La “fine” della Storia. Napoleone, chi era costui?

2019

 

… ma anche Stalin, Churchill, Trockij…
In un Paese che sembra avere poca memoria, i fantasmi del Novecento possono tornare indisturbati. Revisionismo, negazionismo, fake news: e adesso? Lo scandalo educativo
di eliminare la Storia come prova all’esame di Maturità… Il ruolo e la responsabilità di politici, storici e docenti

 

Caro lettore, cara lettrice,
ricordo che quando ero studentessa universitaria avevo seguito un breve corso del grande storico medievalista Georges Duby, all’epoca visiting professor all’Università Statale di Milano. Duby aveva dedicato un’intera lezione al clerico-vagantes, ossia a quella figura di giovane che galvanizzato da una sfida spirituale e conoscitiva, vagava per un’Europa semi disabitata andando di abbazia in abbazia con la scusa di viaggiare, esplorare, studiare, conoscere il mondo.

Tutti i ragazzi dell’epoca sognavano di essere un clerico-vagantes; una carriera ben più accessibile di quella del cavaliere, la religione come scusa per andare all’avventura, affrontare l’ignoto, conoscere nuovi mondi, nuove genti, nuovi saperi. Duby, con un parallelo attualizzante, ci diceva che dovevamo immaginare il clerico vagantes come un misto tra Indiana Jones, Gandalf e un personaggio alla Luke Skywalker, clerico vagantes come modello giovanile delle generazioni vissute nel Medioevo, figura circondata da un’aura speciale, eroica, una specie di star a cui molti ragazzi nei secoli dopo l’Anno Mille volevano somigliare. La ragazza postadolescente che ero allora, fu trafitta da quell’immagine e dal modo che quel professore di Storia aveva di trasmetterci i concetti, con dettagli e ampie pennellate: quello che ci offriva era la possibilità di galoppare sulle praterie del tempo, di coltivare un sentimento del passato e lo spirito di un’epoca remota, facendoli vibrare sulla nostra pelle, trovando la chiave per suscitare emozione, empatia, rispecchiamento.

Alla ventenne che ero allora fu chiaro, improvvisamente, che lo studio della Storia non era solo una porta d’accesso a fatti ed eventi del passato, ma qualcosa che aveva uno straordinario valore di paradigma, atemporale e universale, in grado di parlare alla nostra sensibilità contemporanea ma riuscendo a salvaguardare la peculiarità e specificità del momento storico in cui quei certi fatti e eventi si erano prodotti (vedi dossier da pagina 14 a 23). Il sentimento del tempo è qualcosa di sottile e sfuggente, ha a che fare con l’esperienza emozionale ma non prescinde dall’approccio razionale più astratto della conoscenza dei fatti storici in sé; è quando riusciamo a interiorizzare una forma mentis, una sensibilità verso la vita appartenuta a tempi lontani, distante anni luce dalla nostra.

Certo, viviamo in una realtà globale, governata dalla dittatura dell’istante e del real time, un presente onnivoro che declassifica la Storia a inutile fardello. Ma come si fa a capire Guernica di Picasso, capolavori d’arte come La Ronda di Notte di Rembrandt o la Scuola di Atene di Raffaello senza sapere la Storia? Voi direte: a che cosa mi serve entrare nelle vicende passate se, a fatica, riesco a entrare in quelle del mio tempo? A che giova conoscere la sequela di guerre, date, battaglie, migrazioni, rivoluzioni tecniche o economiche, il succedersi di re, papi, imperatori…? Risposta possibile: a restituirci il senso dell’esperienza umana, ad allenarci a riflettere che quello che è stato per noi lo sbarco sulla Luna, il crollo delle Torri Gemelle, l’assassinio di Rabin o di Kennedy, è stato, in modo altrettanto sconvolgente per i nostri antenati, la decapitazione di Maria Antonietta, l’Editto di Nantes, l’assedio dei turchi sotto le mura di Vienna… La Storia è l’abbraccio del tempo che ci aiuta a sentirci piccoli e immensi al tempo stesso, con lo sguardo che corre lontano alla ricerca di cadute e grandezze, miseria e nobiltà dell’esperienza umana. Cancellare la Storia significa eliminare le tracce che abbiamo alle spalle.

Fiona Diwan

 

 

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