«Non mi arrendo, con i murales faccio resistenza civile. E racconto il nostro tempo ferito». Intervista esclusiva a aleXsandro Palombo

di Ilaria Myr

Parla aleXsandro Palombo, street artist autore di murales memorabili e controcorrente. Le sue sono immagini dolenti che prendono spunto dall’attualità, opere scomode, periodicamente vandalizzate e cancellate da fanatici estremisti. I suoi temi? Shoah e Memoria, le vittime del 7 ottobre, ma anche la disabilità, la malattia, gli abusi e femminicidi… Un’arte che si fa testimonianza. Perché «la memoria è l’unico argine contro l’indifferenza, e l’indifferenza è sempre il primo passo verso il peggio»

 

È conosciuto come “l’artista senza volto” che stupisce ogni volta con i suoi murales di critica sociale che “spuntano” sui muri di Milano. Nessuno lo ha mai visto in faccia, ma è noto a livello internazionale per le sue opere provocatorie e sempre riflessive, che si concentrano su temi di grande rilevanza socio-culturale. La sua è un’arte “dei diritti”, e lui è stato soprannominato dal Jüdische Allgemeine “l’anti-Banksy” (altro notissimo urban artist “nascosto”, con posizioni però opposte su temi come l’antisemitismo, il terrorismo e la Memoria). aleXsandro Palombo è questo: un artista pop che ha scelto la riservatezza totale sulla propria persona, senza dare adito a categorizzazioni o giudizi semplicistici, perché vuole che sia la sua arte a parlare.

Salentino di origine ma milanese di adozione (vive a Milano da trent’anni), Palombo lascia continuamente il segno con opere riflessive e irriverenti, incentrate sulla cultura pop, la società, le disuguaglianze, l’inclusione, la diversità, l’etica e i diritti umani.

 

Il legame con la memoria della Shoah

Molte sono le opere dedicate al tema dell’Olocausto: le più note sono quelle apparse all’esterno del memoriale della Shoah di Milano per il Giorno della Memoria nel 2023, che ritraevano i Simpson vestiti da deportati, a cui hanno fatto seguito, nel 2025, altri murales: Anti-Semitism, History Repeating, con Liliana Segre, Edith Bruck e Sami Modiano, e The Star of David, che raffigura Edith Bruck nella bandiera con la Stella di David. Entrambe le opere dopo essere state vandalizzate sono state acquisite dalla Fondazione Museo della Shoah di Roma.

Non solo. Il 29 gennaio scorso è comparso sulla Caserma Montello, in via Michele Amari, all’angolo con via Francesco Caracciolo a Milano, un suo nuovo murale raffigurante Primo Levi e Anna Frank, seduti a terra in uniforme da deportati di Auschwitz, con lo sguardo rivolto a un cielo di stelle gialle, le stesse che gli ebrei erano costretti a portare cucite sugli abiti, ed è stato realizzato in occasione del Giorno della Memoria su ciò che resta delle opere dedicate nel 2025 ai sopravvissuti della Shoah Liliana Segre, Edith Bruck e Sami Modiano.

Dopo soli quattro giorni, però, anche la nuova opera ha subito la stessa sorte, il volto di Primo Levi è stato sfregiato, la memoria ancora un volta violata: una violenza che colpisce simbolicamente la sua testimonianza e il valore civile che rappresenta.

Il murale “Memory is no longer enough” alla Caserma Montelli a Milano

Ma nonostante episodi simili siano continui – con l’ultimo sono ben 17 gli attacchi vandalici alle sue opere dedicate alla memoria – Palombo non smette mai di credere che donare la sua arte e inserirla negli spazi pubblici, metterla al servizio di temi importanti come la memoria e l’umanità, sia sempre più urgente. Per farci raccontare direttamente da lui cosa animi la sua arte e il suo impegno, lo abbiamo contattato per un’intervista, pur sapendo che non ne concede quasi mai, sebbene le richieste arrivino sovente da media blasonati e conosciuti a livello internazionale. E – lo diciamo con orgoglio e gratitudine – ha accettato volentieri la nostra richiesta, concedendosi in modo generoso e profondo.

Da anni la sua arte affronta argomenti di grande rilevanza sociale e culturale su cui lei vuole sensibilizzare il pubblico. Che cosa la spinge a scegliere un determinato tema per un’opera?

