n° 10 - Ottobre 2013

A Milano, tutta l’energia di Israele

2013
Cari lettori, care lettrici,

si è concluso il primo Festival Internazionale di Cultura ebraica a Milano, Jewish and the City,  sul tema dello Shabbat e sono davvero colpita dall’interesse che questi ha suscitato, ovunque. Personalmente, sono molto fiera di far parte di una Comunità che ha organizzato un evento così coraggioso e articolato. E vi spiego perché. Non soltanto perché così si è dato modo al mondo ebraico di farsi conoscere e di interagire più a fondo con la cittadinanza. La ragione vera sta nel fatto che ormai tocco con mano sempre più spesso, intorno a me, il crescere del pregiudizio antisemita e anti-israeliano, e credo che tutto ciò che possa servire ad accorciare le distanze e togliere pregiudizio sia non solo importante ma urgente e irrimandabile. Di solito, non amo parlare di antisemitismo, lo trovo troppo scontato e distruttivo, e poi coltivo il puerile pensiero che i demoni meno li disturbi meglio è, meno li evochi e più ti girano al largo. Ma nell’ultimo mese mi sono capitati tra le mani due libri, opposti tra loro e in un certo qual modo collegati. Il primo è un documento storico, il diario del polacco Menachem M. Selinger che racconta delle proprie peregrinazioni, in fuga dall’Europa occupata dai nazisti, tra ghetti, rastrellamenti, tradimenti, esecuzioni di massa. Il diario, scritto in diretta tra il 1944 e il 1945 e mai pubblicato finora (potete leggere l’articolo a pag. 14), è una fonte storica unica e straordinaria della vita quotidiana di una famiglia ebraica polacca, quasi una fotografia dell’antisemitismo di ogni giorno in quella tempestosa temperie bellica. Il secondo libro invece, è un saggio appena pubblicato e non ancora tradotto in Italia, del docente di Harvard David Goldhagen, The Devil that never dies, Il diavolo che non muore mai -edito da Little, Brown and Company-: un’analisi dell’antisemitismo contemporaneo che fa venire i brividi. Lo storico punta il dito sulle nuove versioni dell’odio antisemita contemporaneo: quello europeo, terzomondista e umanitarista alla lady Ashton e alla Saramago. Un odio ammantato di diritti umani e che detesta Israele, paragonato alla Germania nazista. E poi l’odio dell’islam politico, che infonde un’anima violenta e sterminazionista nell’antisemitismo globale. Infine il “palestinismo” che disumanizza l’ebreo facendone un mostro divoratore di bambini. E così, toh chi si rivede, i vecchi pregiudizi di nuovo in pista. Ecco perché penso che raccontare chi siamo, accorciare le distanze tra mondo ebraico e società civile stia diventando un dovere irrimandabile. Come? Uscendo allo scoperto, esponendosi, affinando gli strumenti dialettici di rappresentazione di sé. Sarà anche una goccia in mezzo all’oceano del pregiudizio ma sarà pur sempre qualcosa.

Fiona Diwan

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