Ben Stiller a Yad Vashem

Sono figlio di hippy: psicoterapia e ebraismo erano il mio pane quotidiano

di Odeya D. Bendaud

Ben Stiller a Yad Vashem

Ben Stiller a Yad Vashem

È nato in una famiglia di attori della commedia hollywoodiana, da ragazzo recita shakespeare in casa, indossando i collant della sorella. A scuola viene preso di mira dai bulli perché ebreo e a inizio carriera colleziona figuracce e flop a ripetizione. Tra vita vera e personaggio, ancora oggi Ben Stiller resta fedele alla propria immagine: quella di un perdente di successo

Benjamin “Ben” Stiller, figlio di una coppia di star della commedia americana, Jerry Stiller e Anne Meara, nasce a New York nel 1965. Fin da bambino viene circondato dagli amici dei genitori, alcuni dei quali sono personaggi-mito del mondo del cinema. Da Francis Ford Coppola a Peter Max, da Rodney Dangerfield a uno stravagante Andy Kaufman che il giorno del Ringraziamento in casa Stiller si rifiuta di mangiare il tacchino preferendo panini con burro d’arachidi e marmellata alle fragole.

Ben e sua sorella Amy sono abituati a questi sketch di vita vera apparentemente bizzarri, buffi, sgangherarti, un po’ anticonformisti. La loro alternativa a questa realtà surreale e un po’ sopra le righe è la tata Hazel, mamma di sette figli che a loro volta diventano altrettanti fratelli acquisiti per i bambini Stiller: Hazel li cresce tutti quanti in un ambiente il più intimo e il più ovattato possibile.

“La mia infanzia è stata piena di sessioni di terapia piscologica per riuscire a decifrare e accettare il lifestyle hollywoodiano assolutamente fuori dagli schemi e non convenzionale in cui stavo crescendo. All’età di dieci anni sono stato alla mia prima seduta da uno psichiatra, ma all’epoca era una cosa abbastanza normale. Le pratiche di auto-aiuto e la ricerca di sé stessi, erano molto incoraggiati. I miei genitori stavano vivendo al galoppo e con pienezza l’avventura esistenziale degli anni ‘70 in una città come New York, dove era davvero molto in voga studiare e recuperare quanto più materiale fosse possibile per praticare il ‘self-help’. Sono anche stato all’EST, una specie di seminario molto popolare negli anni Settanta, che serviva ad attuare una serie di meccanismi basati sulla concretizzazione dei propri desideri e sulla realizzazione di sé, insomma, un percorso per ‘scoprire’ chi sei veramente. Era tutto molto hippy e alternativo, eravamo in piena contro-cultura americana ma io sono cresciuto circondato da quell’atmosfera. Come tutti, anche io cercavo me stesso e ad oggi non so se io mi sia ancora ‘ritrovato’; crescere in una famiglia di attori significava vivere con un pizzico di follia e di non-sense (somigliano ai miei finti genitori in Ti presento i miei). Non era affatto uno stile di vita normale e non lo sarebbe nemmeno oggi: ora che sono nel business me ne rendo perfettamente conto. Era un mondo molto strano e solo ora, a posteriori, capisco perché i miei genitori pensassero che la terapia piscologica fosse una buona cosa e soprattutto utile per non perdere i parametri della vita vera”. Nonostante questa “doppia” infanzia sempre in bilico tra stramberie abitudinarie e ricerca della normalità, le tradizioni e le radici ebraiche del padre di Ben permeano la sua educazione tanto che oggi è Stiller stesso a tramandare il proprio ebraismo alla figlia Ella Olivia di 8 anni.