La ricerca della verità, più che della bellezza, è ciò che orienta il mio lavoro. Mi interessa ciò che è concreto, essenziale, tutto ciò che permette di raccontare la realtà senza filtri. Per me è una forma di memoria attiva, un modo per non girarsi dall’altra parte davanti all’indifferenza e all’inumanità che ci circonda.

Molte opere nascono da esperienze personali, da ferite che diventano necessità di dire qualcosa, e da un processo di indagine sociale fatto sul campo. È il mio modo di stare al mondo e di tendermi verso gli altri, entrare in contatto con ciò che è umano, con quelle condizioni che possono cambiare il destino delle persone e delle comunità.

Le questioni sociali non possono essere trattate come una tendenza passeggera o un esercizio intellettuale, anche se oggi spesso accade. Occuparsi di queste tematiche significa assumersi la responsabilità della vita reale delle persone, del nostro tempo e della sua complessità, con le sue zone d’ombra e le sue verità scomode. È proprio lì, dove molti distolgono lo sguardo, che io scelgo di stare.

Fra questi c’è la Shoah, a cui ha dedicato diversi murales. Quali sono le motivazioni che la spingono a trattare questo tema, soprattutto in un momento in cui la Shoah viene messa in discussione per la tragedia di Gaza? C’è una sua volontà di “provocare” chi vorrebbe banalizzarla?

Oggi parole come “genocidio” o “Shoah” vengono usate con una leggerezza tale da mostrare che la banalizzazione ha già superato il limite e non è più un pericolo, è diventata la normalità. Per me occuparmi di Shoah è prima di tutto una responsabilità morale. Sono cresciuto in un’epoca in cui la memoria era una cosa seria, raccontata senza filtri. La Shoah era l’orrore assoluto, qualcosa che non si poteva nemmeno nominare con leggerezza. Ricordo bene che persino scherzare su certi temi era impensabile, perché significava oltrepassare un confine che non andava toccato.

Questa educazione mi è rimasta addosso. Mio nonno parlava della guerra, della fame, della miseria, e capivi che la memoria non era un esercizio scolastico, era un modo per restare vigili. Il male non è un concetto astratto, è qualcosa che può tornare se smettiamo di riconoscerlo e i tempi che stiamo vivendo ce lo confermano ogni giorno.

Oggi il contesto è completamente diverso. Viviamo in un mondo veloce e superficiale, dove tutto si consuma in pochi secondi. Le nuove generazioni sono sommerse da informazioni che si sovrappongono, spesso senza profondità, e questo rende la memoria un terreno fragile. In questo vuoto si infilano semplificazioni, distorsioni, manipolazioni che trasformano l’Olocausto in un contenuto come un altro. I linguaggi tradizionali della memoria rischiano di non raggiungere più i più giovani, e questo è già tangibile. Un’immagine nello spazio pubblico può aprire un varco dove le parole non arrivano. L’arte non sostituisce la storia, ma può diventare un ponte, un modo per riportare la memoria dentro il presente e renderla di nuovo percepibile. Per me non è una scelta occasionale. È parte del mio retaggio, di ciò che ho ricevuto e che sento il dovere di restituire. Parlare di Shoah oggi è più difficile, ma proprio per questo è necessario, la memoria è l’unico argine che abbiamo contro l’indifferenza, e l’indifferenza è sempre il primo passo verso il peggio. Siamo oltre la soglia della banalizzazione e proprio per questo non possiamo permetterci di tacere.

A sinistra il murale della famiglia Bibas, a destra lo stesso vandalizzato


La stessa domanda vale per il murale da lei realizzato dedicato alla signora Shiri Bibas e ai suoi due bambini Kfir e Ariel, rapiti e barbaramente assassinati a Gaza. Che cosa voleva dire con questa opera, che sicuramente lei sapeva avrebbe – come è poi avvenuto – scatenato chi nega il 7 ottobre?

Quell’opera riprende un momento reale, la scena in cui Shiri Bibas veniva trascinata via dai miliziani di Hamas con i suoi bambini in braccio. Ritrarre una madre che stringe i figli in un istante così estremo significa toccare il punto più profondo del dolore umano. Non è un gesto politico, è un gesto universale. Shiri con Kfir e Ariel non rappresenta solo una famiglia colpita, ma tutte le madri che, in ogni tempo e in ogni luogo, hanno provato a proteggere i propri bambini dalla violenza.

