Il rifiuto palestinese alla pace. 20 anni fa a Camp David

di Paolo Castellano

Un anniversario che ogni anno passa in sordina ma che ricorda un evento che avrebbe potuto cambiare radicalmente e in meglio i rapporti tra Israele e i palestinesi. Parliamo del summit per la pace che avvenne nel luglio 2000 a Camp David, ovvero una delle residenze del presidente degli Stati Uniti d’America che si trova nell’area montuosa del Maryland settentrionale.

Ci riferiamo infatti all’episodio storico che avrebbe potuto mettere fine al conflitto israelo-palestinese. Nel 2000, Bill Clinton volle ricevere presso la sua residenza l’allora primo ministro israeliano Ehud Barak e il leader palestinese Yasser Arafat.

Come riporta Israele.net, durante questo vertice ad Arafat vennero offerti tutti i territori contenuti nella Striscia di Gaza, il 91% dell’area della Cisgiordania e l’amministrazione palestinese sulla parte Est di Gerusalemme. Arafat rifiutò la generosa proposta di Barak, nonostante le insistenze della controparte israeliana supportata dal mediatore statunitense. Questo comportamento stupì le diplomazie poiché l’offerta soddisfaceva tutte le richieste palestinesi – rimaste tali anche nel 2020.

Dopo il suo rifiuto, il leader palestinese non fece nessuna contro-proposta e lasciò il summit. Tale comportamento fu criticato anche da Clinton che dichiarò che Arafat aveva “perso l’occasione di creare finalmente uno Stato palestinese”. Dopo due mesi, pensando che la leadership di Barak si fosse indebolita a causa del fallimento dei negoziati di Camp David, Arafat organizzò violenti attentati contro Israele con lo scopo di ottenere ulteriori concessioni. Questa ondata di violenza è passata alla storia con il termine di “seconda intifada“.

Come ha scritto il giornalista Jonathan S. Tobin di JNS citando l’analisi di Aaron David Miller, ex consigliere del Dipartimento di stato per il processo di pace in Medioriente, il vertice di Camp David portò più svantaggi che vantaggi per gli israeliani che vennero colpiti più duramente dal terrorismo palestinese, che considerava l’avvicinamento come un segno di debolezza: «Le conseguenze del fallimento furono pagate col sangue di quelli trucidati nell’intifada di Arafat».

Insomma, Miller è fermamente convinto che Israele e la comunità internazionale debbano trarre una lezione dal fallimento dei negoziati del 2000: «Finché i palestinesi non rinunceranno alla loro visione di un mondo senza lo Stato nazionale ebraico d’Israele, nessun processo di pace avrà mai successo».

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