n° 12 - Dicembre 2015

Natalie Portman: «La mia sfida? Vivere oggi a Parigi»

2015
Caro lettore, cara lettrice,
rompere i tabù non è semplice e non bastano cinquanta necessarie sfumature di buon senso per scardinare luoghi comuni e pregiudizi. Sto alludendo a quelli andati in scena a Novembre, primo tra tutti il luogo comune israelofobico da cui è scaturito il voto dell’Unione europea per il boicottaggio delle merci israeliane prodotte in Cisgiordania e l’obbligo della marchiatura, un’altra “stella gialla”, su pompelmi, avocado, ecc…, – e questo proprio il giorno dopo la commemorazione della Notte dei Cristalli nazista, il 10 novembre -. Un luogo comune che fa il paio, specie dopo il massacro di Parigi, con la convinzione che costruire muri sia immorale (certo che lo è, una vera iattura, meglio l’eleganza buonista dei ponti), e non invece una misura estrema per salvarsi la pelle. E così, viene da dire, eccoci qua cara Europa, guarda come ti sei ridotta, come il tanto vituperato Israele; quasi quasi diventi anche tu una “nazione-fortezza” col muro; mi caschi sullo “stato di polizia”, tentata dal paradigma dell’arroccamento difensivo -altro che multiculturalismo! Li abbiamo visti i blindati nelle vie di Bruxelles… immagini anche queste terribili, tra le tante.

Dice il filosofo-storico Michael Walzer che il grande tema oggi è se l’Europa, per proteggersi – e senza rinunciare alle libertà democratiche e ad accogliere i profughi siriani-, sia disposta a cedere pezzi di sovranità nazionale, a rivedere le sue leggi per costruire una unione europea vera, consapevole, unita, senza raccontare o raccontarsi che chiunque chieda sicurezza è paladino di uno stato fascista. Il punto è proprio questo: senza compattezza e coraggio, senza leggi e visione comuni, noi europei non ce la faremo. E se non accade, come ebrei, il rischio sarà di diventare un obiettivo oltremodo sensibile ed esposto, i primi ad essere scaricati -non ora, non ancora, col tempo -, specie se lo stato di insicurezza e paura si protrae. Ebrei storica merce di scambio a buon mercato, per ottenere la pace sociale, come è avvenuto in Francia troppe volte, prima d’ora.

Passo ad altro. Da oggi il Bollettino cambia grafica. Più vario, più ricco, più magazine (pag. 42). Il nuovo logo: personalmente ho sempre amato la lettera Bet dell’alfabeto ebraico, la vedete ingigantita in copertina. Con la Bet di Bereshit tutto inizia, parte l’incipit genesiaco della Storia umana, dicono i Maestri, è il grafema evolutivo del cammino degli uomini (la Alef indica invece il Creatore). C’è la Bet di Berachà, la benedizione che l’Altissimo sparse come pioggia di luce su tutto il Creato e sulla sua suprema creatura, la Bet che ha valore numerico di due, dualità dialogica. La Bet è anche Binà, l’intelligenza, tra le sefirot più fulgide dell’Albero della vita. Ma soprattutto, la Bet è Bait, casa, la sua forma è una casa con un lato aperto agli ospiti, chiusa da tre lati ma spalancata a sinistra, a indicare una direzione di marcia, un invito al viaggio ma a partire dalle tre solide pareti che danno stabilità e identità. Nessun altra lettera poteva essere più adatta a dare un nome al giornale di una Comunità ebraica. Bet, Bait, casa nostra, dove tutti devono poter riconoscersi e specchiarsi, ciascuno con le proprie diversità e la propria voce: questo deve essere una Comunità ebraica e i suoi media. Per poter dire a ciascuno, benvenuto a casa.

Fiona Diwan

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