n° 01 - Gennaio 2015

E venne la notte del mondo

2015
Caro lettore, cara lettrice,
non ci vuole un politologo -e io non lo sono-, per tentare un’analisi di ciò che sta accadendo all’Unione Europea, qualcosa di vagamente surreale che ci vede tutti catapultati in una paradossale dimensione a testa in giù, in un mondo a rovescio dove ciò che era storto ora diventa diritto. Mi spiego: sto parlando di due fatti concomitanti, ovvero del riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di Francia, Inghilterra, Spagna, Irlanda, Svezia e del Parlamento europeo a Strasburgo (con 498 voti favorevoli, contrari 88, 111 astenuti), e della sentenza del Tribunale Europeo che cancella Hamas dalla lista nera delle organizzazioni terroriste. C’è qualcosa di non del tutto comprensibile in queste decisioni, qualcosa di astratto e ipocrita: vengono in mente quelle figure di falsi messia che predicando il bene universale in nome dei più alti ideali di pace e fratellanza, hanno finito per precipitare il mondo dentro immani bagni di sangue. Decidendo di ignorare bellamente quello che sembrerebbe sotto gli occhi di tutti, i politici europei fanno finta di non vedere il filo unico che unisce i fondamentalismi. Come se non si volesse vedere che tra Isis, Boko Haram, Talebani, Hezbollah e Hamas, esiste un comune orizzonte, ovvero la spinta mondiale del jihadismo. Come se si volesse ricondurre la logica di Hamas a una mera (e addirittura legittima) reazione nei confronti di Israele e non si trattasse invece di un’organizzazione che, – esattamente come per tutte le altre sopra menzionate -, fa della santificazione dell’omicidio e dell’odio verso il sapere e i valori occidentali, una delle sue pietre angolari. Come se Hamas non imponesse la shaaria; come se Hamas non avesse seppellito Israele sotto una pioggia di razzi, l’estate scorsa; come se dietro il rapimento e l’assassinio dei tre ragazzi a giugno ci fosse solo esasperazione e non invece un disegno criminale; come se la Carta del 1988 non predicasse il califfato mondiale e il genocidio; e come se lo sceicco Younis Al Astal, del consiglio legislativo di Gaza, non dicesse che «il Corano insegna a massacrare gli ebrei»; come se Hamas non avesse eliminato con un colpo di pistola alla nuca i suoi ex sodali di Al Fatah… e via elencando. La fuga dalla libertà e dai pesi che essa comporta, così scomoda e distante dai conforti dell’obbedienza e dello spirito gregario, è ciò che allontana i fanatici da qualsiasi credibilità in fatto di dialogo e di pacificazione. Ha ragione il francese Bernard Henry Levy quando dice (Corriere della Sera, 27-11), che senza condivisione di responsabilità tra i due popoli, israeliano e palestinese, non ci potrà essere condivisione di territorio. E che non si può inorridire per le decapitazioni dell’Isis in mondovisione e ritenere risibili gli sgozzamenti a colpi di roncola e coltello in Israele. E che non si può riconoscere unilateralmente la Palestina come se Israele fosse l’unica entità da cui aspettarsi qualcosa. È tempo che l’Europa rinneghi il politically correct e che, come dice un altro francese, Daniel Sibony (pag. 7), smetta di sentirsi intimidita dal fantasma jihadista, smetta di avere paura dell’Islam. Esonerando il mondo islamico da una condivisione di responsabilità e di visione, l’Europa si illude di predicare la pace ma in verità nutre la guerra.

Fiona Diwan

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