di Ilaria Myr
Sono parole importanti e dense quelle qui riportate, e lo sono ancora di più se a pronunciarle è Gadi Moses, oggi 82 anni, rapito dal Kibbutz Nir Oz il 7 ottobre 2023 è rimasto ostaggio della Jihad Islamica per 482 giorni, e l’unico israeliano di età superiore ai 75 anni, su dieci presi in ostaggio, a sopravvivere alla prigionia. Lui che, fra i costruttori del suo kibbutz, oggi ha la forza di ricostruirlo. «Ma per ricostruire la società fertita c’è anche bisogno dell’aiuto di tutti gli ebrei e gli amanti di Israele».
«Bisogna sempre sperare e credere in se stessi. Anche nei momenti più difficili, quello che hai nella testa e nel cuore è molto più forte di ogni arma. Solo così si può sopravvivere, e rinascere». Sono parole importanti e dense quelle qui riportate, e lo sono ancora di più se a pronunciarle è Gadi Moses, oggi 82 anni, rapito dal Kibbutz Nir Oz il 7 ottobre 2023 è rimasto ostaggio della Jihad Islamica per 482 giorni, e l’unico israeliano di età superiore ai 75 anni, su dieci presi in ostaggio, a sopravvivere alla prigionia
Venuto in Italia ospite del Keren Hayesod, ha colpito tutti i partecipanti degli eventi di Roma e Milano per la sua forza e la sua voglia di vivere, senza odio né rancore per chi l’ha rapito e imprigionato, e per la sua inestinguibile speranza che ci saranno giorni migliori.
Il 7 ottobre, il rapimento e la prigionia
Nato a Hadera da padre tedesco fuggito dalla Germania nazista e da madre turca, all’età di 20 anni Gadi si trasferisce con il movimento Hashomer Hatzair nel Kibbutz Nir Oz, che contribuisce a fare crescere lavorando nei campi. Specializzatosi come agronomo, lavora in diversi paesi del Terzo Mondo, dove insegna agli agricoltori locali i metodi di irrigazione e coltivazione.
Il 7 ottobre 2023 Gadi si trova nella sua casa nel kibbutz, quando arrivano i terroristi da Gaza. Esce da casa per permettere alla propria compagna Efrat Katz, a sua figlia e alle nipoti di nascondersi, ma viene messo su una motocicletta e portato nella striscia.

Durante la prigionia passa per dieci nascondigli, sotto il controllo di più di 20 guardie. La maggior parte del tempo è in isolamento, in condizioni fisiche difficili: poco cibo, la possibilità di lavarsi solo una volta a settimana, ascoltare una radio solo qualche minuto al giorno.
«Si può stare con poco cibo e con poca acqua, è dura ma ci si abitua – racconta a Bet Magazine-Mosaico – ma la cosa più dura è perdere la libertà, la connessione con i media e con il mondo, la conoscenza e l’indipendenza. Non sapevo che c’era la guerra né cosa fosse successo ai miei cari e ai membri del mio Kibbutz. Ero connesso solo con la mia forza e al pensiero di sopravvivere».
Ed è proprio lo sforzo quotidiano di mantenere la dignità di essere umano ad averlo salvato dall’abbrutimento e dalla violenza. «Una volta mi hanno picchiato, ma quando ho detto loro di non farlo mai più, altrimenti avrei io picchiato loro, si sono ben guardati dal riprovarci – ha raccontato -. Un’altra volta, in uno dei nascondigli mi hanno messo come guardia un ragazzo di 14 anni, che mi dava ordini e non aveva rispetto per me. Mi sono lamentato presso il capo dei guardiani, e l’hanno sostituito. Mentre un altro giorno mi sono rifiutato di mangiare, come invece facevano loro, con le mani da un piatto: ho chiesto un cucchiaio, ma quando ho visto che continuavano a prendere con le mani dallo stesso piatto, ne ho chiesto uno separato. Ci sono delle regole a cui io non rinuncio, e questa è una di quelle. Ho chiesto e sono stato rispettato nella mia dignità, mai avrei lasciato che mi trasformassero in quello che non sono».
Continuamente, poi, gli è stato chiesto di convertirsi all’Islam, con la promessa di una buona moglie, ma lui ha sempre rifiutato. « “Sono un ebreo orgoglioso” rispondevo “non lo farò, non chiedetemelo più” – racconta -. Anzi: una quindicina di volte al giorno cantavo a squarciagola l’Hatikva, l’inno israeliano: e potere urlare lì a Gaza “essere un popolo libero sulla nostra terra” aveva per me un significato enorme. Voleva dire: “non mi piegherete” ».
Dopo 482 giorni, finalmente, la liberazione. Ma qualche giorno prima l’ennesima violenza. «Dopo che mi avevano già detto che pochi giorni dopo sarei stato liberato, mi hanno portato in un cimitero davanti a una tomba aperta – ha raccontato durante la serata del Keren Hayesod -. Ero circondato da giornalisti, telecamere e terroristi con i mitra addosso: volevano farmi credere che stavano per giustiziarmi. E lì ho realizzato che il loro obiettivo era farmi crollare e vedermi piangere. Ma io non potevo dare loro questa soddisfazione».
