un giovane alla ricerca di un lavoro davanti al suo pc

I giovani e la ricerca del primo lavoro: un progetto dell’Ucei e dell’Ugei

Giovani

di Redazione
La ricerca del primo lavoro o di un tirocinio è quanto mai complessa e rappresenta spesso il motivo per cui tanti giovani lasciano l’Italia. Così, in una logica di frenare quello che sembra un esodo dovuto a necessità, più che a volontà, l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e l’Unione Giovani Ebrei d’Italia hanno accettato la sfida e lavoreranno insieme per tentare di costruire un argine.

Un progetto articolato su un doppio piano: la realizzazione di attività formative connesse all’inserimento professionale, con una banca dati che sarà costruita ad hoc. E la sperimentazione in quattro città (o insieme di città) di un collegamento dei giovani con un network di professionisti, di diversa formazione e attività svolta.

E così si sono riuniti ieri, domenica 18 febbraio, presso la Comunità ebraica di Firenze, Consiglieri UCEI, Consiglieri UGEI, rabbini, segretari di Comunità, operatori dell’area Cultura e Formazione dell’Unione, per questo progetto biennale.

Il primo seminario di formazione si terrà domenica 22 aprile a Roma dalle 10 alle 16 sul tema “Comunicazione: dal public speaking al colloquio di assunzione” (per informazioni sul progetto: raffaella.dicastro@ucei.it).

La testimonianza di Carlotta Jarach, presidente Ugei

Per Bet Magazine Mosaico, la Presidente UGEI Carlotta Jarach ci ha inoltrato il suo intervento recitato in apertura dei lavori, che spiega l’urgenza di questo programma nato dai giovani, per i giovani.

“Curioso: descriverei così il mio essere qui con voi questa mattina. E il motivo non è da ricercarsi nella platea, o nell’argomento che andremo a trattare. Quanto per il luogo. Andando a ritroso nel tempo, infatti, sono quattro anni che io, il 18 febbraio, non mi trovo in Italia. Il 18 febbraio 2017 ero appena arrivata in Germania. Poche ore prima iniziava la mia avventura a Colonia. Il motivo? Proprio lo stage, l’internship, il tirocinio.

Il 18 febbraio 2016 camminavo nella neve alla Virginia Tech University, tra le aule del Dipartimento di Business Studies, correndo perché cronicamente in ritardo, cercando di non perdermi nel labirinto di corridoi ed ascensori.

Nel 2015, sempre il 18 febbraio, ero in Svizzera, elettrizzata per quelli che sarebbero stati i miei studi magistrali, orgogliosa ma soprattutto sollevata di aver trovato un corso universitario che mi si addicesse, e che non vedevo l’ora di iniziare. Tutto ciò che ho fatto, e studiato, non esisteva in Italia, né credo esista ora.

Certo, il mio percorso di studi prima e lavorativo poi è quanto mai eclettico, ma condivide un punto importante con le storie di tanti altri miei coetanei: l‘estero. Curioso essere qui in Italia, vi dicevo, ma prevedibile. Prevedibile perché ho sempre sentito il desiderio di tornare. Ma, sarò franca, e spero così di non risultare fatalista o disfattista, non so per quanto ancora rimarrò qui. Cosa mi offre questo paese? Quali opportunità? E a quale prezzo? Non è più facile fare una valigia e andarsene? Verso quei luoghi in cui uno stagista non viene pagato 200€ al mese per fare fotocopie, ma intraprende un percorso di crescita?

La scelta di partire porta con sé una grande domanda: tornerai? Estremizzando al massimo, credo che le possibili risposte siano essenzialmente due, e non sono i banali “si” o “no”. Un ragazzo, studente o laureato, che parte, alla domanda “ma è un trasferimento definitivo?” può rispondere “forse” o “purtroppo”.

Il primo è di chi parte con progetti a breve termine, magari proprio un tirocinio, e si riserva la possibilità di rimanere, laggiù dove ha trovato fortuna. Il secondo, di chi magari ha provato in ogni modo a rimanere in Italia, con scarso successo, ed ha visto più facilmente riconosciuto i propri meriti al di fuori dello stivale.

