n° 9 - Settembre 2016

Jonathan Safran Foer: «Vi racconto la famiglia ebraica tra America e Israele»

2016
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n° 9 – Settembre 2016
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Caro lettore, cara lettrice,
che cos’è l’errore se non il punto di partenza della creazione?, si chiedono da millenni filosofi ed esegeti. «Se abbiamo paura di sbagliare non potremo mai affrontare grandi sfide e assumercene i rischi. Errori e speranze infrante aiutano a diventare un essere umano completo e autentico», scriveva il filosofo e linguista George Steiner, ex professore a Princeton, nel saggio La nostalgia dell’assoluto (Bruno Mondadori), a proposito dei giovani e ragazzi di oggi, in un Occidente orfano di assoluti e di ampie partiture del pensiero, le uniche forse in grado di scuotere coscienze anestetizzate e società esangui d’Occidente. Figlio di ebrei viennesi scappati a Parigi durante il nazismo, allievo di Gershon Sholem, Steiner ci ricorda oggi, all’età di 88 anni, che i grandi ideali e la lettura dei classici e del patrimonio sapienziale ebraico (e universale), sono l’unico deterrente possibile alle insidie esistenziali e alle derive etiche, politiche e nichilistiche sempre in agguato. Ma che per questo, occorrono grandi maestri, bravi insegnanti in grado di sedurre e far innamorare quei giovani a cui il loro insegnamento è rivolto.
Steiner aggiunge che non dobbiamo avere paura dell’errore e dell’inciampo, specie se a commetterlo sono i nostri figli – mettendoci così in guardia dall’iper protettività, malattia genitoriale del nostro tempo-. Da educatore, Steiner ci ricorda che le grandi utopie aiutano a crescere, a maturare, a sbagliare, a ravvedersi, anche correndo il rischio di trasformarsi in ideologie; e che una gioventù sedotta dal potere del denaro, schiava del qui e ora, governata dalla fretta, come accade adesso, perde il controllo su se stessa, è condannata a perenne insoddisfazione e infelicità, e ha le armi spuntate qualora all’orizzonte si profilassero demoni e cupe bandiere capaci di impossessarsi delle coscienze collettive. L’unico deterrente sensato è la lettura, lo studio, il duro esercizio della conoscenza come via maestra all’azione giusta, ribadisce Steiner. «La gente ha dissolto tutto in facilità, e dalla facilità nella più facile china; ma è chiaro che noi ci dobbiamo tenere al difficile», scriveva Rilke. Il sapere, ricordava Giordano Bruno e tanti classici della letteratura, non è un dono ma una faticosa conquista. Studiare, sudare…, forse capire. È lo stesso intellettuale francese che torna a quello che definisce un libro con “una tale dose d’incomparabile poesia, d’ironia… e di enigmaticità”, la Bibbia ebraica, il Tanach, punto di partenza di quella che è la condizione di ebreo della Diaspora.
Siamo alla vigilia di Rosh haShanà e l’obbligo di ascoltare i 101 suoni dello Shofar, la Tekià Ghdolà, ci ricorda che dobbiamo andare dalla “strettezza alla larghezza” (pag. 18), così come lo stesso corno d’ariete va dalla strettezza del punto ove si appoggia la bocca alla larghezza del suono che si espande e vola nell’aria. Dalla fatica alla gioia, dal pertugio oscuro alla vita. Imparare a suonare lo Shofar non è semplice, richiede pazienza, sforzo, generosità, senza temere l’errore. Per imparare bisogna sbagliare, per capire occorre, in qualche modo, patire. I 101 suoni dello Shofar sono, secondo la Ghematria, il nome dell’arcangelo Michael che significa “Chi è uguale a Dio”. Studiando e ascoltando la musica delle sfere avremo in dono, forse, di scrivere il nostro nome nel Libro della vita. Ma anche, come direbbe Steiner, di cogliere una forma di elevazione faticosa e dolente, unico scudo possibile al caos e all’entropia dei nostri tempi.

Fiona Diwan

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