Tanti volti nuovi e alcune riconferme per il futuro della Comunità

2026

 

n° 1 - Gennaio 2026 - Scarica il PDF
n° 1 – Gennaio 2026 – Scarica il PDF

Su 17 Consiglieri, le new entry sono 12, equamente divise tra Beyahad, che ottiene la maggioranza (10), e Atid (7). Confermato presidente Walker Meghnagi che rinnova il suo impegno per l’unità e la sicurezza. All’UCEI, Milano manda 10 rappresentanti: eletti tutti i candidati di Beyahad e di Milano per l’Unione. Tutti i risultati delle elezioni del 14 dicembre 2025

 

 

Cara lettrice, caro lettore,

a volte i ricordi ci chiamano, pretendono che ci si addentri, per capire qualcosa che non riusciamo a cogliere. A volte sono ricordi involontari, riemergono dal nostro patrimonio genetico a nostra insaputa, dalle vite vissute prima di noi, traumi famigliari, sgambetti del destino o gioie placide che hanno plasmato vite felici.

La memoria ha un suo battito particolare. Siamo “commessi viaggiatori” di memorie racchiuse in valigie sigillate che ogni tanto chiedono di essere aperte. A volte i ricordi si tingono di tonalità marroni sbiadite, altre volte assumono soavi morbidezze pastello, altre ancora emergono violenti come pugnalate alle spalle, fendenti rosso fuoco che colgono di sorpresa, quando meno te lo aspetti. I ricordi possono tradirci, ingannarci, aiutarci a vivere, regalare senso alle nostre giornate oppure toglierlo del tutto.

Di tutte le facoltà che l’uomo possiede, la memoria è una funzione particolarmente fragile, la più incerta e tra le più ingannevoli, come dimostrano i meccanismi della rimozione. «Senza memoria l’essere umano perderebbe la sua funzione mentale più alta. Ricordo, memoria e oblio sono funzioni psicologiche fondamentali perché il passato possa inscriversi nel presente e il futuro non sia una mera ripetizione del passato», scrive lo psicoanalista David Meghnagi nel suo ultimo interessante saggio (S. Freud, C.G. Jung, Sabina Spielrein, Bollati Boringhieri). Ricordare è come piantare nel cuore un palo stradale con tante frecce direzionali, tante possibilità di percorso futuro, tante indicazioni di vie (e vite) possibili, a partire da quel passato e da quel ricordo.

A un passo dalla tragedia ci possiamo ritrovare improvvisamente sul punto di sbocciare o di fuggire o di dissolversi nel buio (individuale e collettivo, c’è un Zachor per ciascuno di noi). Com’è noto, gennaio è il mese in cui si ricorda la liberazione di Auschwitz, il 27 gennaio 1945 e mai come adesso si è fatto urgente ripensare questa data e questa Giornata, con il nuovo antisemitismo che rimescola il set-up emotivo e l’assetto cognitivo ebraico maturato negli ultimi 78 anni, con questa informe e dolente materia del rimosso che riemerge dalle coscienze, dal vissuto e dal patrimonio genetico di tante famiglie ebraiche.

Mai come adesso si fa importante la scelta su come fare i conti con la Memoria nelle sedi istituzionali, nel discorso pubblico, in quale modo rinnovarne le modalità di rappresentazione collettiva. In modo che la Memoria della Shoah non diventi ostaggio dell’attualità, l’Olocausto non venga pervertito ad usum propagandistico e politico, la sua percezione definitivamente stravolta (vedi gli articoli da pagina 16). Come ebrei della Diaspora, sarebbe allora importante cogliere (e rifiutare) l’invito subliminale ad “accomodarsi alla porta”, ad avvolgersi nel mantello dell’invisibilità di Harry Potter, a diventare ebraicamente trasparenti, l’invito a “non dare fastidio”, a non apparire, stare defilati (targhetta modificata sulla casella della posta?, nessun segno identitario esteriore?, nomi falsi se ti chiami Coen o Levi e chiedi un taxi, prenoti un ristorante o usi Glovo?, chi di noi non l’ha già fatto?).

In una parola, resistere alla tentazione di marranizzarsi, non piegarsi a vivere una doppia vita, non accettare di dissimulare se stessi, ebrei in casa e italiani per strada, come recitava il celebre adagio ottocentesco figlio dell’Haskalah, l’Illuminismo emancipazionista ebraico. (Il clamoroso fallimento di quell’idea ci dice che l’unica strategia praticabile alla fine è quella di rimanere faticosamente se stessi). A volte, la memoria si fa obbedienza, diventa rigore morale. A volte, appunto, i ricordi ci chiamano, pretendono che ci si addentri, per capire qualcosa che non riusciamo a cogliere. Memoria che si fa profezia, si fa quotidiano vivere, si fa futuro, si fa lotta.

Fiona Diwan