di Nina Prenda
Anche dagli effetti della narrazione di parte iraniana si può imparare qualcosa. Un video di propaganda diffuso da Teheran (realizzato in stile Lego e costruito come un breve racconto animato) mostra una scena volutamente caricaturale: Donald Trump e Benjamin Netanyahu, accompagnati da una figura demoniaca, sfogliano documenti riguardanti gli Epstein Files. Successivamente, Donald Trump lancia un missile americano contro una scuola di Teheran. Nella narrazione iraniana, un pasdaran dinnanzi alla scuola distrutta trova i resti di una bambina (uno zaino e delle scarpette) e si mette a piangere; così l’Iran reagisce con una massiccia rappresaglia contro Israele e altri Paesi della regione.
Il filmato, costruito con un linguaggio volutamente semplice e visivo, rientra nella tradizione propagandistica degli apparati mediatici iraniani: una rappresentazione moralmente polarizzata del conflitto, dove i nemici sono demonizzati e la risposta di Teheran viene presentata come inevitabile e giustificata.
I commenti dei lettori online
L’aspetto rivelatore del video non è tanto nel contenuto in sé quanto nella risposta che ha suscitato negli utenti del web, che attraverso le piattaforme social di giornali come La Repubblica e La Stampa hanno commentato il filmato. Di fatto, spopolano commenti che legittimano apertamente la posizione iraniana. Alcuni utenti scrivono che “il mondo ha un problema dal 1948 ma lo ha capito solo nel 2026”, alludendo alla nascita dello Stato di Israele. Altri commentano il video con frasi come “non vedo errori”, “accurato”, “più che propaganda sembra un riassunto”, “propaganda? È letteralmente quello che è successo”, “altro che Lego… è la realtà dei fatti”, fino a paradossi retorici come “il diavolo tra Trump e Netanyahu sembra un santo” e ancora “il diavolo in confronto a quei due è un agnellino”.
Questo evento è solo l’ultimo esempio di una società, quella italiana ma più in generale quella occidentale, che è scivolata sempre più nel baratro nero del benaltrismo sistematico. Non si tratta più solo di propaganda prodotta da regimi autoritari, ma della sua eco spontanea amplificata da una parte dell’opinione pubblica occidentale. Invece di interrogarsi sulla natura manipolatoria di certi contenuti, una quota di commentatori finisce per adottarne il frame narrativo: se un messaggio proviene da un regime, la reazione non è smontarlo ma spostare l’attenzione altrove: “sì, ma Israele”, “sì, ma l’Occidente”, “sì, ma nel 1948”. È ciò che ha caratterizzato le piazze pubbliche, le manifestazioni, e i commenti televisivi all’indomani del 7 ottobre 2023 con la retorica del: “Sì Hamas, però Israele…”; “Sì Hamas, ma Israele…”. Se ne deduce che la propaganda già produce il suo effetto non tanto (e non solo) convincendo il pubblico della sua narrazione, quanto installando il germe del benaltrismo nel pubblico occidentale e di fatto mettendo sullo stesso piano democrazie e teocrazie, sistemi liberali e organizzazioni terroristiche, e portando il commentatore a domandarsi: “e noi non siamo forse peggio di loro?”. Il dibattito si trasforma così in una gara di relativizzazione morale dove gli attori vengono equiparati e fatti giocare alla stessa partita. La propaganda vince nel momento in cui innesta un riflesso automatico di giustificazione.



