Trump e Netanyahu, l’alleanza nel tempo dell’incertezza

Mondo

di Anna Balestrieri

Novanta minuti dietro una porta chiusa
Nessuna conferenza stampa, nessuna domanda dei giornalisti, poche fotografie ufficiali e due comunicati ridotti all’essenziale. L’incontro del 28 luglio alla Casa Bianca tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu si è consumato lontano dai riflettori, in un silenzio diplomatico che, più che attenuarne il significato, ne ha amplificato la portata.
Il primo ministro israeliano è entrato da un accesso laterale ed è ripartito circa un’ora e mezza più tardi, senza la consueta coreografia riservata agli incontri tra leader. Era il loro ottavo faccia a faccia dal ritorno di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, ma il primo dall’inizio, a febbraio, del conflitto con l’Iran.

Al termine, Netanyahu ha descritto il colloquio come uno dei migliori mai avuti con il presidente americano. Da Washington è arrivata una formula più prudente: riunione «positiva e produttiva». La distanza tra l’entusiasmo israeliano e la sobrietà americana racconta, da sola, la complessità del momento.

Un’alleanza solida, ma non priva di attriti
Il rapporto tra Trump e Netanyahu continua a fondarsi su interessi strategici convergenti, su una lunga consuetudine personale e sull’idea che la sicurezza di Israele rappresenti un elemento essenziale dell’ordine mediorientale sostenuto dagli Stati Uniti.
Eppure, nelle settimane precedenti al vertice, erano emersi segnali di insofferenza. L’amministrazione americana avrebbe guardato con crescente frustrazione all’andamento della guerra, ancora priva di un esito riconoscibile e distante dalle previsioni più ottimistiche formulate da Israele.
Poche ore prima del colloquio, Trump aveva inoltre rivendicato pubblicamente la propria autonomia di giudizio sulle attività nucleari iraniane, respingendo l’idea di aver bisogno del governo israeliano per comprendere ciò che accade nei siti sotterranei della Repubblica islamica.
Netanyahu ha cercato di disinnescare ogni lettura conflittuale. Ha parlato di collaborazione piena, sostegno reciproco e comunanza di obiettivi. Ma nelle relazioni internazionali la necessità di ribadire pubblicamente un’intesa è spesso il segnale che quell’intesa deve essere continuamente negoziata.

L’Iran al centro, anche quando non viene nominato
Secondo le ricostruzioni israeliane, il confronto avrebbe riguardato tutti i principali scenari regionali, con l’Iran inevitabilmente al primo posto. Le autorità di Gerusalemme hanno tuttavia escluso che sia stato affrontato in modo specifico il dossier di Pickaxe Mountain, il sito nucleare sotterraneo sul quale si sono concentrate indiscrezioni, minacce e dichiarazioni nelle ultime settimane.
Trump aveva già ventilato la possibilità di nuove operazioni militari qualora Teheran non avesse accettato un accordo in grado di garantire, tra l’altro, la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Al tempo stesso, il presidente americano aveva lasciato aperta la porta alla diplomazia, sospendendo temporaneamente gli attacchi e mostrando fiducia nella possibilità di un avanzamento dei negoziati.
È precisamente in questa oscillazione tra coercizione e trattativa che si colloca la missione di Netanyahu. Israele teme che una pausa prolungata possa consentire all’Iran di ricostruire strutture, capacità operative e infrastrutture colpite durante la guerra.
Washington, dal canto suo, deve valutare il costo di una nuova escalation e il rischio che un intervento più pesante trasformi un conflitto regionale in una crisi difficilmente governabile.
Per Israele, il tempo potrebbe lavorare a favore di Teheran; per gli Stati Uniti, una decisione affrettata potrebbe compromettere ogni residuo spazio negoziale.

La decisione che spetta a Trump
Dopo il vertice, un alto funzionario israeliano ha definito quella attuale una fase critica. La convinzione diffusa a Gerusalemme è che Trump debba scegliere presto quale strada imboccare: tornare alla pressione militare, proseguire nella ricerca di un’intesa o combinare le due opzioni.
Netanyahu avrebbe illustrato la valutazione israeliana, accompagnandola con informazioni di intelligence e senza formulare, almeno ufficialmente, una richiesta esplicita d’intervento. La posizione sostanziale appare però meno sfumata: secondo ambienti israeliani, una nuova azione contro l’Iran sarebbe prima o poi inevitabile.
Gli obiettivi non riguarderebbero soltanto gli impianti nucleari già conosciuti, ma anche strutture ricostruite e capacità risparmiate dalle precedenti offensive. Una campagna di maggiore intensità, nella valutazione di Israele, potrebbe incidere persino sulla stabilità interna del regime iraniano.
È una prospettiva che contiene una scommessa rischiosa. Colpire un apparato militare non significa necessariamente indebolire il potere politico che lo controlla: talvolta una minaccia esterna finisce per rafforzarlo.

