Concerto al Conservatorio Verdi per il Giorno della Memoria

Ucraina, il salvataggio degli ebrei. Si prepara un’altra grande Aliyah?

Mondo

di Anna Lesnevskaya

Un Paese dilaniato, vite distrutte da una guerra di cui pochi parlano. Fame, freddo, violenza e crisi economica. Quale futuro per l’ebraismo di queste terre desolate? La fuga.
Per i 200-250 mila ebrei ucraini, nelle regioni del Donetsk e Lugansk, al confine est
con la Russia, è iniziato l’esodo verso Eretz Israel. Abbiamo raccolto in diretta le loro voci
e testimonianze, finora rimaste inascoltate dai media occidentali. Un’inchiesta

Ucraina

 

«Mentre bombardavano la città, tenevo sul comodino una borsa coi documenti e il Siddur, e pregavo», ricorda Anna, la segretaria della Sinagoga di Lugansk. «Durante la guerra, il Tempio rimase sempre aperto, ma io non mi allontanavo da casa, avevo paura dei cannoneggiamenti e poi dovevo prendermi cura di mia mamma attaccata al letto. Quando finalmente andai alla Sinagoga, per Rosh haShanà, vidi delle persone strette in un cerchio, al buio – in città vivevamo senza luce, senza acqua -, e qualcuno che leggeva la Torà ad alta voce, accanto ad una finestra. Sono passati più di due anni da quel momento, ma ho ancora le lacrime agli occhi, quando ci penso».
A Lugansk, una volta capoluogo dell’omonima regione e ora centro di una Repubblica separatista non riconosciuta, siamo in una terra di confine, dove l’Ucraina dell’Est e la Russia si incontrano. Nell’estate del 2014, la città fu bombardata a tappeto dai razzi Grad, teatro di battaglia tra il governo di Kiev e i cosiddetti separatisti filorussi. I primi lottavano per la sovranità e l’integrità territoriale del Paese che con la rivolta di Maidan, qualche mese prima, aveva capovolto il corrotto regime filorusso di Yanukovitch; i secondi, si facevano difensori del Russkij Mir, “il mondo russo”, costrutto ideologico dei nazionalisti russi nostalgici dell’URSS.
Prima del conflitto, gli ebrei di Lugansk, secondo i dati della Comunità, contavano 7800 persone. La vita ebraica, animata dal rabbino di Chabad-Lubavitch, Shalom Gopin, e dalla rabbanit Hannah, era ricca e intensa, con un club e una rivista femminili, seguitissimi. La scuola Beit Menachem, fondata dal miliardario e filantropo israeliano originario dell’Uzbeksitan, Lev Levaev, era ambita anche da non ebrei, per la qualità dell’insegnamento. Ora la scuola ha chiuso e il rabbino se n’è andato a Kiev. L’unico legame con l’Ucraina è il ponte, fatto saltare in aria dai separatisti. Dopo ore di attesa per i controlli al posto di blocco, lo si attraversa a piedi, camminando su ponteggi di fortuna, in legno, per arrivare a Stanytsia Luganska, sull’altra riva del fiume Severskij Donec, paesino controllato dall’esercito ucraino.
La linea del fronte si estende per 426 chilometri, tagliando fuori parti di quelle che erano le regioni di Lugansk e Donetsk, all’Est dell’Ucraina, e che ora sono diventate le autoproclamate Repubbliche Popolari omonime. E mentre gli accordi di Minsk che prevedono la tregua e la normalizzazione rimangono solo un pezzo di carta, a Lugansk si vive sempre a suon di artiglieria, ora più lontana: si combatte fuori dalla città. Ma la situazione economica e lavorativa è pesante. Il sistema bancario nazionale non funziona più nelle terre dei separatisti, i prezzi, in rubli e non più in grivne ucraine, sono triplicati.

 

