n° 4 - Aprile 2013

Obama in Israele

2013
Cari lettori, care lettrici,

Barack Obama è andato alla conquista d’Israele. Ce l’avrà fatta stavolta a espugnare la fiducia degli israeliani, dopo anni di frizioni e rigidità, tanto che un sondaggio d’opinione dimostrava che solo il 18 per cento dei sabra si fidava di lui? Apparentemente sì, sembrano suggerire i quotidiani israeliani e gli opinionisti. Tanto più che, come afferma Dennis Ross, ex consigliere della Casa Bianca per il Medioriente, «con questo viaggio Obama ha voluto far coincidere la realtà di un’alleanza strategica mai stata così solida, con una percezione pubblica israeliana che finora è stata negativa». E in effetti, il quadro dentro cui si è inserito il viaggio del Presidente Usa è stato quello della remedial diplomacy, come l’ha definito il Washington Post, ovvero quello di una diplomazia pensata per lenire e rimediare alle passate fibrillazioni con Netanyahu, per mitigare incomprensioni e freddezze circa i diversi punti di vista sul processo di pace, per rinsaldare il patto d’acciaio, (la unbreakable alliance), con l’alleato storico. Il discorso di Gerusalemme ai giovani israeliani ne è stato un’esempio, così come la forza simbolica della visita alla tomba di Theodor Herzl, il padre di quel Sionismo che per l’Europa di oggi è una parola tabù mentre, per i ben più aperti Stati Uniti, il Sionismo altro non è che la spinta all’autodeterminazione nazionale degli ebrei del mondo. Una visita ad alta densità simbolica (e a ben poco sono servite le ironie di Tom Friedman sul New York Times, circa la valenza turistica di tutto il tour): in verità, mai viaggio fu meno blando di questo e privo di un’allure da passeggiata. Se scomposta in particelle elementari, questa visita ci racconta di un doppio linguaggio del Presidente Usa,  pubblico e privato. Quello della cooperazione in fatto di sicurezza militare (visita alla batteria Iron Dome), quello dell’omaggio all’industria high-tech israeliana (visita al Museo d’Israele). Di fatto su Iran e Siria, veri cuori tematici della visita, parole e cose si sono mosse lentamente e segretamente. Certo Obama è ben più duro di ieri verso Teheran; certo, la distanza tra i due alleati circa la soglia del conflitto con l’Iran resta lontana (per Obama ci vuole la costruzione della bomba atomica, per Netanyahu basta l’arricchimento dell’uranio); certo, Obama sa bene quanto il conflitto siriano rischi di coinvolgere Israele in una guerra di tutti contro tutti, con frontiere che pullulano di jihadisti; certo, la sua risposta all’irredentismo palestinese continua a essere dissimile da quella d’Israele. Ma la sensazione è che, finalmente, i due alleati, oggi si parlano davvero. E si ascoltano.

Fiona Diwan

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