La sfida dell’assistenza

Giunta e Consiglio

“Chi non va a visitare un ammalato, può essere paragonato a un assassino”. Riprendendo il contenuto di un celebre episodio tanto forte da far male, tanto vivido da essere abbagliante, fra quelli riferiti dalla tradizione ebraica nel periodo del rabbi Akiwa e dei grandi rabbini protagonisti della ricerca talmudica, il rabbino capo di Milano Alfonso Arbib ha lanciato un messaggio deciso a tutti gli ebrei milanesi. L’occasione di riflessione è stata offerta dall’affollato, intenso dibattito sulle tematiche dell’assistenza e della protezione delle componenti più deboli organizzato dal Benè Berith milanese.

Nove componenti diverse hanno accettato di mettersi a confronto per rappresentare la realtà comunitaria impegnata sul fronte dell’assistenza. Dai responsabili della gestione comunitaria ai professionisti impegnati nelle strutture ebraiche di assistenza, dalle organizzazioni di volontariato ai singoli giovani che donano il proprio tempo e le proprie energie per disseminare aiuto e sollievo, tutti hanno avuto modo di raccontare la propria esperienza, ma anche di acquisire assieme al pubblico una visione d’insieme su cosa sta accadendo nel quadro comunitario.
Di fronte a quanto emerso, il forte monito lanciato dal rav Arbib può di conseguenza considerarsi giustificato? Ovviamente lo è, se, come il rav ha spiegato, lo intendiamo in termini costruttivi, se lo poniamo come un obbiettivo da raggiungere, un ideale che non deve mai venire meno. Ovviamente lo è se saremo capaci di considerarla una critica costruttiva, non necessariamente una condanna distruttiva alle nostre carenza.
Per la verità l’incontro, come il lettore potrà constatare facilmente nelle righe che seguono, ha costituito la dimostrazione di quanto lavoro e di quanto impegno sia espresso dalla realtà comunitaria sul fronte della tutela di chi ha bisogno d’aiuto. Se esistono evidenti motivi di soddisfazione per la strada compiuta, questo non ci autorizza però a dichiararci soddisfatti.
La nostra vocazione di portare sollievo e giustizia non può accontentarsi di quanto viene già compiuto, ha spiegato il rav, ma deve necessariamente guardare avanti, darsi nuovi e maggiori obbiettivi e tentare di sanare ogni sofferenza.

Non è semplice, nello spazio di un servizio giornalistico, rendere tutto il contenuto di un dibattito tanto intenso. Questi, riportati in forma di rapida intervista in presa diretta, sono alcuni esempi.

Leone Soued, presidente della Comunità ebraica di Milano
“L’assessore alle politiche sociali del Comune di Milano, Mariolina Moioli, che ho incontrato nelle scorse ore, ha tenuto a ringraziare l’amministrazione comunitaria per quanto è in grado di compiere sul fronte dell’assistenza degli anziani e di chi ha bisogno d’aiuto più in genere. Ho compreso in questa occasione che il lavoro da noi svolto non è solo importante per quanto riusciamo a fare sul fronte interno, ma costituisce anche un modello per la società che ci circonda. Il nostro problema, oggi, in ogni caso non è quello di riprodurre la cultura dell’assistenza che la comunità è sempre stata in grado di esprimere, ma di fare un salto di qualità. La nostra è una tradizione solida, ma oggi dobbiamo capire che per andare avanti, adeguare l’aiuto che siamo in grado di offrire ai tempi difficili che dobbiamo affrontare, c’è bisogno dell’aiuto di tutti, della partecipazione di tutti e del contributo, anche sotto il profilo della contribuzione fiscale comunitaria, di tutti. Il modello di assistenza che la Giunta sta costruendo deve tenere in conto la dispersione territoriale e la frammentazione del modello familiare. Molto lavoro da compiere deve uscire dalle sedi istituzionali per raggiungere chi ha bisogno lì dove si trova”.