Da Kiev, il rav Gopin cerca di finanziare la sua Comunità, grazie agli aiuti del fondo Keren Layedidout del rabbino israelo-americano Yechiel Eckstein, che raccoglie le donazioni di cristiani evangelici americani per aiuti umanitari e per le Alyioth ebraiche.
«I generi alimentari che ci arrivano da Keren Layedidout non bastano per tutti; e così scoppiano dei litigi, ma noi cerchiamo di distribuirli a turno”, racconta Anna della Sinagoga di Lugansk. Con l’inizio del conflitto, tanti degli anziani membri della Comunità hanno lasciato la città, ma ne sono arrivati altri che prima non frequentavano. Coi tempi difficili, ogni contributo conta. «Ora aiutiamo 1500 persone e in più teniamo aperta una mensa gratuita dove sfamiamo 120 persone ogni giorno. Per le persone anziane è un grande aiuto, vengono a mangiare da noi e si tengono compagnia l’un l’altro», ci dice la segretaria del Tempio, che coordina un po’ tutto, in assenza del rav.
Nella città è attiva anche un’altra rete di aiuto alla popolazione ebraica, quella del centro Chesed del Joint Distribution Committee, presente dagli anni Novanta in modo capillare in tutta l’Ucraina. A Severodonetsk, la seconda città più grande della regione, controllata da Kiev, Chesed paga l’affitto e fornisce i generi alimentari a 23 famiglie ebraiche, profughi da Lugansk, ci racconta Dina, che coordina la rete dell’organizzazione nella parte ucraina della regione.
I processi demografici, scatenati dalla guerra, che hanno coinvolto gli ebrei ucraini, sono attentamente monitorati dall’Agenzia Ebraica. Basandosi sulle stime di due studiosi, Sergio Della Pergola e Mark Tolts dell’Università Ebraica di Gerusalemme, l’Agenzia valuta che in Ucraina ci sarebbero 200 mila ebrei e altri membri delle loro famiglie che potrebbero beneficiare della Legge del Ritorno (mentre il Vaad, l’Associazione delle organizzazioni e Comunità ebraiche dell’Ucraina stimava, nel 2015, che si trattasse di circa 300 mila persone). A causa della guerra, in Ucraina ci sono oggi quasi 2 milioni di sfollati dalle regioni occupate dai separatisti. Tra questi ci sono numerose famiglie ebraiche che non sanno quale futuro li attenda se restano in patria.
Faina Levina, 51 anni, ragioniera capo ed ex consigliere comunale, insieme a suo marito, hanno dovuto lasciare Lugansk a giugno del 2014 perché non si sentivano più al sicuro. Quando è scoppiata la “primavera russa”, sostenevano la rivolta di piazza Maidan e l’Ucraina («Il cinismo di chi cercava di dilaniare il Paese ha risvegliato in me lo spirito patriottico», spiega Faina), e i separatisti li hanno messi così sulla lista nera. Hanno dovuto lasciare tutto e ora vivono nell’Ucraina Occidentale, dove Faina ha trovato un lavoro, pagata molto meno di prima, mentre suo marito, che ha subito due infarti a causa dello stress degli ultimi anni, è diventato un invalido e non lavora. Gli unici aiuti che ha avuto Faina sono quelli delle organizzazioni ebraiche. Grazie ai soldi che le mandava la Comunità di Lugansk, come a tanti altri membri fuggiti dalla guerra, si è pagata l’affitto nel primo periodo più difficile, e anche il centro Chesed locale le ha dato una mano. Dal governo ucraino niente. «Quelli come noi, che lottavano per il Lugansk ucraino, sono diventati fuori legge in casa propria. In quanto sfollati contro la nostra volontà non riceviamo un sostegno dignitoso da un Paese per il quale abbiamo combattuto e pagato di persona», racconta lei, nipote di una vittima della Shoah. La nonna di Faina, uccisa nell’eccidio di Babij Yar a Kiev, è tra il milione e 500 mila ebrei ucraini trucidati dalle Einsatzgruppen durante l’occupazione nazista.
Igor Axelrod, 56 anni, fino a poco tempo fa era un imprenditore di successo. Ora è disoccupato («È da quattro mesi che sto aspettando il permesso per aprire una copisteria universitaria»): con sua moglie e la famiglia della figlia ha lasciato Donetsk ed è stato accolto dalla Comunità ebraica di Mariupol, città dove ci sarebbero 5 mila ebrei, secondo fonti comunitarie. Questa città portuale, dominata dalle fabbriche siderurgiche, è stata per un certo periodo sotto l’autoproclamata Repubblica di Donetsk, ma l’esercito ucraino ha fatto retrocedere i separatisti.
Igor fa la spola tra Mariupol e Donetsk («Coi sette posti di blocco ora ci vogliono almeno cinque ore, mentre prima ci mettevo un’ora al massimo»), dove è rimasta sua madre, Polina Naumovna. Nonostante i suoi ottant’anni continua ad insegnare e non ha voluto lasciare la sua scuola e il museo del patrimonio ebraico nel centro comunitario che contribuì a creare. «Non riconosco più la mia Donetsk, era una città europea con un milione di abitanti, ora è diventata una città fantasma», si rammarica Igor. E aggiunge: «Ai militari ucraini che mi fermano ai posti di blocco e mi chiedono di mostrare il certificato di sfollato (a cosa serve, se ho il passaporto ucraino?!), dicendomi che siamo stati noi a volere ‘il mondo russo’, rispondo che sono frottole, volevamo solo vivere tranquilli la nostra vita. Invece quando chiedo loro perché hanno abbandonato la città, non sanno cosa rispondermi».
