A Roma la “Chiamata delle Madri”: donne israeliane e palestinesi unite per la pace

Personaggi e Storie

 di Anna Balestrieri
Al centro della manifestazione c’è una dichiarazione congiunta, firmata da donne provenienti “da tutti i settori della società”, unite – si legge nel testo – dal “desiderio umano di un futuro di pace, libertà, uguaglianza, diritti e sicurezza per i propri figli e per le generazioni future”. Un appello che attraversa lingue, identità e confini, costruendo un terreno comune dove oggi prevale la frattura.

Una camminata a piedi nudi, simbolica e concreta insieme, attraverserà il cuore della capitale il prossimo 24 marzo. Dall’Ara Pacis fino alla Terrazza del Pincio, donne israeliane e palestinesi marceranno fianco a fianco per lanciare un appello urgente: riportare il conflitto al tavolo dei negoziati e restituire centralità alla politica nella ricerca di una soluzione.

L’origine dell’iniziativa

L’iniziativa, intitolata Barefoot Walk: Mothers’ Call for Peace, nasce da una rete internazionale di attiviste e associazioni che da settimane lavorano alla mobilitazione. Il passaparola, amplificato dai social e dai gruppi organizzativi, si è rivelato decisivo per coinvolgere centinaia di partecipanti, mentre anche la stampa ha iniziato a dare spazio all’evento. Una mobilitazione dal basso che punta a incidere sull’agenda politica internazionale.

Al centro della manifestazione c’è una dichiarazione congiunta, firmata da donne provenienti “da tutti i settori della società”, unite – si legge nel testo – dal “desiderio umano di un futuro di pace, libertà, uguaglianza, diritti e sicurezza per i propri figli e per le generazioni future”. Un appello che attraversa lingue, identità e confini, costruendo un terreno comune dove oggi prevale la frattura.

Le protagoniste

Nei giorni scorsi sono arrivate a Roma alcune delle protagoniste dell’iniziativa, tra cui Reem Al-Hajajreh e Yael Admi, accolte con entusiasmo dalle organizzatrici. La loro presenza rappresenta il volto concreto di un dialogo possibile, che prova a resistere nonostante la violenza e la polarizzazione.

Numerose realtà italiane hanno già aderito. Tra queste, la Federazione Italiana per l’Ebraismo Progressivo e la comunità Beth Hillel, che hanno sottolineato come “nessuna madre dovrebbe piangere un figlio ucciso dalla violenza” e come sia necessario rimettere al centro “la dignità, la sicurezza e il riconoscimento reciproco”. Un sostegno trasversale che unisce associazioni civiche, religiose e politiche nel segno della pace.

Il percorso della marcia, con partenza alle 17 dall’Ara Pacis, è pensato come un attraversamento simbolico della città e della memoria: un cammino collettivo che vuole trasformare il dolore in azione politica. “Mettere il conflitto nell’agenda dei leader” è uno degli obiettivi dichiarati, insieme alla richiesta di avviare negoziati entro tempi definiti.

Le fondatrici: due storie, un’unica visione

Dietro la “Chiamata delle Madri” ci sono due figure centrali del pacifismo contemporaneo, provenienti da contesti opposti ma unite da una stessa urgenza.

Yael Admi, accademica e attivista israeliana, è cofondatrice del movimento Women Wage Peace. La sua biografia è segnata da una perdita profonda: il fratello fu ucciso durante un conflitto armato con l’Egitto, un trauma che la spinse a dedicare la vita alla costruzione della pace. Con un dottorato in etica e dialogo, Admi lavora da decenni nella risoluzione dei conflitti e nella promozione del ruolo delle donne nei processi decisionali. La sua visione si fonda su un principio radicale: “la vendetta non è una strategia” e solo il superamento del dolore individuale può aprire la strada alla pace.

Accanto a lei, Reem Al-Hajajreh, attivista palestinese e fondatrice di Women of the Sun, porta la prospettiva di chi vive quotidianamente le conseguenze del conflitto. Cresciuta nel campo profughi di Dheisheh, vicino Betlemme, madre di quattro figli, ha trasformato la paura per il loro futuro in impegno politico. La sua battaglia è per una pace che non rinunci alla giustizia e alla libertà del popolo palestinese, e per il protagonismo delle donne nella costruzione di un’alternativa nonviolenta.

Le due leader (nella foto), nominate insieme tra le Women of the Year del 2024 dalla rivista Time e candidate al Premio Nobel per la Pace, collaborano stabilmente per creare ponti tra società civili. Il loro lavoro congiunto dimostra che anche nel momento di massima frattura è possibile costruire alleanze basate su solidarietà, ascolto e responsabilità condivisa.

A pochi giorni dall’evento, gli organizzatori insistono sull’importanza della partecipazione: ogni adesione, ogni condivisione, ogni presenza fisica alla marcia è vista come un contributo a rompere l’inerzia. In un contesto segnato da guerra e sfiducia, la “Chiamata delle Madri” prova a riaprire uno spazio di parola, responsabilità e possibilità politica.