Avram Hason, vicepresidente della Comunità e responsabile delle politiche sociali
“La spesa sociale assorbe allo stato attuale un bilancio di circa 1,5 milioni di euro. Si tratta di una cifra molto impegnativa, rispetto alle dimensioni della comunità milanese e mantenere questo livello di assistenza costituisce una sfida difficile. Il servizio sociale e l’assistenza a domicilio assorbono risorse per circa 500 mila euro, i sussidi circa 700 mila euro, il sostegno ai ragazzi che frequentano le scuole circa 300 mila euro. Le esigenze della struttura sono superiori alle nostre forze, ma non abbiamo alcuna intenzione di rinunciare agli obbiettivi che ci siamo dati. Dobbiamo ricordare che la componente di persone anziane nel tessuto sociale della comunità, è molto forte. Il 40 per cento degli iscritti ha già passato la soglia dei 65 anni e secondo una valutazione credibile il 30 per cento di questi soffre di solitudine. La sfida del futuro è di mantenere i livelli di assistenza che la Comunità offre attraverso le proprie strutture, come la Casa di riposo e il lavoro degli assistenti sociali, ma anche di far nascere una cultura nuova e più flessibile degli interventi, che possa individuare le sofferenze là dove si trovano.
Fra le nuove sfide che i Servizi sociali comunitari dovranno raccogliere c’è anche quella di trovare una collocazione adeguata che sia collocata in modo autonomo rispetto alle attuali strutture comunitarie. Questo per favorire la riservatezza e anche per migliorare l’efficienza del servizio. Aprire un contatto, infatti, è spesso la fase più difficile, ma spesso si rivela molto utile. Basti pensare che oltre il 5 per cento delle telefonate di contatto del Servizio sociale nei confronti di propri iscritti anziani si traduce alla prova dei fatti in una presa in carico della situazione”.
Al termine del suo intervento, l’assessore Hason ha fra l’altro accettato un cordiale e interessante confronto con Daniela Zippel, che in passato aveva portato le stesse responsabilità in Giunta e poi diede le dimissioni. Se la signora Zippel ha posto l’accento sulla necessità di un intervento diretto degli amministratori comunitari nelle diverse e specifiche tematiche dell’assistenza, Hason ha invece ribadito la necessità di fornire il massimo supporto al lavoro dei professionisti lasciandoli operare in tutta autonomia.

C. A., 24 anni, studentessa di lingue e letterature straniere e volontaria
“Ho cominciato ad offrire il mio lavoro di volontariato per allietare, assieme a molti altri giovani, il venerdì sera e l’arrivo dello Shabbat in Casa di riposo. Per me è stata un’esperienza molto importante. Non è solo il bene che siamo capaci di donare agli altri, che ci dona una energia positiva, ma è l’esperienza in quanto tale che contribuisce ad arricchire e a rendere più sicura la mia personalità. Essere un volontario non costituisce, come molti potrebbero credere, un impegno al di fuori delle nostre possibilità. Non è così difficile combinare la nostra vita e i nostri impegni con quello che possiamo fare per gli altri. Perché basta poco, anche solo una o due ore settimanali del nostro tempo, per fare qualcosa di significativo. Oggi, nel quadro delle attività del volontariato Federica Sharon Biazzi, mi dedico a una specifica persona anziana, che riceve una mia visita a cadenza regolari. È non vedente e ha bisogno del mio aiuto per leggere la corrispondenza e compiere tante piccole azioni di vita quotidiana che non potrebbe completare con le sue sole forze. Il legame che si è creato fra di noi, ovviamente, va al di là del semplice contributo nelle mansioni della vita quotidiana, ma costituisce un arricchimento reciproco cui non sarei capace di rinunciare”.

