Medioriente: la lunga marcia aspettando la Pax Americana

2018

 

Arabe ed ebree, israeliane e palestinesi. Dalla Galilea  a Gerusalemme al Mar Morto. Sono 45.000 le donne in marcia in nome di un futuro di pace per i propri figli. Un grido spontaneo, oltre ogni differenza politica, etnica, religiosa.  Un movimento nato dal basso con molti progetti. Il più urgente? Fare approvare dalla Knesset una legge
contro la guerra. Un’inchiesta e testimonianze inedite

Caro lettore, cara lettrice,
così scriveva alla fine degli Anni Quaranta l’americana Susan Sontag: «non intendo lasciarmi dominare dall’intelletto e l’ultima cosa che desidero è idolatrare il sapere e chi lo possiede! Mi coinvolgerò appieno… tutto è importante!». La Sontag scrive queste parole a 16 anni e non le sconfesserà mai. È la vita nel suo scorrimento veloce e irrefrenabile che qui le preme. E lo dichiara fin da ragazza con quel pathos irriverente, con un vigore polemico che non le fecero mai difetto. Sontag fu un enfant prodige, una wunderkind giunta all’università a 15 anni e in una età in cui i suoi coetanei a malapena riuscivano a mandare a memoria qualche poesia di Coleridge. Era animata da un bizzarro anti-intellettualismo, inaspettato per colei che sarebbe stata considerata una tra le più importanti intellettuali del Novecento, non solo rubricata tra le grandi sacerdotesse delle belle lettere ebraico-americane ma anche come arbiter elegantiarum dei salotti intellettuali di New York fino al 2004, anno della sua morte per leucemia all’età di 71 anni.
La citazione in incipit è tratta dall’appena tradotto in italiano Rinata – Diari e Taccuini 1947-1963 (Nottetempo): qui la Sontag si svela in una nudità spirituale seria e concentrata, tutta intenta nella “creazione dell’identità che desiderava per sé”, quella di una donna che “credeva nella propria stella”, malgrado le fragilità, come scrive il figlio David Rieff nell’introduzione.
Impossibile oggi per noi rinchiudere personaggi come Susan Sontag, ma anche come Philip Roth, in un recinto identitario. Ma è lo stesso pathos anti-idolatrico ad accomunarli, la stessa dialettica tra le due polarità di pudore-esibizionismo ad apparentarli e a inserirli nel più vasto contesto di una forma mentis e di un’attitudine ebraica plurimillenaria. Entrambi appartenevano a quel mondo ebraico americano secolarizzato e spiritualmente in between tra spinte identitarie contraddittorie, vissute “in direzione uguale e contraria”. Insieme a Philip Roth, anche Sontag ha fatto parte di quel milieu colto che, dopo la Shoah, potè confortevolmente accomodarsi, per la prima volta nella storia ebraica, nei salotti letterari come nelle aule delle Accademie e delle Università in un modo così osmotico e con un senso di appartenenza così totale come mai prima di loro era stato concesso a nessun’altra generazione di intellettuali ebrei.
La cosa curiosa è che sia Susan Sontag, sia Philip Roth, conobbero Primo Levi. Quello che colpisce è l’abisso che li divide. Entrambi lo ammiravano, ammutolendo davanti alla traduzione inglese di Se questo è un uomo. Ma sfuggì loro la sua verità esistenziale profonda. Capirono poco o nulla del vecchio signore torinese che era diventato. Roth l’aveva incontrato a Torino nel 1986, insieme trascorsero quattro giorni: «come mi era sembrato sano… che uomo vivace e radicato, adattato all’ambiente, espansivo e brioso», scriveva Roth annotando che aveva trovato un nuovo, splendido amico in Perché scrivere? oggi appena uscito per Einaudi. Un dialogo impossibile il loro, quello tra il bonario e mesto sorriso di un sommerso e l’espansivo vitalismo del nuovo ebreo reloaded.
«L’alba ci colse come un tradimento», aveva scritto Primo Levi. «L’alba ci accarezzò come una promessa», avrebbero scritto Roth e Sontag.

Fiona Diwan

 

 

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