A gennaio, appena iniziato il mandato da Presidente, Saul Meghnagi mi ha contattata per spiegarmi meglio e più nel dettaglio quanto ci aveva accennato qualche settimana prima, al Congresso UGEI di Torino, e consegnarmi lo studio di fattibilità che ci ha brevemente esposto prima. La proposta, presentata dall’UGEI stessa l’anno scorso, mi ha colpito subito. Quanto mi rivedevo in quel che leggevo! Ero quello studente che tra virgolette scappa, per studio o per lavoro. Ma allora agli adulti interessa! Interessa che i giovani rimangano, che possano mettere in pratica quello che hanno imparato e che li appassiona, senza dover prendere un aereo e trasferirsi in Svizzera, Stati Uniti o Germania per farlo. “Avrai un intervento in cui potrai parlare a Firenze il 18 febbraio”.

Ecco. Questo un pochino mi ha spiazzato. Come risultare incisiva, come far capire a chi mi ascolta l’importanza di rimanere in Italia, per chi vuole, e coltivare qui la propria persona? Già, perché partire non è di per sé una cattiva idea. Se ci mettessimo a contare, sarebbero innumerevoli le storie di viaggi ed emigrazioni che uscirebbero dalle vostre stesse bocche se solo ve lo chiedessi. Ma il punto è un altro, e lo sapete: la differenza che intercorre tra il partire per volontà e il partire per necessità è abissale.

L’aver vissuto in così tanti posti mi ha enormemente arricchito, non fraintendetemi. Ma è proprio questa maggior sicurezza, personale e professionale, che ho maturato fuori, che credo sia importante sviluppare di nuovo a casa mia.  E così credo che, parallelamente alle già tante possibilità che ci vengono offerte, di studio dell’ebraismo, di ritrovo aggregativo e di crescita spirituale, risulta ora quanto mai fondamentale ampliare tale scelta perché essa comprenda anche la sfera lavorativa. Per riprendere la metafora citata prima da Saul, dobbiamo pur bere e mangiare.

Noi giovani siamo spesso citati, quanto mai ora è forte la nostra presenza nei dibattiti pubblici e nei comizi, quando si parla di futuro. Ma al di là delle promesse politiche di chi ci governa, credo ci sia bisogno da parte degli adulti di un cambio di rotta. Non siamo un problema da risolvere, ma una risorsa. Una risorsa importante specie se già cosmopolita, come me, e come tanti altri. Specie se desiderosa di restare ed arricchire il proprio paese, anche se non necessariamente a pochi metri da casa. Una risorsa che possa sviluppare e migliorare le nostre comunità e che possa sentirsi integrata, accettata, desiderata.

Ci approcciamo ad un lavoro di collaborazione: da parte nostra, l’impegno a collezionare quante più adesioni possibili, e curricula, tra i membri dell’UGEI. Dalla vostra, un aiuto concreto a monte nell’identificazione di tutti i nominativi dei giovani iscritti in comunità, in modo che questi stessi possano essere avvertiti tempestivamente da noi delle opportunità incredibili che vengono offerte loro (questa e quelle future). Dalla parte di entrambi, la costruzione di un piano di lavoro nel lungo periodo, che renda chiaro più che mai quanto il rimanere qui sia stata la scelta giusta.

Concludo con il ringraziare tutti coloro che hanno lavorato fino a qui alla realizzazione del progetto, ed un grazie speciale a Saul e Raffaella, per esser stati da subito altamente recettivi a qualsiasi input abbia dato loro. Personalmente non vedo l’ora di collaborare con voi, e dare voce ai giovani perché non venga ancor più depauperata la realtà dell’ebraismo italiano”.

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  • […] Come avevamo già anticipato, l’Unione delle Comunità ebraiche (Ucei) e l’Unione Giovani Ebrei Italiani (Ugei) lanciano il progetto Chance 2 Work, con l’obiettivo di affiancare i giovani dai 18 ai 35 anni, iscritti alle Comunità Ebraiche nel loro percorso di crescita e inserimento professionale. Il progetto risponde alle trasformazioni del mondo del lavoro e alla mutata forma di incontro fra domanda e offerta e crea una rete virtuosa di relazione tra giovani e adulti, competenze e tirocini, lavoro e imprese. […]

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