Israele, Emirati, Bahrein: una pace storica per un nuovo Medioriente

2020

 

Cambiano la strategia e gli equilibri, vince il pragmatismo, si scioglie un altro nodo secolare. Una “normalizzazione” che segue gli interessi economici e i rapporti di forza, ridisegnando radicalmente la mappa delle Alleanze nell’area.
E i palestinesi? Si sentono tagliati fuori. L’Accordo di Abramo tra Israele, Emirati e Bahrein, sancisce di fatto la vittoria della linea di Benjamin Netanyahu: “pace in cambio di pace, economia in cambio di economia”

 

Caro lettore, cara lettrice, ad accogliere l’inizio di questo nuovo anno ci sono le cronache beneauguranti di una pacificazione in atto, quella dell’accordo tra Israele, Emirati e Bahrein, di un nuovo assetto strategico che scrive una inedita pagina di storia nella vicenda tormentata di questo angolo di mondo; vediamo immagini che aprono una crepa in quel muro di disillusione e acredine che credevamo insanabile, oggi smentito dai filmati di uomini in jellaba bianca e candida kefia che danzano festanti a braccetto di ebrei ortodossi in soprabito nero (un filmato che ha fatto il giro del mondo): saranno anche immagini un po’ teatrali, sarà magari un po’ propagandistico, ma è reale, è tangibile. Finito lo scetticismo, finito il disincanto. C’è l’aereo della El Al che atterra su un suolo arabo e le rotte del cielo che si spalancano; c’è la legittimazione istituzionale di rapporti commerciali, tecnologici e economici che di fatto, sotto banco, sono al lavoro già da tempo. C’è un sigillo, ci sono delle firme, ci sono sorrisi e strette di mano, è proprio così, è proprio vero. Qualcosa è cambiato, qualcosa può cambiare.

Questo mese di ottobre si porta via le ultime nostalgie dell’estate e sospinge via anche i cascami di un anno segnato da lutti, paura, insicurezza e da un deficit di progettualità come non avevamo mai conosciuto. Per mesi, tutto in stand by. Abbiamo vissuto lo smarrimento, il momento in cui tutto crolla addosso a chi non ne ha colpa, a chi è indifeso davanti a qualcosa più grande e violento di lui; alcuni ce l’hanno fatta, altri no, lasciando vuoto e silenzio. Un ottobre di paure ancora non sopite, paure che come cibo avvelenato nutrono ancora le nostre incertezze; pattiniamo su un ghiaccio sottile senza sapere dov’è la crepa e se si produrrà, con ancora l’idea di camminare lungo il filo di un burrone, tampone e test sierologico a portata di mano.

Il filosofo Zygmunt Baumann la chiamava paura liquida, ossia qualcosa di invisibile e sfuggente, quasi metafisico, che è il nome che diamo a ciò che non sappiamo, al nostro zoppicare a tentoni lungo una strada non definita e male illuminata.
Eppure, questo è anche un ottobre di speranze, forse di pacificazione, di piccole progettualità che a poco a poco ridisegnano le nostre giornate: è un imparare a vivere sotto
una capanna guardando il nudo cielo sopra la testa e il deserto là fuori. La sukkà in fondo non insegna l’importanza di cercare la gioia anche nell’incertezza estrema di un tetto di frasche? La melodia dello shofar si è appena spenta, l’eco del corno ancestrale che chiama al risveglio dell’anima intorpidita ci sollecita al reset interiore e fattuale, a nuovi programmi e piani d’azione, alla progettualità, appunto.

Qualcosa è cambiato, qualcosa può cambiare. Vuoi far ridere Dio? Parlagli dei tuoi progetti, recita un vecchio adagio ashkenazita. Sarà anche così, l’abbiamo capito. Eppure, il fatalismo non è mai stato una qualità ebraica; per questo si inseguono miracoli, per questo si perseguono strette di mano e accordi di pace che sembravano impossibili, per questo ogni anno costruiamo la sukkà e ci mangiamo dentro anche quando piove.

Fiona Diwan

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