Davanti al dottor Mengele, tre bambini nel Kinderblock di Birkenau

2020

 

Tati e Andra Bucci sono tra le poche sopravvissute a fronte di 230 mila bambini morti nel lager nazista, scampate alla selezione degli esperimenti medici, che uccisero il cuginetto Sergio De Simone. La loro odissea è oggi un docu-film di Ruggero Gabbai e Marcello Pezzetti. Ecco la loro testimonianza. E poi, altre voci vibranti di chi fu bambino nella Shoah: Rav Meir Lau, Halina Birenbaum, Franco Schönheit

Caro lettore, cara lettrice,
chi ha attraversato la Shoah ha avuto timore della memoria, come fosse fuoco. Per decenni ha prevalso una forma di pudore e di afasia. Lo spiegava lo scrittore Aaron Appelfeld nel 1991, durante un ciclo di lezioni tenute agli studenti della Columbia University. Dopo la Shoah era impossibile vivere senza mettere a tacere i ricordi. «La memoria era diventata il nostro nemico… Scrivere di sé, dei propri sentimenti, sembrava una cosa egoistica, sconcia… Sono dovuti passare molti anni prima che la gente trovasse il coraggio di estrarre quelle vicende tormentate dai nascondigli dell’anima. E ancor di più iniziare a scriverne. Per decenni la memoria si rivelò nemica della scrittura. Poi, a un certo punto, questo blocco si sciolse. Oggi credo che soltanto l’arte abbia il potere di riscattare la sofferenza dall’abisso e che il potere della creatività non stia nell’intensità o nell’esagerazione, come può sembrare: sta piuttosto nel dare un nuovo ordine ai fatti, mettendoli nell’ordine giusto, così da fare emergere l’idea di chi scrive e la sua voce», diceva Appelfeld agli studenti, in una serie di incontri memorabili raccolti nel volumetto Oltre la disperazione (Guanda).
Il pudore della memoria, l’afasia, la parola auto-negata, hanno perseguitato a lungo i sopravvissuti. E poi, un giorno, accade che i fiori del male si dischiudano per poter essere finalmente estirpati; la corolla del ricordo si apre e l’infanzia mutilata rispunta come da dietro un cancello di ferro arrugginito. La vita, come la morte, è un affare di chi resta, camminiamo appesi alla vita, come sospiri appesi alle labbra.
Talvolta qualcosa lampeggia nel grigiore e si inizia a raccontare, anche 75 anni dopo. Lo sanno bene quei ragazzini oggi invecchiati i cui ricordi rifioriscono intatti.
È accaduto così ai bambini nella Shoah di cui parliamo in questo numero, un insieme di voci che la sorte ha condotto fino a noi e che troverete in queste pagine. Non a caso torna, in una nuova riedizione, un volume fondamentale, La Shoah dei bambini. Le persecuzioni dell’infanzia ebraica in Italia 1938-1945 di Bruno Maida, Einaudi. Furono 900 circa i piccoli ebrei sotto i 14 anni deportati dall’Italia. Ne sopravvissero 25 tra cui le sorelle Bucci (vedi la copertina) e Liliana Segre. Il libro ci racconta dei loro affetti, dei loro giocattoli, di come furono catturati, di chi li denunciò. Il volume di Maida racconta tutto: nomi e cognomi, gli insulti rivolti anche ai più minuscoli tra loro, bambini di tre-quattro anni che nemmeno potevano capire le parole pronunciate ma che ne coglievano la carica di violenza. Si trattò di delatori venali, di fascisti invasati o ancora di zelanti agenti del conformismo generale? Chi il più colpevole? La portinaia arraffona, il burocrate in orbace, l’ufficiale delle SS che regala cioccolatini ai bambini dell’Hotel a Meina e che poi li uccide con la pistola (“Che carini, ma poi crescono e diventano ebrei”). Certo ci fu chi salvò e protesse questi bambini, e un’ampia letteratura ne dà testimonianza. Ma se gettiamo sulla bilancia l’infamia e l’umanità, chi vincerà? Ecco la storia di alcuni di quei 25 che si sono salvati, bambini nella tempesta che, come Aaron Appelfeld, sono un giorno dovuti ridiscendere in quell’infanzia sepolta, “nei nascondigli dell’anima”, e riportarla alla luce.

Fiona Diwan

 

 

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