Una storia di parole

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Le parole, le espressioni della lingua percorrono sentieri, si muovono, travasano dai contesti che le hanno partorite e viaggiano fino a emanciparsi dal loro significato originario. Percorrere a ritroso questi sentieri, indagare il loro inerpicarsi per la vita delle genti che tale lingua parlano e usano significa tracciarne la vicenda, indagare il loro conoscersi e intrecciarsi, scoprire le vie dell’incontro e, a volte, della sopraffazione o della scomparsa.

Nella lingua italiana esiste un’espressione che ben racconta i viaggi delle parole, si tratta di vocaboli comuni che rimandano ai panni stesi al vento e al sole della buona stagione incipiente, alla frenesia di donne che rinnovavano l’entusiasmo per la primavera e per il nuovo ciclo vitale che si rinnova allo spuntare dei germogli e al prolungarsi delle giornate: “pulizie di Pasqua” infatti è espressione innocua e innocente che narra anche della capacità degli usi, e delle parole che li descrivono, di raccontare un incontro. Con l’arrivo della primavera infatti gli ebrei di tutto il mondo si apprestano alle “pulizie di Pesach”, Pasqua appunto, per togliere tutto il cibo lievitato dal loro possesso, dalle case e dalle cucine, dalle tasche dei pantaloni e dalle stanze dei bambini. In ricordo della biblica fuga degli ebrei dall’Egitto, quando nella fretta non fecero in tempo a far lievitare il pane, per otto giorni è necessario eliminare qualsiasi tipo di cibo lievitato.

Così la memoria dell’attraversamento del Mar Rosso, del passaggio dalla schiavitù alla libertà si rinnova nei gesti quotidiani di pulizie attente, magari all’apparenza maniacali, nella primavera che entra in casa dopo gli odori, i fumi e i freddi dell’inverno. Ma, come spesso accaduto agli ebrei, anche l’espressione “pulizie di Pesach” ha migrato e si è trasformata nelle italianissime “pulizie di Pasqua” o “pulizie di primavera” diffusissime nella pratica del nostro Paese almeno fino agli anni cinquanta.

Ma nel ripercorrere i percorsi della lingua vale volgere l’attenzione a coloro attraverso i quali la lingua diviene letteratura per alcuni e lettura per molti: gli scrittori dunque, e scrittori ebrei. Ma l’albero delle parole a volte non basta perché definire ebreo uno scrittore necessita di parametri complessi e, a volte, sfuggenti. E altrettanto complesso è aggettivarne l’opera. La definizione si può applicare a molti criteri diversi e sembra più facile proporla per associazione di idee o per riflessioni concentriche: così è necessariamente scrittrice o scrittore ebreo colei o colui che scrive in ebraico (caso raro in Italia), o scrive di cose ebraiche, è ebreo per nascita, frequenta la sinagoga, e reca comunque traccia nel proprio lavoro, nelle proprie parole, di quel mondo e di quella cultura come storicamente dispiegatasi. Difficile quindi attribuire aggettivi resta che, comunque la si voglia definire, la presenza “ebraica” nella letteratura italiana contemporanea è massiccia numericamente, importante qualitativamente e diffusa nella cultura dei lettori del nostro Paese.
Una definizione possibile è quella offerta da Giorgio Bassani in alcune pagine del Giardino dei Finzi Contini: l’ebraismo, scriveva, era “qualcosa di più intimo” e, ribadiva anche De Benedetti, “si è spesso trattato di faccende di stretta intimità”.

A tentare almeno alcuni nomi si incontrano autori che hanno contribuito a scrivere il nostro novecento: da Italo Svevo a Umberto Saba, da Alberto Moravia, a Carlo Levi , da Natalia Ginzburg, a Giorgio Bassani, Primo Levi, Alberto Vigevani, Arturo Loria, Antonio e Giacomo De Benedetti, Alberto Lecco, Edith Bruck. Poi i fratelli Giorgio e Nicola Pressburger. Si tratta di autori che vengono citati in ordine sparso, né per importanza, né per alfabeto; vale solo, forse, suggerire un criterio geografico: non esiste un solo ebraismo italiano, esistono gli ebrei di Torino e quelli di Roma, quelli di Trieste e quelli di Ferrara, ma anche quelli di Egitto o di Libia.

Ma l’elenco, per disordinato che sia, non si ferma qui, prosegue con la riflessione intorno al tema della Shoah, la distruzione degli ebrei nella seconda guerra mondiale ad opera del nazifascismo, con la ricostruzione di vicende familiari, con i racconti per bambini, con racconti di cultura ebraica tradizionale e le vicende del novecento: Miro Silvera, Giacoma Limentani Aldo Zargani, Giulio Levi, Lia Levi, Clara Sereni, Alain Elkann, Elena Loewenthal, Moni Ovadia, Riccardo Calimani, Stefano Jesurum, Eraldo Affinati; ma anche i “giovani” come Victor Magiar, Anna Segre, Daniel Fishman, il venticinquenne Shulim Vogelmann, fino al fenomeno editoriale del 2005, le pluri-stampate Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno.

Ma si aprono, come raccontato da Laura Quercioli Mincer in “Per amore della lingua, incontri con scrittori ebrei”, altre occasioni di riflessione ed indagine, alcuni tra gli ultimi autori citati infatti “hanno trovato nel nostro paese un approdo e nell’italiano la lingua con cui dar voce alla distanza, alla nostalgia, spesso alla sofferenza di oltraggi subiti”. E conclude: “Il dialogo tra particolare e universale che attraversa tutta l’esperienza ebraica trova negli scritti e nelle parole di questi autori una sua naturale armonia discorsiva. Osserviamo qui quella sorta di movimento ondivago di andata e ritorno dal locale al generale che sembra essere l’unico in grado di garantire, allo stesso tempo, il rispetto del singolo e la prospettiva comunitaria e collettiva: in altre parole, quella dose di compromesso e di mediazione indispensabile alla convivenza”.
Una convivenza fatta di incontri, anche tra parole, che raccontano un piccolo viaggio: come quello compiuto dalle “pulizie di Pesach” per diventare “pulizie di Pasqua”.

“Sentieri” che sarà possibile percorrere durante la Giornata europea della Cultura ebraica, il 2 settembre

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