Gaza e i confini settentrionali sullo sfondo
La riunione non si sarebbe limitata al dossier iraniano. Nei giorni precedenti si era ipotizzato che Trump potesse esercitare pressioni su Netanyahu per accelerare la ricostruzione di Gaza e favorire un arretramento delle forze israeliane presenti in alcune aree della Siria e del Libano.
La delegazione israeliana ha negato che il presidente americano abbia posto condizioni o avanzato richieste imperative. Su Gaza, la linea di Netanyahu resta ancorata a una condizione: nessuna ricostruzione prima di una completa smilitarizzazione.
La formula, apparentemente semplice, racchiude però interrogativi enormi. Chi dovrebbe garantire il disarmo? Quale autorità potrebbe amministrare la Striscia? Quale ruolo verrebbe assegnato a una forza internazionale? E soprattutto, quale percorso politico dovrebbe accompagnare la ricostruzione materiale?
Il governo israeliano ha già aperto alla possibilità di un progetto pilota con l’ingresso di contingenti internazionali. Ma il passaggio da un esperimento limitato a un assetto stabile richiederebbe un consenso regionale che oggi appare tutt’altro che acquisito.

L’Arabia Saudita e l’orizzonte degli Accordi di Abramo
Tra i temi discussi vi sarebbe stato anche un possibile ingresso dell’Arabia Saudita negli Accordi di Abramo. È l’obiettivo diplomatico capace, più di ogni altro, di ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente.
Una normalizzazione tra Riyad e Israele offrirebbe a Trump un risultato storico e consentirebbe a Netanyahu di mostrare che, nonostante la guerra e l’isolamento internazionale, Israele conserva la capacità di costruire nuove alleanze.
Ma la questione palestinese, la guerra a Gaza e il confronto con l’Iran rendono l’operazione molto più difficile rispetto agli accordi conclusi negli anni precedenti con Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco.
La diplomazia saudita non può essere separata dalla sicurezza regionale, ma neppure dalle conseguenze politiche e umanitarie del conflitto palestinese.

Il tema assente della Cisgiordania
Un argomento, secondo le fonti israeliane, non sarebbe invece entrato nella conversazione: le violenze commesse da estremisti israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania.
La loro frequenza ha provocato crescente irritazione a Washington e ha alimentato proteste anche durante la visita di Netanyahu. Nei pressi della Casa Bianca, associazioni ebraiche progressiste e organizzazioni pacifiste hanno accusato il governo israeliano di tollerare, se non incoraggiare, una strategia di destabilizzazione dei territori palestinesi.
L’assenza del dossier dal colloquio ufficiale non ne riduce il peso. Al contrario, mostra come i vertici diplomatici siano costruiti anche attraverso ciò che viene deliberatamente lasciato fuori dall’agenda.
La Cisgiordania continua infatti a rappresentare un possibile detonatore: un teatro meno visibile rispetto a Gaza o all’Iran, ma capace di compromettere qualsiasi progetto di normalizzazione regionale.

La diplomazia delle immagini mancanti
Dopo il vertice, Trump e Netanyahu hanno partecipato alle esequie del senatore repubblicano Lindsey Graham, figura storicamente vicina a Israele. La cerimonia ha restituito ai due leader una dimensione pubblica che la Casa Bianca aveva accuratamente evitato.
Il contrasto è significativo. Il colloquio politico si è svolto senza giornalisti; il rito commemorativo ha offerto invece fotografie, strette di mano e una cornice condivisa.
In un’epoca in cui la politica internazionale viene spesso costruita attraverso la comunicazione visiva, la scelta di non mostrare può essere eloquente quanto la scelta di esibire. Evitare una conferenza stampa ha permesso a Trump di non apparire condizionato dall’alleato israeliano e a Netanyahu di sottrarsi a domande sulle divergenze emerse nelle ultime settimane.

L’intesa necessaria e il margine dell’imprevedibile
Netanyahu è arrivato a Washington per consolidare il coordinamento con il principale alleato di Israele. Trump lo ha ricevuto, ha confermato la comunanza di interessi, ma ha mantenuto per sé l’ultima parola.
È questo il dato politico centrale. Il governo israeliano può fornire informazioni, presentare scenari e sottolineare i pericoli di un Iran nuovamente capace di rafforzare il proprio programma nucleare. Non può, però, determinare la decisione americana.

L’esito dell’incontro dipenderà meno dalle dichiarazioni celebrative che dalle mosse delle prossime settimane: la sorte dei negoziati, le attività iraniane, la sicurezza dello Stretto di Hormuz e l’eventuale ricostruzione delle infrastrutture militari colpite.
L’alleanza tra Stati Uniti e Israele resta profonda, ma attraversa una stagione nella quale la convergenza degli obiettivi non garantisce l’identità dei metodi.
Dietro la porta chiusa dello Studio Ovale, Trump e Netanyahu hanno probabilmente discusso proprio questo: non soltanto come impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare, ma quanto rischio ciascuno dei due sia disposto ad assumersi per raggiungere il risultato.