La maternità ferita è il punto in cui la brutalità si mostra per quello che è, un attacco diretto all’innocenza. Una madre che abbraccia i figli è vulnerabilità e resistenza insieme. È un’immagine che attraversa culture, religioni e confini.

Fermare quell’istante significa restituirgli verità, soprattutto in un tempo in cui l’orrore viene negato e manipolato. Shiri con i suoi bambini è una ferita aperta, guardarla significa assumersi la responsabilità di non distogliere lo sguardo.

Il penultimo che ha realizzato, “Human Shields”, che ritrae Greta Thunberg, Francesca Albanese abbracciate da un terrorista di Hamas, è una critica esplicita contro l’attivismo occidentale e contro le ambiguità del dibattito contemporaneo, che chiama in causa anche il ruolo dell’ONU nel contesto palestinese. È una presa di posizione molto chiara la sua, che la espone a critiche e attacchi anche sui social …

Il murale Human Shields con Greta Thumberg, Francesca Albanese abbracciate da un terrorista di Hamas

Non mi preoccupano le critiche né gli attacchi sui social legati a questo tipo di opere. Ciò che invece osservo con inquietudine è che offese e minacce rivolte alla mia persona siano diventate la normalità solo perché realizzo lavori che mantengono viva la memoria dell’Olocausto. È sconcertante constatare come occuparsi della Shoah, un evento che ha segnato la vita di milioni di ebrei e la storia dell’umanità, venga oggi percepito come qualcosa di problematico, quasi una posizione estrema. Siamo arrivati al punto in cui ricordare tragedie di tale inumanità non è più considerato un dovere ma un ostacolo e talvolta persino un rischio. Il clima ostile e le gravi minacce che mi vengono rivolte mostrano con chiarezza quanto questa deriva sia profonda. Ogni giorno tocco con mano la gravità del momento che stiamo vivendo, aggressioni verbali e intimidazioni di chiara matrice antisemita arrivano alla mia persona pur non essendo ebreo. Ed è proprio questo che rivela la natura del problema, perché quando l’odio colpisce anche chi non è ebreo significa che il bersaglio non è la persona ma l’idea stessa dell’ebreo. È un linguaggio che la storia ci ha già mostrato dove può portare e vederlo riemergere con tanta facilità significa che la memoria della Shoah non sta più proteggendo nessuno.

C’è poi un altro elemento che pesa molto: una parte dell’attivismo che oggi riempie le piazze non prende mai le distanze dalla violenza e finisce per normalizzare linguaggi e slogan apertamente antisemiti. Si definiscono manifestazioni pacifiste, ma spesso sono attraversate da cori e simboli che di pacifico non hanno nulla. Il silenzio di chi guida queste piazze, la mancanza di una condanna sincera e chiara, contribuisce a rendere accettabile ciò che non dovrebbe esserlo mai.

Queste piazze non stanno facendo un buon servizio alla causa palestinese e una parte della responsabilità riguarda anche il modo in cui il tema viene affrontato sul piano istituzionale e politico. Il dibattito sul DDL contro l’antisemitismo ha messo in luce lacerazioni profonde, ambiguità e meccanismi di convenienza che impediscono di assumere una posizione chiara proprio mentre l’odio cresce sotto gli occhi di tutti. Non si può rallentare una misura così urgente e necessaria per la tutela della società e dei suoi cittadini e poi sorprendersi se l’antisemitismo dilaga. È inquietante vedere come esitazioni e calcoli politici prevalgano sulla necessità di proteggere e salvaguardare la convivenza civile, con l’evidente volontà di rinviare ciò che invece richiederebbe un’assunzione immediata di responsabilità. Dobbiamo davvero aspettare che si verifichi un episodio grave anche qui, come quello accaduto a Sydney durante i festeggiamenti di Chanukkà o in altre parti del mondo, per comprendere la gravità del momento?

L’attivismo che domina oggi ha poco a che fare con la cura del sociale o con i diritti umani. È un attivismo di superficie che segue l’onda emotiva del momento. Si cambia causa come si cambia slogan, non per convinzione ma per convenienza. Quando un tema smette di fare rumore se ne adotta un altro più utile a restare visibili. È un meccanismo che coinvolge molti volti pubblici ed è il segno di un tempo in cui l’esposizione vale più della coerenza.

