Zachor, ricorda… La bussola della Memoria

2016
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n° 1 – Gennaio 2016
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Caro lettore, cara lettrice,
c’è uno studioso contemporaneo, il talmudista Adin Steinsaltz, che ha definito il tempo ebraico con l’immagine di chi, trovandosi sulla riva di un fiume, lo discende ma guardando in su, controcorrente, gambe in avanti e faccia rivolta verso la lontana sorgente. La filologia conforta straordinariamente questa intuizione di Steinsaltz: la parola ebraica qodem significa “prima”, e qedem significa “antichità”; dalla stessa radice deriva qadima, che significa “avanti”. Per andare in avanti bisogna guardare indietro, antichità e progresso, legati indissolubilmente. Anche il termine achareinu, in ebraico, significa “dopo di noi” ma anche “dietro di noi”: futuro e passato che si stringono in un abbraccio di destino. E potremmo andare avanti a lungo, l’espressione lefanim che significa sia “tempo fa” che “davanti”, ancora una coppia semantica di opposti, racchiusi in uno stesso termine ebraico (ma di ambivalenze lessicali è pieno anche il latino e il cinese, mi fa notare lo storico Carlo Ginzburg, smorzando i miei entusiasmi – l’intervista è a pag. 14).
Scrive il poeta israeliano Yehuda Amichai che gli ebrei sono un popolo geologico, specie se riflettiamo sulla continuità ebraica, sulla nostra vicenda di fratture, smottamenti, attività telluriche, calamità, prove, memorie. «Gli ebrei non sono un popolo storico/ Neanche un popolo archeologico sono, gli ebrei/ Sono un popolo geologico fatto di falde./ Crolli e strati e lava incandescente…», scrive Amichai. Certo, forse si potrebbe dire la stessa cosa anche per altri popoli. Ma è la scala di misura del destino ebraico ad essere diversa, la sua dimensione del tempo e non dello spazio (maqom, luogo-spazio, è in ebraico uno dei nomi del divino, dell’Altissimo). Il destino ebraico che abita nella luce mutevole, atemporale, a volte ingannatrice, della memoria.
Il prima e il dopo, ciò che è stato e ciò che sarà, la dimensione tellurica della storia: le parole ebraiche citate sopra ci raccontano di questo. Ma a parlare di Memoria oggi si corre il rischio di essere banali, specie in vista della data del 27 gennaio. Mi chiedo allora quanti modi abbiamo oggi per dire Memoria. Come continuare a rievocare Auschwitz all’interno del paletto istituzionale di una giornata codificata, senza che perda la sua forza? Come si fa a trasmettere la Memoria del Male e renderla “reale” e vicina? Rispondono storici, scrittori, giornalisti che leggerete in questo numero. Una parola dalle troppe implicazioni. Spesso tradita, abusata, fuorviata, negata, santificata, perduta o salvifica. O ancora, usata come un’arma impropria per manipolare la Storia o esibita come una preziosa cassaforte dove custodire un’identità traballante; brandita come una dichiarazione di guerra o al contrario nobilitata come una preghiera. Il più bel modo di evocarla resta forse quella dello storico Raphael Samuel, «ombre della memoria… immagini dormienti che irrompono non rischieste, come sentinelle spettrali dei nostri pensieri…».

Fiona Diwan

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