“ Le tradizioni ebraiche sono importantissime per la mia famiglia. Parte del legame tra di noi si fonda su di esse. Durante i primi anni di matrimonio dei miei genitori, mia madre si convertì all’ebraismo di sua spontanea volontà e fu proprio lei a dire ‘Voglio che i miei figli crescano da ebrei’. Io e Amy siamo cresciuti in una casa ricca di cultura ebraica, anzi si potrebbe addirittura dire che siamo ebrei nei nostri sentimenti verso la vita, e nella nostra attitudine personale verso il mondo esterno. Abbiamo frequentato scuole ebraiche, imparato la lingua e io ho celebrato il Bar Mitzvah. Religiosamente parlando, i nostri genitori ci hanno sempre ricordato che la maniera in cui io e mia sorella avremmo deciso di vivere avrebbe dovuto essere una nostra scelta personale e responsabile. Ma se non altro, siamo stati guidati e istruiti, e siamo a conoscenza del nostro background e della nostra storia”.

Attirato verso il mondo dello spettacolo sin da giovanissimo, Ben ama esibirsi in casa recitando Shakespeare senza mai dimenticare di infilarsi i collant di Amy per essere più credibile. A scuola però, la sua vita è tutt’altro che felice e viene ripetutamente preso di mira e maltrattato dai bulli di turno, ricoprendo egregiamente il ruolo di adolescente disadattato per la maggior parte dei suoi anni da studente. All’inizio della carriera adulta, viene spesso definito come “un marmocchio Hollywoodiano ben raccomandato”, e dopo una serie di clamorosi insuccessi televisi e un’interminabile impegno costellato solamente da penosi indici d’ascolto (The Ben Stiller Show, 1992), riesce finalmente a riscattarsi con il film Giovani, carini e disoccupati (Reality Bites, 1994). La fama vera e propria sopraggiunge nel 1998 con la commedia Tutti pazzi per Mary, regia dei fratelli Farrelly. In seguito, la carriera di Stiller si consoliderà attraverso una serie di ruoli comici in film commerciali ma con una certa grinta, come Zoolander, Ti presento i miei, Mi presenti i tuoi? e Una notte al museo.

“Se i miei genitori fossero stati degli idraulici, chissà che lavoro avrei intrapreso. Diventare attore, produttore, regista e sceneggiatore ed essere sempre convincente, non è per niente facile. Il mondo dello show business è meraviglioso ma quando fai un film da 120 milioni di dollari, le tue prospettive cambiano. Non avevo mai interpretato un film che aveva fatto ridere così tanta gente (Tutti pazzi per Mary) e dal successo tanto travolgente. Da quel momento la mia vita è cambiata, non solo il mio cachet si è alzato vertiginosamente, ma venivo riconosciuto ovunque. Tuttavia, tutto ciò, per me, non significò aver acquisito più talento o essere magicamente diventato il nuovo sex symbol del secolo. Io credo che molti attori abbiano un ego ipertrofico, ma che siano anche incredibilmente insicuri, fragili, ed è una miscela esplosiva. Io faccio parte di questa categoria. Qualsiasi sia la motivazione psicologica, vogliamo e cerchiamo l’approvazione di tutte le persone dell’universo ma al tempo stesso crediamo di non esserne mai all’altezza. Abbiamo bisogno di avvalorarci e legittimarci attraverso il nostro lavoro. Mi vengono ancora i brividi se penso alla difficoltà di mantenere integra la propria dignità quando si fanno migliaia di provini. Io mi sono messo in gioco tante volte e altrettante volte ho dovuto sostenere lo sguardo vacuo di chi stava dall’altra parte, sentendomi dire ‘Grande! Grazie! Bel lavoro! Grazie per esser venuto!’, il che mi faceva solo pensare: ‘Che diavolo sto facendo con la mia vita?’. Ciascun attore tenta di accaparrarsi i ruoli giusti tramite i provini, andando a scuola di recitazione, creandosi un network di persone che si ritrovano nella medesima situazione. Quando andava male non aspettavo che fosse il lavoro a venirmi incontro, piuttosto mi rimboccavo le maniche e tentavo di andare avanti elaborando i miei progetti con degli amici che facevano i registi. Oggi sono molto fortunato, ho un grande privilegio: quello di scegliere che ruolo interpretare tra le decine di quelli che mi vengono proposti. No, decisamente, non ho proprio nulla di cui lamentarmi ”.

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