Molti movimenti non nascono dalla solidarietà ma dalla necessità di esserci. La causa diventa un fondale, un pretesto. L’indignazione si trasforma in una performance e la partecipazione in un gesto identitario, si usa la sofferenza altrui come occasione per alimentare il proprio ruolo. È una dinamica che svuota i temi e li riduce a strumenti, mentre chi dovrebbe essere al centro della discussione scompare.

Negli ultimi tempi, le opere sulla Shoah, la famiglia Bibas e quelle che criticano il terrorismo di Hamas sono state vandalizzate. Ma ogni volta che è successo, lei le ha rifatte. Che cosa prova e pensa ogni volta che succede? Perché è così importante per lei continuare?

Chi cancella un murale sulla Shoah, sulla famiglia Bibas o contro il terrorismo di Hamas non sta attaccando me, sta cercando di eliminare un frammento di verità che disturba. Ogni volta che accade provo una sensazione di amarezza e lucidità. Amarezza perché colpire un’immagine è sempre il segno di un’aggressione più profonda, quella contro la memoria e contro gli innocenti. Lucidità perché proprio quel gesto conferma quanto sia necessario continuare. Rifare un’opera vandalizzata, a volte, è un atto di responsabilità e di resistenza: io non mollo e continuo perché quei volti e quelle storie non devono essere lasciati soli.

Questi attacchi mostrano quanto sia fragile il terreno su cui poggia la nostra democrazia e quanto sia facile che venga incrinato. Non sono episodi marginali, non appartengono alla normalità, non possono essere archiviati come bravate. Ogni volta che un’opera viene colpita si rivela una crepa più ampia, un indebolimento della nostra capacità di difendere ciò che dovrebbe restare intoccabile. Quando un’immagine viene rimossa perché ritenuta scomoda significa che la libertà è già stata ferita nel suo punto più esposto. E quando questi gesti vengono minimizzati si perde la percezione del pericolo che rappresentano.

Sono elementi essenziali della nostra vita democratica e quando vengono intaccati si mette in discussione l’intero sistema che li sostiene. Una società che accetta la cancellazione delle immagini che la interrogano è una società che sta rinunciando ai propri anticorpi culturali, quelli che impediscono la deriva e l’imbarbarimento.

L’arte è sempre stata un luogo di coscienza e di resistenza, uno spazio in cui la comunità può riconoscersi e interrogarsi. Se non la proteggiamo, rinneghiamo ciò che ci ha formati e ciò che la storia ci ha consegnato come patrimonio comune. Già prima degli eventi più recenti in Medio Oriente i miei lavori venivano colpiti con scritte antisemite e simboli cancellati, come accadde con l’opera dedicata ai Simpson ad Auschwitz. Erano segnali chiari, ma spesso ignorati, come se non riguardassero nessuno. In realtà indicavano una deriva già radicata nel nostro tessuto urbano e che oggi si manifesta in tutta evidenza.

Stiamo assistendo a un uso distorto delle parole e dei concetti, che vengono rovesciati e manipolati fino a perdere il loro significato originario. Non è un caso che la parola “genocidio” sia stata strumentalmente capovolta e trasformata in un marchio ideologico contro il popolo ebraico già nei giorni immediatamente successivi all’attacco di Hamas, prima ancora che Israele avesse iniziato a difendersi. Questo stravolgimento semantico non solo altera la verità storica e politica, ma alimenta una narrazione tossica che legittima l’odio e cancella le responsabilità del terrorismo. Sui social questo processo si amplifica e diventa una macchina di disinformazione che si autoalimenta. Quel termine è stato ripetuto con insistenza fino a diventare il perno di una campagna sistematica. Per questo continuo nel mio percorso senza arretrare di un passo, perché ogni immagine che viene colpita rivela quanto sia urgente difendere ciò che rappresenta e ristabilire la verità.

Che cosa vuole dire soprattutto ai giovani con le sue opere?

Ai giovani non serve un sermone, serve uno sguardo, e l’arte può offrirlo quando riesce a togliere il rumore di fondo e a mostrare ciò che di solito si evita. La realtà non è uno schermo da scorrere, è un luogo in cui si entra. C’è chi preferisce restare in superficie ed è libero di farlo, ma lì non cresce nulla. Non ho un messaggio da impartire, semmai un invito a non accettare la versione più comoda delle cose, a non confondere la visibilità con la verità, a non lasciare che la propaganda pensi al posto tuo.