Prima del conflitto, la Comunità ebraica di Donetsk contava 15 mila persone, ora ne sarebbero rimaste 5 mila, secondo quanto dice il rabbino ad interim Arye Shvartz. A partire dall’inizio degli anni Novanta, il Rabbino capo della città, rav Pinhas Vyshedski (Chabad-Lubavitch), è stato artefice della rinascita della Comunità, «diventata una delle più attive e influenti in Ucraina»; ora sta assistendo con dolore al dissolversi del lavoro di due decenni di impegno per ricostruire l’ebraismo ucraino post-sovietico. «Era una comunità enorme, con un asilo, una scuola, degli edifici bellissimi in centro della città, due Mikveh, negozi e ristoranti kosher», ci racconta il rav, da Kiev, dove la comunità di Donetsk ha spostato la sede centrale e ha aperto un centro comunitario per gli sfollati dall’Ucraina dell’Est e anche dalla Crimea, annessa dalla Russia nel 2014. Grazie all’aiuto di Keren Layedidout e della Federazione delle Comunità ebraiche dei Paesi CSI di Lev Levaev, la Comunità riesce a sostenere le famiglie sfollate, oltre a coloro che sono rimasti a Donetsk. «Mi auguro che altre organizzazioni ebraiche diano una mano ai nostri sponsor, i quali fanno fatica a portare avanti questi impegni per il terzo anno consecutivo», dice rav Vyshedski. Si prepara dunque una nuova grande Aliyah dall’Ucraina, un salvataggio in grande stile? Fame, freddo, guerra e crollo delle speranze nel futuro lasciano intuire che la risposta potrebbe essere affermativa. Di fatto, sta già avvenendo un esodo lento e costante, che in questi anni, a seconda dei periodi, ha subito accelerazioni o rallentamenti.
Di fronte ad un futuro incerto, in un Paese dilaniato dalla guerra e in grave crisi economica, tanti ebrei ucraini scelgono oggi la strada dell’Aliyah. Se nel 2013, l’anno precedente all’inizio del conflitto, gli olim ucraini erano 2000, nel 2014 sono lievitati a 6000 e nel 2015 a 7500, secondo i dati forniti al quotidiano Le Monde da Roman Polonsky, direttore della divisone russofona dell’Agenzia Ebraica. Un inesorabile e progressivo aumento.
Tuttavia, i dati dell’Agenzia per l’anno ebraico 5776 (2016), ottenuti dal quotidiano Haaretz, danno invece le Aliyot ucraine in stallo, anzi in calo del 13,1% (7104). «Gli ultimi anni si è mantenuto un livello alto delle Aliyot dall’Ucraina. È difficile fare delle previsioni su come evolverà la situazione, ma crediamo che nell’anno prossimo le cose cambieranno di poco», commenta Max Lurye, capo della rappresentanza dell’Agenzia ebraica nelle regioni di Donetsk e Kharkiv. La sede dell’Agenzia Ebraica a Lugansk è finita sotto i bombardamenti e ha dovuto chiudere, mentre rimane ancora attivo l’ufficio di Donetsk, oltre a un Centro di accoglienza per gli sfollati vicino a Dnipro (ex Dnipropetrovsk), capoluogo della regione omonima a Sud Est dell’Ucraina, aperto nel 2014 con il sostegno del Keren Hayesod (che a Milano sta organizzando una serata per aiutare gli ebrei ucraini). Negli ultimi sei mesi, più di 1500 persone hanno passato periodi diversi al Centro di Dnipropetrovsk, preparando la domanda per l’Aliyah e seguendo i seminari per i futuri olim, ci fa sapere Max Lurye.
Tanti, invece, scelgono il canale parallelo, quello della fondazione Keren Layedidout per fare l’Aliyah. «Quest’anno abbiamo aiutato circa 4mila ucraini ad andare in Israele», dice Marina Pischanker, che si occupa dell’Aliyah alla Fondazione. Con l’aiuto del Keren, a dicembre del 2016, da Kiev si preparavano a partire alla volta di Israele due voli charter e un volo di linea con circa 300 nuovi olim a bordo.
Mikhail Kozlov ha fatto l’Aliyah con la famiglia a ottobre del 2016, tramite Keren Layedidout. Questo trentunenne con due lauree (ingegnere meccanico e zootecnico), originario di Severodonetsk, nella regione di Lugansk, città che ha accolto tantissimi profughi (siamo lontani solo 20 chilometri dalla linea del fronte con i separatisti filorussi) e dove il lavoro manca, non era entusiasta di partire, ma in Ucraina non vedeva più un futuro per i suoi tre figli (di cinque, quattro e un anno e mezzo). Prima della partenza, ha partecipato a Kiev ad un incontro con il vice sindaco israeliano ed ebreo di Nazaret-Illit – cittadina di 40 mila abitanti -, che gli ha promesso un aiuto con l’asilo per i piccoli. «Ha mantenuto la promessa», sorride ora su Skype Mikhail, che si è stabilito con la famiglia in questa città della Galilea e frequenta l’ulpan con la moglie, sognando un lavoro in un kibbutz. «Lo so che sarà difficile, ma qui mi sono subito sentito a casa. Faremo del nostro meglio per diventare veri israeliani».

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