La liberazione e la ricostruzione di una società ferita
Poi, il 30 gennaio 2025, viene finalmente liberato. E solo allora viene a sapere che la figlia della sua compagna che era stata rapita il 7 ottobre insieme alle figlie, è stata liberata – mentre della sorte della sua compagna, rimasta uccisa il 7 ottobre, viene a conoscenza mentre è ostaggio -, e che molti membri del suo Kibbutz sono rimasti uccisi quel Sabato nero o durante la prigionia. Fra questi, i suoi amici Chaim Peri, Yoram Metzger e Gideon Pa’ucker – i primi due assassinati a Gaza, l’altro nella sua casa -, con cui aveva fondato la cantina Nir Oz. Di quella piccola comunità che contava 400 persone, sono stati assassinati in 65: fra loro anche Shiri Bibas e i piccoli Ariel e Kfir, rapiti a 4 anni e 10 mesi.
Dal suo ritorno, Gadi pensa alla ricostruzione del kibbutz e della sua vita. «Il lavoro nei campi è ripreso e va benissimo, e a Shavuot raccoglieremo anche quest’anno i frutti – racconta – e la ricostruzione degli edifici pian piano si farà. Mentre quello che è più duro e difficile vivere in una comunità fortemente colpita, con molte persone che non ci sono più. Ma dobbiamo andare avanti, non abbiamo scelta».
Una lezione di forza e di resilienza, quella di Gadi, che gli viene anche dal suo essere una persona che da sessant’anni lavora nei campi. «Un contadino, per fare crescere i frutti, deve avere fiducia nelle proprie conoscenze e tecniche, altrimenti non è un buon contadino – ci spiega -: deve sapere quando è il caso di aggiungere acqua o quando è tempo di seminare. La fiducia nelle proprie capacità di essere umano è fondamentale. Mentre chi non crede nella propria forza e nelle proprie potenzialità di uomo rischia di crollare. È così nell’agricoltura, ma è così nella vita. Io credo nella testa dell’uomo e nell’uomo, anche se sono stato un ostaggio in mano di altri esseri umani. Dobbiamo essere ottimisti e pensare a un futuro di pace. Non abbiamo altra scelta».
Ed è alle comunità ebraiche e a tutte le persone che dal suo ritorno gli trasmettono amore e solidarietà che si appella per sostenere Israele anche quando la guerra attuale sarà finita. «La società israeliana è profondamente ferita, ci sono tantissime persone che sono rimaste ferite in guerra, che hanno perso un caro o che hanno subito un trauma profondo – spiega commosso -. Per questo non possiamo lasciarli soli, dobbiamo contribuire a ricostruire la loro anima. E per questo abbiamo bisogno del potere meraviglioso del popolo ebraico. Il vostro aiuto e sostegno ci aiuteranno a rinascere».
Il progetto Shavim del Keren Hayesod
A questo messaggio si lega uno dei progetti avviati dal 7 ottobre dal Keren Hayesod in Israele e sostenuto anche dall’associazione in Italia: il progetto Shavim per sostenere i riservisti dell’IDF, civili che hanno lasciato la loro vita e la loro famiglia per rispondere alla chiamata della nazione.
Sono migliaia i riservisti che affrontano le sfide emotive e psicologiche del ritorno alle loro famiglie e alla vita civile, con l’altissimo rischio di sviluppare il Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD), il disturbo d’ansia generalizzato (GAD) e il disturbo depressivo maggiore (MDD).
L’obiettivo di questo progetto è raccogliere fondi per permettere loro di accedere alle sessioni terapeutiche sin dai primi sintomi (flashback, incubi o stati di ipervigilanza, depressione o difficoltà cognitive), per aiutarli da subito ad affrontare questa difficile transizione. In questo modo si attenua l’impatto diffuso che questi disturbi possono avere anche sulle famiglie e sulla comunità.
Secondo il Ministero della Difesa, entro il 2030 circa 42.000 soldati svilupperanno il PTSD. Tuttavia, molti riservisti non hanno i requisiti per partecipare ai programmi di supporto finanziati dal governo o evitano di cercare aiuto a causa dello stigma che circonda la salute mentale.
Il programma prevede un giorno di terapia alla settimana per otto settimane per ciascun gruppo e riunisce gruppi di riservisti dell’IDF per un’intera giornata di attività terapeutiche, tra cui: terapia di gruppo guidata da professionisti, apprendimento di tecniche che permettono di sviluppare strategie pratiche di adattamento alla vita quotidiana e alle dinamiche familiari, attività fisiche (come equitazione e agricoltura), attività nella natura e terapie integrative quali arte terapia, yoga, agopuntura.