La complessità deve essere percepita come una possibilità e non come un ostacolo. Non è un labirinto ma un allenamento dello sguardo, perché è lì che si forma la coscienza ed è lì che comincia la libertà. Pensare con la propria testa è ancora il gesto più rivoluzionario che abbiamo.

Ci sono opere a cui è più “affezionato” o con cui ha un legame particolare? Quali? Perché? Ci vuole raccontare come sono nate alcune?

Alcuni lavori mi hanno accompagnato per anni, come percorsi di ricerca non solo visiva ma anche umana, in cui ho cercato di trasformare esperienze personali in uno sguardo che potesse diventare condiviso. La mia storia, in realtà, comincia prima dell’arte. Da ragazzo ho conosciuto il valore della cura e della responsabilità attraverso il volontariato in Croce Rossa; più tardi, con la Marina Militare, ho attraversato mari e confini, partecipando a missioni di soccorso e a operazioni in contesti segnati da guerra e migrazioni. Ho incontrato da vicino fragilità, ingiustizie, vite sospese. Tutto questo ha inciso profondamente sul mio modo di guardare il mondo, insegnandomi che ogni volto porta con sé una storia e che la dignità umana è sempre il primo confine da difendere.

Forse è per questo che alcune opere mi restano addosso più di altre, perché in ognuna c’è un frammento di quel passato, trasformato nel tentativo di dare senso, memoria e responsabilità a ciò che ho visto. Tra i lavori a cui sono più legato ci sono quelli dedicati alla memoria della Shoah, oggi nella collezione del Museo della Shoah di Roma, i ritratti di Liliana Segre, Edith Bruck e Sami Modiano. Lavorare sui loro volti ha significato confrontarmi con una memoria che non appartiene solo al passato, ma continua a interrogarci. In loro ho visto la forza di trasformare il trauma in testimonianza e il silenzio in impegno.

Michelle Obama e Angela Merkel nell’opera ‘Just because I am a Woman’

Sul tema della violenza di genere, il progetto a cui sento di appartenere di più è Just Because I Am a Woman. Ho scelto di ritrarre donne leader mondiali come figure vulnerabili e ferite ma capaci di resistenza, per ricordare che la violenza di genere può colpire chiunque, indipendentemente dal ruolo o dal potere. Il fatto che questo lavoro sia stato accolto in contesti istituzionali ha rafforzato il messaggio, ma la sua origine resta profondamente legata a una necessità etica prima ancora che artistica.

Survivor è il ciclo dedicato al cancro al seno, nasce da una perdita personale. È un lavoro in memoria di una donna che ha fatto parte della mia vita per molti anni. Attraverso quei ritratti ho cercato di restituire forza e dignità a chi affronta una malattia che segna il corpo e l’esistenza, senza retorica, ma con rispetto.

Un altro progetto importante per me è “Disabled Disney Princesses realizzato nel 2013. Attraverso figure dell’immaginario collettivo ho provato a mettere in discussione l’idea di perfezione e i canoni di bellezza imposti, in un momento in cui il tema dell’inclusione era ancora poco presente nel dibattito pubblico. Questo lavoro è nato durante una lunga degenza in ospedale ed è stato, per me, un modo di reagire a una condizione che mi ha cambiato profondamente.

Sono molto legato anche alle opere dedicate al popolo iraniano, nate davanti al Consolato dell’Iran di Milano come risposta alla repressione del regime. L’immagine di Marge Simpson che si taglia i capelli in solidarietà con Mahsa Amini è stata cancellata più volte, e dopo ogni rimozione l’ho ricreata ricontestualizzandola, perché i tentativi di censura e il silenzio non fossero l’ultima risposta. Lo stesso spirito ha guidato il ritratto di Ahou Daryaei, la studentessa arrestata dopo un gesto di protesta che molti giovani iraniani hanno sentito come proprio. In un contesto di violenza continua, quelle immagini restano per me un invito a non distogliere lo sguardo.

In fondo, ogni opera che porta con sé una parte del mio percorso è anche un atto di sopravvivenza. L’arte mi ha permesso di attraversare il dolore senza esserne annientato, di trasformare la vulnerabilità in testimonianza e di restituire al mondo non solo la sofferenza, ma anche la possibilità di una presa di coscienza.

 

Foto in alto: una ragazza fugge dal Nova Festival, 7 ottobre 2023 © aleXsandro Palombo