marito per combattere la patologia psico-geriatrica. A proposito della storia, Yehoshua ha sottolineato che non è stato semplice scrivere Il tunnel. Egli ha infatti lavorato 5/6 mesi alla stesura del primo capitolo per carpire il DNA del romanzo. 

«Quando ho incominciato a scrivere il libro, ho compreso che riguardava il conflitto tra cuore e mente. Che ci sono certe cose del cuore che il cervello non comprende subito. Poi la comprensione arriva, come nel caso del protagonista, ma più avanti nella storia», ha sottolineato Yehoshua. 

Zvi Luria si rimette in gioco ed esce dalla comfort zone del pensionamento per andare a lavorare nel sud desertico di Israele. Come ha ricordato lo scrittore israeliano, la metà dello Stato ebraico si trova su un territorio desertico. Rispetto ad altre zone, il sud di Israele è infatti abbastanza sicuro perché “non ci sono palestinesi e nemmeno terre da confiscare”. Attraverso questi elementi narrativi, Yehoshua ha dichiarato di aver voluto scrivere un romanzo che incoraggiasse e sostenesse la potente forza del cuore e del desiderio contro l’inaridimento e lo svuotamento del cervello. Egli ha poi ricordato una frase del fondatore di Israele, Ben Gurion: «Andate nel deserto, a sud, perché lì si deciderà il futuro di Israele».

Come ha osservato Goldkorn, Il tunnel è anche un inno al matrimonio, all’amore coniugale maturo e duraturo. «Sono uno dei pochi scrittori che difendono il matrimonio. Gli altri si concentrano sulle crisi. Penso che il 50% dei matrimoni siano validi e felici. Non ho fatto statistiche. Mi baso solo su quello che mi dicono i miei amici quando chiedo quanto sono soddisfatti del loro matrimonio da 1 a 10. Mi rispondono sempre 10», ha detto lo scrittore, divertendo il pubblico.

Tuttavia, l’ultimo romanzo di Yehoshua è permeato da un sentimento di dolore procuratogli dalla recente morte della moglie. «Mia moglie è morta a metà scrittura del libro. Per 57 anni mi ha supportato psicologicamente. Si è ammalata e dopo due mesi è morta. Per questo motivo ho scritto Il tunnel molto lentamente. Tutta la famiglia è infatti rimasta atterrita dalla sua imminente dipartita. Poi è vero, nel libro c’è molto umorismo, ma c’è anche tanta morte che ne ha influenzato la scrittura».

Il pericolo della ‘troppa memoria’

Goldkorn ha poi chiesto allo scrittore israeliano se in certi casi sia meglio dimenticare per vivere meglio: «Si può considerare la demenza senile del personaggio come un momento di liberazione?»

«All’interno della nostra società riteniamo che la demenza sia una cosa terribile. Non è così. Gli ebrei e i palestinesi dovrebbero imparare a dimenticare. Noi ebrei continuiamo a rivangare la Shoah, l’antisemitismo, a scavare e riscavare nei dolori del passato. Ai palestinesi dico lo stesso: dimenticatevi dell’abbandono delle vostre terre e della Nakba (la catastrofe)», ha sostenuto Yehoshua. Secondo l’autore la “troppa memoria” è diventata pericolosa per i due popoli perché il mondo va troppo veloce e bisogna concentrarsi sulle nuove sfide del futuro piuttosto che proiettarsi continuamente nel passato. Per una seconda volta, ha inoltre elogiato la figura di Ben Gurion che per lui ha rappresentato il vero spirito pionieristico del sionismo. 

I personaggi palestinesi dell’ultimo romanzo appaiono in due situazioni: nel deserto e in ospedale.

Yehoshua ha infatti dichiarato che una convivenza pacifica tra i due popoli si sperimenta già adesso. Quotidianamente medici, infermieri e pazienti ebrei e israeliani si aiutano a vicenda negli ospedali. Inoltre, ogni giorno 200/300 volontari israeliani trasportano i malati palestinesi nelle strutture ospedaliere più vicine per trattamenti specifici come dialisi e chemioterapia. Poi li riportano a casa. «In tutta la storia dell’umanità in guerra non c’è mai stato un rapporto così profondo e intimo tra due nemici», ha spiegato lo scrittore.

Il tunnel, un simbolo di pace

A proposito del titolo del romanzo, Goldkorn ha domandato a Yehoshua quale simbologia si celi dietro al termine tunnel. «Il tunnel è un simbolo che mi ha fatto meditare sulla politica identitaria.  Al giorno d’oggi, accade spesso che l’identità si richiuda su sé stessa: omosessuali contro eterosessuali, bianchi contro neri, nativi contro immigrati. Abbiamo paura della globalizzazione e ci aggrappiamo all’identità per sentirci più al sicuro, cercando di scalzare l’identità degli altri. Le identità sono come delle colline. Facciamo allora dei tunnel che le aprano senza spianarle, dove alberghi un’identità diversa dalla nostra». 

Nella parte finale della presentazione, Goldkorn ha poi accennato alla possibilità di una pace tra israeliani e palestinesi. 

«Il mio caro amico Amos Oz mi diceva che Donald Trump avrebbe portato una soluzione. Io non ero affatto d’accordo con lui perché altri presidenti degli Stati Uniti più assennati di Trump come Clinton, Bush e l’ottimo Obama non erano riusciti a farlo. Perciò col tempo ho cambiato idea. Prima ero convinto che dovessero esistere due stati – uno palestinese e uno israeliano – ora invece non la penso più così. Dobbiamo convincerci del fatto che i palestinesi potranno vivere insieme agli israeliani in un unico stato, con un unica capitale. Impossibile per me dividere Gerusalemme in due parti. La pace ci sarà quando arriverà una soluzione più morale in Terra santa». 

 

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