Album Auschwitz

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Sarà presentato oggi allo Spazio Oberdan.

Quest’anno il mondo editoriale italiano ha ricordato il Giorno della Memoria con un numero davvero grande di pubblicazioni, essenzialmente di tipo documentario (sia memorialistica che saggistica) ma anche con la pubblicazione di testi narrativi ( di pura fiction o basati su esperienze vissute) e anche di testi per spiegare ai ragazzi quanto accaduto durante la Shoah.

Tra tutti credo che il più importante, per il suo valore storico di documento, sia l’Album Auschwitz.
È una testimonianza unica nel suo genere, giunta a noi in maniera fortunosa, di valore straordinario. Bene dunque ha fatto la casa editrice Einaudi a pubblicarne la versione italiana e credo un forte ringraziamento vada a Marcello Pezzetti non solo per avere curato il volume, ma soprattutto per averlo proposto alla casa editrice e per essere riuscito ad ottenerne la stampa.
L’edizione originale è curata congiuntamente da Yad Vashem e dal museo di Auschwitz.

Si tratta di 189 fotografie raccolte in un album fotografico che documentano, in ordine cronologico, l’arrivo di un treno di deportati ad Auschwitz – Birkenau, lo sbarco sulla rampa, l’incontro con i tedeschi e gli altri militari del campo, l’allineamento, la selezione, lo smistamento delle persone a destra o a sinistra ( e tutti sappiamo cosa significasse), l’entrata nel campo delle persone giudicate abili al lavoro, l’attesa nel cortile, la processione verso le camere a gas.

Il volume riproduce esattamente l’album fotografico così come fu ritrovato, mancante però delle fotografie che l’autrice volle donare a parenti superstiti delle persone ritratte, ed è corredato da una serie di saggi di estremo interesse. Le fotografie sono successivamente riproposte ingrandite e corredate da didascalie esplicative. In molti casi la fotografia viene ancora riproposta rimpicciolita evidenziando il ritratto di tutte le persone di cui, con una paziente ricerca, si è riusciti a stabilire il nome (talora solo presunta) al fine di restituire l’ identità (almeno nel nome e nel ricordo) a persone di cui la tempesta omicida nazista volle cancellare l’individualità, prima ancora di cancellarne l’ esistenza.

Gli autori delle foto sono stati riconosciuti in due SS: il fotografo “ufficiale” del campo e il suo aiutante, che probabilmente fu l’autore della maggior parte degli scatti. Il loro compito principale era scattare le foto segnaletiche dei polacchi e dei prigionieri russi che furono i primi ad arrivare ad Auschwitz e che venivano registrati con la meticolosità burocratica tipica del regime nazista. Queste foto compongono il ponderoso Kalendarium di Auschwitz pubblicato anch’esso in italiano alcuni anni fa dalla casa editrice Mimesis. Quando la furia omicida colpì la popolazione ebraica non venne più tenuto alcun registro segnaletico. Ma rimane l’Album.

Si tratta di un evidente uso nazista della fotografia. Infatti, a parte le due foto iniziali che riprendono volti di ebrei secondo i canoni classici della propaganda antisemita, le foto inserite nell’album e le relative didascalie ci offrono un ottimo esempio di manipolazione di un documento storico come è la fotografia. Infatti le immagini vengono usate secondo i classici standard di camuffamento dei nazisti: l’obiettivo di chi compose l’album era presentare la versione nazista del “reinsediamento degli ebrei ungheresi”, senza nessun accenno, ovviamente alla “soluzione finale”.
Tuttavia le foto sono la prova visibile dell’arrivo dei deportati al campo di Auschwitz. Negli archivi del campo non resta alcun traccia delle donne, dei bambini e degli anziani che furono giudicati “inabili al lavoro”. Per la storia ebraica questo album è la prova che documenta lo sterminio di quasi mezzo milione di ebrei ungheresi.

Ricordiamoci che ad oggi sono state ritrovate solo altre 3 immagini originali utili a completare l’Album Auschwitz attraverso la documentazione dell’atto dell’assassinio, che gli autori dell’album si sono astenuti dal fotografare. Sono foto scattate pare da un membro del Sonderkommando e fatte poi uscire a opera del movimento clandestino di resistenza durante la guerra.
La storia di questo straordinario documento è altrettanto straordinaria, dovuta, come si dice in saggio contenuto nel libro all’intervento dell’angelo della storia oppure per un semplice miracolo.
Infatti l’album documenta l’arrivo, e le fasi precedenti l’eliminazione fisica, di un convoglio di ebrei ungheresi nel 1944. Sul treno viaggiavano stipati nei carri bestiame 3500 ebrei partiti il 24 maggio da una fabbrica di mattoni del ghetto di Beregovo, nei Carpazi allora annessi all’Ungheria. Tra questi si trovava anche un gruppo di persone provenienti dalla piccola comunità di Bilke. Tra loro la diciottenne Lili Jacob. La mattina del 26 maggio, quando il treno giunse alla sua destinazione, la rampa del campo, i membri della famiglia Jacob si videro per l’ultima volta.
Lili fu giudicata “idonea al lavoro” e fu l’unica della sua famiglia a sopravvivere.

Nel dicembre 1944 fu trasferita in Slesia e poi nei Sudeti in un campo satellite di Gross-Rosen. Trascorse le ultime settimane di guerra in Turingia nel campo di Dora-Mittelbau.
Il 9 aprile 1945 gli americani liberarono il campo. Fu allora che Lili Jacob trovò l’album.
Era a letto convalescente dal tifo. Sentì gli altri prigionieri gridare e uscì per vedere cosa stesse succedendo, ma era debolissima e svenne. I suoi compagni di prigionia la trasportarono in una baracca abbandonata dalle SS, dove, ripresi i sensi, cominciò a cercare qualcosa di caldo da mettersi addosso. In un armadio vicino al letto, sotto un pigiama, trovò l’album. Aprendolo vide subito la foto del rabbino della sua comunità, poi di tante persone conosciute e dei suoi stessi familiari.
Oggi l’originale è custodito a Yad Vashem, a cui Lili Jacob volle donarlo.

Album Auschwitz a cura di Israel Gutman, Bella Gutman e di Marcello Pezzetti per l’edizione italiana, Einaudi, pp. 255, euro 35