A Tel Aviv una mostra sull’Operazione Entebbe con documenti inediti

Eventi

di Davide Foa

Entebbe-hostages
Gli ostaggi liberati a Entebbe dal Mossad

Vedendo l’hostess dell’aereo correre lungo il corridoio, Sara si girò verso il marito e disse: “ ci hanno preso in ostaggio”; “tu e le tue idee”, rispose Uzi. Sara e Uzi si trovavano a bordo del volo Air France 139, proveniente da Tel Aviv e diretto a Parigi. Era il 27 giugno del 1976 e Sara aveva ragione.

Oggi, trentanove anni dopo, la storia di quell’aereo, dei suoi passeggeri e soprattutto della loro liberazione, nota con il nome di “Operazione Entebbe”, viene ricordata in una grande mostra al centro “Yitzchak Rabin” di Tel Aviv.

L’esposizione è stata organizzata da Avner Avraham, veterano del Mossad che ha raccolto fonti di vario tipo mai mostrate prima, da lettere scritte a divise militari, per ricordare e ripercorrere una delle più importanti operazioni delle Forze Armate Israeliane. Tra i vari documenti, è possibile leggere il diario di quei giorni scritto da Sara Guter Davidson.

All’apertura della mostra era presente anche il primo ministro Netanyahu; suo fratello, Yonathan, guidò l’operazione e fu anche l’unico militare israeliano ad essere ucciso dai rapitori ugandesi.

“La drammatica operazione di liberazione degli ostaggi a Entebbe ha alzato la statura di Israele nel mondo e ha consegnato agli israeliani un grandissimo orgoglio”, ha dichiarato il primo ministro, sottolineando anche la “terribile disgrazia che ancora porto con me ogni giorno.”

L’esposizione ripercorre in senso cronologico l’Operazione Entebbe secondo due direttrici; da un lato si presenta la vicenda vissuta in Israele e quindi l’evolversi del piano per la liberazione, dall’altro viene ricordata la brutta condizione degli ostaggi in Uganda.

Dopo esser partito da Tel Aviv, l’aereo fece tappa ad Atene. Ripartì quindi per Parigi, ma poco dopo fu dirottato da quattro terroristi, due palestinesi del FPLP e due tedeschi. Come racconta nel suo diario, Sara diede allora ai suoi due figli dei sonniferi, quando però li porse a suo marito Uzi, quest’ultimo li rifiutò.

L’aereo sostò sette ore a Bengasi per i rifornimenti; lì fu liberata una passeggera, Patricia Martell, che successivamente si incontrò a Londra con ufficiali del Mossad, fornendo loro delle prime importanti informazioni. L’aereo ripartì quindi alla volta dell’Uganda, il cui governo appoggiava l’operazione terroristica, e atterrò ad Entebbe.

A quel punto i dirottatori trattennero come ostaggi all’interno di un terminal solo 105 persone, riconosciute come cittadini israeliani o ebrei, rilasciandone 140.

Ninette Moreno, passeggera ebrea canadese, fu liberata; evidentemente il suo cognome non destava, per i rapitori, sospetti di ebraicità. Stando a quanto riportato su un articolo di The Times of Israel, arrivata a Parigi Ninette si incontrò con agenti dell’intelligence israeliana permettendo, grazie alle sue informazioni, la stesura di una mappa del luogo della prigionia, fondamentale per la riuscita dell’operazione di salvataggio.

Essenziali per il piano furono anche una Mercedes e due Land Rover, la prima appartenente a un civile israeliano, le altre due prestate ad un ufficiale del Mossad da benestanti amici di Israele in Kenya. Dopo essere atterrati ad Entebbe con quattro aerei di trasporto, i soldati israeliani misero in scena, con quelle automobili, una finta visita del presidente ugandese Amin. Grazie a questo diversivo, gli israeliani riuscirono ad avvicinarsi al terminal e a portare a compimento quella che sarebbe passata alla Storia come una grandiosa operazione di salvataggio.