Trump e il coraggio di eliminare Soleimani, l’uomo che voleva fare del Medioriente il cortile di casa dell’Iran

Mondo

di Paolo Salom

[voci dal lontano occidente]
Ci sono dei passaggi storici di cui avvertiamo l’importanza (e le difficoltà) soltanto molto tempo dopo che sono alle nostre spalle. Un esempio? Se gli israeliani che combatterono nella prima guerra di indipendenza contro cinque o sei eserciti arabi (alcuni dei quali guidati da ufficiali britannici e/o nazisti) si fossero fermati a ragionare sulle opportunità o sulle possibili conseguenze di un conflitto sulla carta assolutamente impari, forse Israele avrebbe avuto una storia differente. O addirittura nessuna. Questo per dire che, nonostante io abbia sempre vissuto nel lontano Occidente (e dunque ne conosca ormai pregi e difetti), vi confesso che sono rimasto sorpreso di fronte al coro di distinguo, alle invocazioni alla moderazione, alle promesse di distanza quando gli Stati Uniti di Trump hanno deciso di chiudere i conti con il generale iraniano Soleimani. Un colpo a sorpresa, d’accordo: un po’ di stupore era più che lecito e comprensibile. Ma le critiche (praticamente) all’unisono dell’Europa tutta (unica eccezione la Gran Bretagna) contro la decisione di liquidare un uomo responsabile di innumerevoli atti efferati, un terrorista insomma, per di più in nome e per conto di uno Stato sovrano, mi sono apparse davvero oltre il limite della decenza. Sorvoliamo sulla necessità di mantenere contatti (e affari) con la Repubblica islamica – questo è comprensibile, non siamo naif al tal punto -, tuttavia un tono più basso nelle invettive sarebbe stato più dignitoso.
Il mondo al contrario. Nei salotti tv, non soltanto nelle cancellerie, Soleimani è stato raccontato come una specie di eroe nazionale (capiamo a Teheran, ma qui da noi…) mentre Trump è uscito, una volta di più, come il “cattivo” della situazione (il “villain” dei film di Hollywood) quando, al di là delle simpatie che può suscitare in ciascuno di noi, i pochi commentatori capaci di ragionare oltre le emozioni (cito per esempio Ian Bremmer, non certo un suo tifoso) hanno riconosciuto come la sua decisione sia stata non solo giusta, ma addirittura “vincente”. Perché? Perché è stato eliminato l’uomo che si era impegnato con tutte le sue forze a fare del Medio Oriente il cortile di casa dell’Iran. Che aveva diretto la sanguinosa repressione in Siria per mantenere sul trono il suo cliente Assad. Che stava divorando un pezzo dopo l’altro un Iraq dove persino la componente sciita non ne può più degli scomodi alleati.
Ho lasciato fuori Israele, ma solo perché, per una volta, non si è dovuto accollare, come in passato, il fardello di un’azione liberatoria per conto terzi (immaginate cosa sarebbe stato l’Iraq di Saddam Hussein con la bomba atomica; o la Siria di Assad: ecco perché gli ayatollah non potranno averla). Tuttavia è indubbio che la scomparsa di un nemico acerrimo renderà le frontiere dello Stato ebraico più sicure. Come lo saranno anche quelle del lontano Occidente, se solo chi ne fa parte avrà il coraggio di tirar fuori la testa dalla sabbia per rendersene conto. La morale di questa storia? Certe volte agire rischiando è molto meglio di attendere: gli ebrei lo hanno capito, tardi per salvarsi tutti: ma lo hanno capito.

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