Beppe Severgnini: come combatto i razzisti in Rete

di Ester Moscati

Intervista a Beppe Severgnini.

Giornalista cresciuto alla scuola di Indro Montanelli, scrittore e opinionista, da dieci anni con la rubrica on line Italians risponde ai suoi lettori dal sito del Corriere della Sera. Non solo Beppe Severgnini è quindi uno dei grandi opinion leader della stampa italiana, ma ha anche condotto la diretta video del recente Giorno della Memoria, ospiti Nedo Fiano e Patrizia Cocchi: tema, come trasmettere ai giovani il ricordo della Shoà. Tra i primi a credere alle potenzialità di Internet, è perfettamente consapevole di vantaggi e pericoli della comunicazione on line. E poiché il razzismo, l’’antisemitismo e ogni forma di pregiudizio hanno eletto la Rete come proprio privilegiato domicilio, abbiamo rivolto a Severgnini alcune domande.


Il calciatore italiano Balotelli, nero, che veste la maglia della tua squadra del cuore, l’’Inter, è vittima di vergognosi cori, quasi ogni domenica. E tu hai scritto: “Non si abituerà – non deve abituarsi – al razzismo”. Quanto razzismo naviga in rete e approda a Italians? Che filtro usi, qual è il limite che se superato impedisce di pubblicare le lettere?

Io non credo che la Rete sia un luogo più buono o più cattivo di altri. È il luogo dove il mondo ha trovato un’’espressione. Qual è la novità? Che è una espressione pubblica. Mentre i giornalisti, i professori universitari, hanno sempre saputo che le loro parole hanno un certo peso quando vengono pronunciate in pubblico, la gente comune, anche in buona fede, non si rende conto che ha in mano uno strumento che fino a dieci anni fa era riservato a certe professioni. L’’idiozia, l’’insulto, l’’apologia di reato o la battuta razzista, che rimane grave anche se detta al bar, su Internet diventa informazione di massa. La gente non pensa a questo, commenta con leggerezza, incoscienza, ignoranza. Ma quello che leggiamo su Internet, lo sappiamo perché diventa pubblico, ma non è che altrimenti non esisterebbe: starebbe nella pancia della gente. La “gastroenterologia sociale” non è un grande spettacolo, ma è meglio saperlo, che esistono certe cose, che girano certi umori. Girano i razzisti, a volte inconsapevoli, gli antisemiti, i violenti. Meglio saperlo. Non servono norme speciali, censure, ma la magistratura deve poter perseguire i reati di istigazione all’’odio, la violenza, la diffamazione anche su Internet. Su Italians arrivano lettere anche molto pesanti e stiamo molto attenti a che cosa pubblicare; anche se, lo ammetto, a volte ho voluto deliberatamente far vedere quello che gira nella pancia della rete, ma commentandolo, chiarendo. Il mio criterio è la buona fede di chi scrive e la possibilità di spiegare.


Il presidente Napolitano, in occasione del Giorno della Memoria, disse qualche anno fa che l’’antisionismo è la forma moderna dell’’antisemitismo. Per quel che senti in giro, condividi?

Io penso che molti antisemiti siano semplicemente degli ignoranti e che non sappiano neppure che cosa significa la parola sionismo. Antisionismo come forma moderna di antisemitismo? Sì, condivido, c’’è anche questo. Ma voglio chiarire che troppo spesso l’’accusa di antisionismo e antisemitismo viene rivolta anche a chi intende solo criticare una determinata azione politica di Israele. “Antisemitismo” è una parola pesantissima che non va banalizzata. Amos Oz, Abraham B. Yehoshua, David Grossman e molti altri intellettuali israeliani criticano la politica degli insediamenti. Anche secondo me è una politica sbagliata, poco lungimirante. Gli insediamenti sono un macigno sul cammino della pace tra israeliani e palestinesi. E voglio essere libero di dirlo anche se sono un giornalista italiano che vive a Crema e non un intellettuale israeliano che vive a Gerusalemme, e non tollero di poter essere chiamato antisemita per questo. Per quanto riguarda il Giorno della Memoria, qualche anno fa mi sono chiesto se è ancora necessario un giorno della Memoria, talmente è nota la cosa; ma poi mi sono convinto che sia indispensabile perché quando il mio amico Marcello Pezzetti, che era con me al liceo, porta i ragazzi delle scuole ad Auschwitz, e poi io parlo con quei ragazzi, capisco che non avevano capito. Perché hanno 16 anni. I giovani vanno istruiti, preparati. La Shoà è unica per i suoi numeri, per l’’organizzazione con cui è stata perseguita, per la vicinanza temporale e la civiltà del Paese che l’’ha generata, il Paese che negli ultimi 300 anni in Europa ha espresso la maggiore profondità di pensiero, la Germania. Ma è bene anche attualizzarla e confrontarla con altre, diverse, tragedie, perché l’’intolleranza per il diverso prende oggi molte forme. Io credo che la cosa da cui più dobbiamo guardarci adesso non è il calcolo dei perfidi, che ci sono sempre, ma l’’incoscienza degli ignoranti. Quando vedo le bande dei ragazzini che giocano a fare i neonazisti, con i simboli… loro mi fanno pena, ma i genitori mi fanno rabbia. Ho un figlio adolescente, con cui parlo di queste cose: i genitori hanno il dovere di passare le informazioni su ciò che è stato. Avere un figlio razzista dovrebbe essere il dolore più grande per un genitore. I cattivi maestri sono all’’opera, anche su Internet appunto. In Germania bastarono un paio di libri a fomentare l’’odio antiebraico, bisogna stare in guardia. E i cosiddetti leader, parola che viene dall’’inglese to lead, guidare, dovrebbero fare il loro mestiere. Spesso sono invece followers, come quelli di Twitter. Molti “vanno dietro”, ragionano e governano con i sondaggi e avallano gli istinti che girano e questo per un leader è una colpa gravissima. Se tu usi un certo linguaggio, aggressivo, violento, gli adulti bene o male capiscono, ma i ragazzini no. Se un ministro dice che bisogna “imbracciare il fucile”, ci sono ragazzi che rischiano di prendere alla lettera il messaggio.

