Un racconto che non cerca ordine, ma restituisce esperienza. Si passa dall’alba del 7 ottobre – il risveglio, il carro armato, l’illusione della normalità – al caos immediato dell’attacco. E poi i 738 giorni di prigionia a Gaza, con le violenze fisiche e psicologiche, fame, buio, spostamenti continui, paura dei bombardamenti e – paradossalmente – anche tentativi per resistere: giochi mentali, traduzioni di canzoni, alfabeti ripassati per non perdere lucidità. (Foto: Forum Famiglie degli Ostaggi)
Il soldato imprigionato per due anni

Cohen, originario di Rehovot, nel centro di Israele, era un soldato del corpo corazzato dell’IDF quando fu rapito il 7 ottobre 2023, ventenne, nei pressi del confine con Gaza, dopo che il suo carro armato, in avaria, venne colpito da miliziani di Hamas. Rimasto uno dei pochi sopravvissuti dell’equipaggio, fu trascinato nella Striscia e tenuto in prigionia per circa due anni. È stato liberato nell’ottobre 2025, dopo 738 giorni di cattività, e ha potuto riabbracciare la famiglia – divenuta nel frattempo una delle voci più attive nelle proteste per il rilascio degli ostaggi.
Il racconto
Un racconto che non cerca ordine, ma restituisce esperienza. Si passa dall’alba del 7 ottobre – il risveglio, il carro armato, l’illusione della normalità – al caos immediato dell’attacco. Le esplosioni, il motore in avaria, il fumo che riempie l’abitacolo, i compagni colpiti. Non c’è distanza narrativa: Cohen descrive la scelta in tempo reale, brutale nella sua semplicità – combattere e morire, oppure uscire disarmato e sperare.
La cattura è raccontata come una sospensione emotiva. Non rabbia, non paura, ma una sorta di distacco: «ero lì fisicamente, ma con la testa altrove». Attorno a lui violenza, corpi colpiti, saccheggi, telecamere. Poi il trasferimento a Gaza, la nudità forzata, l’ingresso nei tunnel. È qui che il racconto cambia ritmo e diventa qualcosa di diverso: una cronaca mentale della sopravvivenza.
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