n° 3 - Marzo 2016

Il Ghetto: da 500 anni, l’anima vibrante e segreta di Venezia

2016
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n° 3 – Marzo 2016
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Caro lettore, cara lettrice,
c’è qualcosa di straniante e vitreo, un aspetto anacronistico, nell’assistere alle fasi di quello che passerà alla storia come, forse, uno degli ultimi processi contro un ex nazista, Reinhold Hanning, 94 anni, guardia delle SS di Auschwitz, ritenuto complice dello sterminio di circa 170 mila ebrei ungheresi, nel 1944 (è celebrato in queste settimane nella cittadina renana di Detmold). Fa davvero strano, nel 2016, vedere sfilare in un’aula tedesca di tribunale, questa ossuta pattuglia di ultranovantenni sopravvissuti ad Auschwitz che osservano Hanning con sguardo muto, mentre esibiscono, senza una parola, le fotografie di genitori e fratelli che da laggiù non sono tornati. Il carnefice e la vittima sono l’uno di fronte all’altro, e mentre il primo tiene gli occhi a terra, gli altri lo fissano, con le membra malferme che si accartocciano sulla sedia. Il sopravvissuto ha inghiottito tutta la Shoah, ce l’ha dentro, nelle fibre del corpo, beve il “nero latte” del senso di colpa, quello dell’essere rimasto in vita, unico e solo, scrive lo scrittore israeliano – un sopravvissuto, anch’esso – Aaron Appelfeld. Appelfeld cita il “nero latte” del poeta Paul Celan, l’autodistruttivo nutrimento di morte succhiato da chi ancora non è riuscito a darsi delle risposte e le esige ancora, anche a 94 anni, da quel boia che un beffardo destino gli ha messo davanti proprio all’ultima fermata della vita. Chissà se non è tardi per riparare, per un tikkun, si chiede Aaron Appelfeld nel suo bellissimo e breve saggio Oltre la disperazione (Guanda), se è possibile fare ammenda per ciò che non si è fatto in tempo. Qual è la sorgente da cui si origina la nostra storia spirituale? Qual è il punto da cui tiriamo i nostri fili interiori?, si chiede lo scrittore, rivolgendoci la stessa domanda. Senza una risposta a questi quesiti, dice Appelfeld, siamo a rischio. Come lo fu la borghesia ebraica nel 1939, «convinta ingenuamente che il mondo andasse verso il progresso, che negava l’esistenza del male e si rifiutava di vederlo negli altri, convinta che qualsivoglia nazionalismo, compreso quello ebraico, non fosse niente di più che un anacronismo… L’“essere ebreo” era una faccenda che non li riguardava. Sono cresciuto con la sensazione che tutto ciò che era ebraico fosse guasto, oggetto di repulsione, specie la dimensione religiosa. Per questo non ci accorgemmo di nulla, ignari di essere sull’orlo di un cataclisma».
Personalmente, non parlo mai volentieri di Shoah, mi mette a disagio, provo un senso di inadeguatezza. Eppure, non può non colpirmi la concomitanza temporale tra l’ultimo processo a un nazista sul ciglio della fossa e la patologia antisemita che torna a scorrere nelle vene di un’Europa che a più di 70 anni di distanza sembra aver smarrito i propri anticorpi (vedi pag. 4). Molti storici contemporanei, ad esempio Michael Walzer e Harold James, sottolineano le analogie tra il clima europeo di oggi e quello degli anni Trenta e in particolare della Repubblica di Weimar, “una società inclusiva e tollerante” che scivolò in pochi anni nella violenza incontrollata del nazismo. Ecco perchè, ci ricorda sempre Appelfeld, l’orizzonte spirituale ebraico è la sentinella; e il tener vivo “uno spazio interiore che non sia brullo e spettrale”, la sola ricetta ebraica praticabile.

Fiona Diwan

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