Yocheved Gold

Il no più lungo del Novecento: la straordinaria vita di Yocheved Gold, la tredicenne che si rifiutò di dare i fiori a Hitler

Personaggi e Storie

di Marina Gersony
A tredici anni, durante le Olimpiadi di Berlino del 1936, Yocheved Gold si rifiutò di offrire fiori ad Adolf Hitler. Nata in Germania da una famiglia rabbinica, visse l’ascesa del nazismo e fuggì a sedici anni nella Palestina mandataria. In Israele contribuì alla fondazione di un kibbutz vicino a Gaza, diventandone per decenni il punto di riferimento come infermiera. Sopravvissuta alla Shoah, alle guerre israeliane e all’attacco del 7 ottobre 2023, è morta a 102 anni.

 

C’è un piccolo, minuscolo gesto che attraversa il Novecento come una crepa nella pietra: una ragazzina di tredici anni che stringe un mazzo di fiori, guarda Adolf Hitler negli occhi e dice NO. Un semplice no. Nessun proclama, nessun applauso, nessuna fotografia ufficiale. Solo un rifiuto silenzioso, ostinato, irriducibile. Si chiamava Yocheved Gold ed è morta nei primi giorni di febbraio a 102 anni, dopo aver attraversato l’Europa in fiamme, la nascita di Israele, le sue guerre, le sue paure e le sue speranze. La sua vita è stata una lunga, coerente risposta a quell’unico, semplice «no».

Agosto 1936. Berlino si veste a festa per le Olimpiadi, vetrina patinata del Terzo Reich. Lo stadio è colmo, le bandiere sventolano, la propaganda funziona. Tutto è studiato nei minimi dettagli per apparire armonioso, potente, rassicurante. Il mondo guarda e, in gran parte, applaude. Yocheved si è intrufolata tra il pubblico: è piccola, rapida nei movimenti, bionda, con occhi chiari. Non è difficile visualizzare la scena. Tra i volonterosi collaboratori del Führer, zelanti ingranaggi di un sistema già perfettamente oliato, qualcuno la scambia per una delle bambine “ariane” selezionate per omaggiare Hitler con dei fiori. La chiamano, la spingono avanti, le porgono il mazzo. Lei si ferma. Davanti a sé ha l’uomo che già incarna una minaccia, anche se l’orrore non ha ancora mostrato il suo volto definitivo. «Lo vidi faccia a faccia e avevo paura», racconterà molti anni dopo. «Che io, ebrea, potessi regalare dei fiori a Hitler? Mi rifiutai».

Una giovane Yocheved Gold

Quel rifiuto avviene mentre la Germania ha già deciso il destino degli ebrei. Le leggi di Norimberga li hanno cancellati dalla cittadinanza, dalla vita pubblica, dalla normalità quotidiana. Yocheved è nata nel 1923 a Halberstadt, figlia del rabbino Aharon Neuwirth e di Sara Bamberger, erede di una lunga tradizione rabbinica tedesca. Cresce tra studio, fede e disciplina, ma anche tra i primi segnali dell’odio che avanza: vetrine infrante, scritte “JUDEN”, compagni di scuola che improvvisamente smettono di parlare, adulti che imparano ad abbassare lo sguardo. Nel 1938 assiste alla distruzione delle sinagoghe durante la Notte dei Cristalli. Le fiamme non bruciano solo gli edifici: bruciano l’illusione che basti essere integrati, rispettabili, tedeschi, per essere al sicuro. Capisce che restare non è più possibile.

L’aliyà e una nuova vita

A sedici anni sale su una nave diretta ad Haifa, nella Palestina sotto mandato britannico. È il 1939, l’Europa sta per esplodere. Durante il viaggio si prende cura dei passeggeri malati: un istinto naturale, quasi inevitabile, che anticipa ciò che diventerà. Intanto, alle sue spalle, il continente si richiude come una trappola. I genitori restano in Europa. Per anni si scrivono. Poi, improvvisamente, le lettere cessano. Il silenzio pesa più di qualsiasi notizia. Yocheved è certa del peggio. La Shoah divora famiglie intere, spezza genealogie secolari, cancella nomi, volti, storie. Eppure, contro ogni logica, i suoi genitori sopravvivono. La loro salvezza passa attraverso coincidenze, rinunce, scelte minime – come non prendere un farmaco di Shabbat che si rivelerà veleno per topi – e aiuti inattesi. La vita, a volte, resiste per vie misteriose, imprevedibili, sottili quanto un filo.

In Eretz Israel, Yocheved costruisce tutto da capo. La storia della sua vita emerge dai ricordi raccolti nelle interviste e, secondo diverse fonti, la vicenda del veleno viene attribuita anche a suo fratello, il rabbino ortodosso Yehoshua Neuwirth. Autore del celebre testo Shemirat Shabbat Kehilchata, Neuwirth è una figura riconosciuta nell’ambito della halakhah, specializzato nella normativa e nelle pratiche relative al rispetto dello Shabbat.

La giovane Yocheved studia, lavora, organizza, tiene insieme persone e bisogni. È instancabile, concreta, pragmatica. Studia economia presso la Mizrachi Home for Young Women di Gerusalemme. Partecipa alla fondazione del kibbutz Sa’ad, a pochi chilometri da Gaza, una linea di confine che è anche una linea di destino. Sposa Shmuel Gold, tra i fondatori del kibbutz, che muore a soli quarant’anni. Rimasta vedova, non si ferma. Cresce i figli in un Paese che nasce sotto le bombe. Diventa l’infermiera del kibbutz senza aver mai studiato Medicina: per quarant’anni cura, ascolta, rassicura, spesso sotto il suono delle sirene. È presente in tutte le guerre israeliane, dalla fondazione dello Stato ai conflitti più recenti. Non se ne va. Non indietreggia. Sempre avanti.

Il 7 ottobre 2023, a cento anni compiuti, trascorre trenta ore chiusa in una stanza di sicurezza durante l’attacco di Hamas. Ancora una volta, la storia bussa alla sua porta. Viene evacuata in un hotel vicino al Mar Morto, ma rifiuta quell’esilio temporaneo. «Non morirò in un hotel», dice ai figli. «Riportatemi a casa». Torna a Sa’ad, nella sua comunità, nel luogo che ha scelto e difeso per una vita intera. Muore lì, due anni dopo.

La vita di Yocheved Gold attraversa il secolo breve e arriva fino al presente, tenendo insieme persecuzione, migrazione, costruzione e conflitto. Il suo rifiuto del 1936 non fu un gesto simbolico, ma una scelta personale compiuta in un contesto già segnato dall’esclusione e dalla violenza. A distanza di quasi novant’anni, resta una testimonianza concreta di come anche nei momenti più bui esista spazio per una responsabilità individuale.