A volte su Italians arrivano lettere che iniziano con la tipica frase: “non sono razzista, ma…”

Sì, oppure anche ““Ho tanti amici ebrei, ma…”.” Chi esordisce in questo modo di solito è a disagio, non sa cosa dire, né come dirlo. È disorientato e siccome c’’è qualcuno che di mestiere disorienta la gente, bisogna essere attenti ma magnanimi: non verso le espressioni, ma verso gli uomini e le donne che manifestano questo disagio. Ecco, non direi “perdona loro perché non sanno quello che fanno”, ma “correggi coloro che non sanno”.


Periodicamente tu incontri i tuoi lettori. Specie quelli che risiedono all’’estero: andate in pizzeria e ormai questo appuntamento è noto come Pizza Italians. Ne hai fatte due anche in Israele, con i tuoi lettori di Tel Aviv e Haifa…

Gli incontri sono stati molto belli. Quello di Haifa è stato, guardando indietro, quasi malinconico, perché avvenuto poco prima degli attacchi missilistici. È una città che mi è molto cara, la trovo affascinante perché è un simbolo di convivenza vera. Ci sono ebrei, musulmani, i cattolici di San Giovanni. Alla pizzata c’’era questa atmosfera, molto serena. La prima volta sono stato in Israele nel 1988, durante la prima Intifada; Montanelli mi mandò per un mese e Dan Segre mi fece da guida. Allora il libro più significativo per me fu In the Land of Israel di Amos Oz, in particolare una pagina dove si parlava del lungomare di Tel Aviv, dove le gente passeggiava, sedeva nei caffè, un’’immagine difficile da credere per chi viene da fuori. Per me Haifa rappresenta questo, la possibilità di vivere Israele come Paese normale. A Tel Aviv invece è stato un incontro molto vivace, eravamo in tanti, ebrei di origine italiana; anche l’’organizzatrice della serata era un’’ebrea italiana che lavorava per una associazione che si occupa di mostrare ai giornalisti stranieri le inesattezze o i pregiudizi anti-israeliani presenti nel loro lavoro. Era, diciamo, di “destra” secondo i criteri israeliani; molti partecipanti venivano dai kibbutz, erano di “sinistra”. Tutta la serata è stata animata da discussioni, tra cinque o sei linee politiche diverse, per me straordinariamente utile e interessante. Avrei voluto che assistesse chi pensa a Israele come a un mondo monolitico.


“L’’Islam è moderato fin quando non accendi la miccia. Allora secoli di frustrazione anti-occidentale esplodono pervasi di rancore, rivincita, odio e violenza”.
 Questi – hai scritto – sono commenti che arrivano a Italians.

Ho scritto sul Corriere che la discussione tra Giovanni Sartori e Tito Boeri, sulla possibilità di integrare l’’Islam in Italia, è stata opportuna. Penso che l’’Europa sia il risultato di 2500 anni di Diritto romano, 2000 anni di cristianesimo, dell’’Illuminismo, di presenza islamica ed ebraica, Costituzione e televisione. Io credo che chi viene in Italia debba accettare le regole della vita civile e non seguire solo le proprie tradizioni isolato dal contesto, perché questo crea – come si vede in Inghilterra – schizofrenia identitaria soprattutto nei giovani. Però penso che la discussione debba essere finalizzata alla ricerca di una soluzione, non basta negare la possibilità di integrazione perché la presenza islamica è una realtà consolidata in Europa, con 12 milioni di cittadini. Bisogna controllare e cacciare gli istigatori d’’odio e convincere gli altri a lavorare sulle nuove generazioni.