Dottor Paolo Moscato, direttore sanitario della Casa di riposo e geriatra
“Vorrei fare alcune considerazioni al di fuori delle attività della Casa di riposo, che sono ben rodate e già conosciute nell’ambito della vita comunitaria. Le problematiche dell’assistenza, in particolare quelle dell’assistenza agli anziani, devono essere viste nel quadro di come si evolve la società che ci circonda. Fra pochissimi anni, nel 2010, secondo le previsioni, in Italia vivranno 2,6 milioni di anziani che hanno già superato gli 80 anni. Il nostro lavoro per assistere correttamente queste persone non può ridursi a salvaguardare la loro salute in senso stretto. Salute, nel loro caso, non significa solo assenza di malattia, ma anche benessere fisico e psichico. Parlo di qualità dell’abitazione, di mantenimento dell’igiene, di tutela della sfera emotiva. Solo con un capillare lavoro a domicilio e la collaborazione di un corpo di assistenti sociali di solida formazione professionale è possibile fornire effettivamente questo tipo di assistenza. Alla prova dei fatti nell’ambito delle azioni dei servizi sociali e in collaborazione con le assistenti sociali della comunità abbiamo già avviato una pratica di azioni a domicilio lavorando in tandem, medico e assistente, in modo da poter offrire interventi a tutto campo. Gli esiti sono stati i più svariati. In alcuni casi abbiamo dovuto ricorrere al ricovero d’urgenza per situazioni dove l’assistenza pubblica si era dimostrata incapace di intervenire, in altri provvedere alla pulizia e alla bonifica di abitazioni in cattivo stato. C’è stato persino il caso di un infermiere che è intervenuto per la riparazione di una tubazione che perdeva. Ovviamente questa azione non riguardava direttamente la sua specifica professionalità, ma l’episodio credo aiuti a comprendere quanto sia importante mantenere una forte flessibilità e un forte senso sociale quando interveniamo e quanto chi si trova coinvolto in queste azioni sia disposto a dare di se stesso. In alcuni casi ho deciso di rivolgermi ai medici curanti delle singole persone visitate, scrivendo loro su carta intestata della Comunità e non mia personale, e ottenendo in genere riscontri più che soddisfacenti”.

Olga Ceriani, assistente sociale della Comunità
“Ho dedicato al servizio sociale questi ultimi dieci anni di lavoro e sono molto grata e molto felice di questa straordinaria esperienza umana e professionale. Forse non tutti sanno che il nostro lavoro non è solo quello di assistere le persone che si trovano in un evidente stato di disagio, ma anche quello di venire incontro ai casi più nascosti di difficoltà economica, ai conflitti, ai disagi. Il nostro orizzonte non può limitarsi all’idea di aiutare gli anziani, che evidentemente hanno bisogno di noi. La realtà comunitaria è ben più complessa e anche più problematica di quanti non si immaginino. Fra i nostri assistiti abbiamo per esempio molti adolescenti, molti giovani che si trovano in una situazione di conflitto generazionale o di incomprensione familiare. Si tratta di casi delicati che hanno bisogno di attenzione ed interventi mirati. Il servizio di cui faccio parte sta ora per essere rafforzato con l’arrivo di quattro figure di supporto provenienti dal Servizio civile. Queste forze, che andranno ad aggiungersi alle nostre e a quelle dei numerosi volontari che ci affiancano, serviranno per trovare risposte migliori ai casi che dobbiamo affrontare, perché anche se il lavoro è molto intenso siamo convinti che ci sia ancora molto da fare”.

Eliane Adler Segre, psicoterapeuta e consulente del Servizio sociale
“Vorrei sottolineare, oltre agli elementi che sono già stati illustrati, come con il mutare delle strategie del Servizio sociale cambi anche la nostra professionalità e la nostra maniera di presentarci all’utenza. Nelle nostre strutture abbiamo sperimentato largamente metodi di lavoro che ci consentono di accogliere chi ha bisogno d’aiuto, ma ora dobbiamo imparare anche a fare percorso inverso: a farci accogliere, a farci comprendere e accettare, ad entrare nella casa degli altri. Per avviare questa ricerca della sofferenza e andare a incontrare i casi più difficili là dove si trovano, non basta avere a disposizione il personale adatto, ma bisogna anche trovare il modo di aprire un dialogo. Un’azione tanto semplice come la telefonata di buon compleanno che il Servizio sociale di solito rivolge agli iscritti più anziani, di conseguenza, non costituisce solo un atto dovuto o un’azione formale. Dietro questo gesto c’è il tentativo di aprire un dialogo, di far emergere le situazioni di disagio per poter intervenire e dare sollievo”.

Rosanna Bauer Biazzi, fondatrice e coordinatrice dell’Associazione di volontariato Federica Sharon Biazzi
“Il gruppo cui abbiamo dato vita coordina le attività di quasi un centinaio di volontari. Molti, fra di loro, sono giovani e giovanissimi. Abbiamo deciso di strutturare il lavoro sulla base di gruppi di intervento specializzati e molti nell’ambito della realtà comunitaria conoscono che tipo di interventi siamo in grado di offrire. Solo con i pulmini adibiti al trasporto delle persone siamo riusciti a compiere oltre 1.500 interventi durante lo scorso anno. Nello scorso mese di agosto, per esempio, quando come tutti sanno la città si spopola e anche i livelli assistenziali tendono a cadere per l’assenza di molti operatori, sino riusciti a compiere 96 interventi. Fra le tante attività vorrei citare il compimento di piccole azioni, come la consegna di pasti a domicilio o di cibo kasher ai ricoverati negli ospedali, che per chi li ricevere possono assumere un grande significato e rappresentare un conforto tangibile.
Un nuovo gruppo di fisioterapisti è in grado di intervenire a domicilio lì dove se ne vede il bisogno. Ma soprattutto quello che vorrei sottolineare è la nostra capacità di integrazione e di collaborazione con i servizi sociali. Noi non siamo dei professionisti dell’assistenza, ma piuttosto individui che si organizzano per sconfiggere la solitudine, per disseminare una carica di affetto”.

Gli interventi dei relatori hanno contribuito, come ha rilevato anche il rav Shmuel Rodal, a diffondere la sensazione che in mezzo a noi agisca l’anima di un grande popolo. “Sulla base delle esperienze di cui avete riferito, il Creatore – ha commentato il rabbino, aprendo un suo intervento sulle prospettive di solidarietà, di studio e di partecipazione da un punto di visto hassidico – non si è sbagliato quando si è rivolto al popolo ebraico”.

“Il senso di soddisfazione per quello che stiamo facendo – ha ribadito il rav Arbib – non deve farci perdere di vista quanto resta da fare e soprattutto non deve farci perdere di vista la necessità di intervenire in prima persona, trovando ognuno la nostra via, senza delegare. Il rischio di accontentarci, di pensare che qualcun altro provveda al posto nostro è molto grave e può condurre talvolta a delle cadute molto gravi”. Il rav ha fatto riferimento, per esempio, alle recenti e dolorose polemiche scaturite dalla constatazione che talvolta alle esequie di alcuni defunti non sia presente un numero sufficiente di persone per onorare con la preghiera l’anima di chi ci ha lasciato.

“Ricordiamoci – ha detto – come per noi l’assistenza sia un concetto che coinvolge anche il rispetto che dobbiamo ai defunti. Non possiamo mancare a un ultimo atto di bontà e di riconoscenza, all’ultima occasione di rendere omaggio a chi ha vissuto fra di noi e ora lascia il mondo terreno”.

La risposta di tutti, istituzioni, professionisti e volontari, pubblico presente e relatori, a questa delicata problematica è stata unanime. Milano ebraica da domani ha una nuova sfida da raccogliere, un nuovo obbiettivo da raggiungere per tenere in alto il nostro cuore e disseminare conforto anche nei momenti più difficili.

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