Luiz Ignacio Lula

Lula e gli ebrei brasiliani, dal dialogo alla frattura: vent’anni di rapporti sempre più difficili

Mondo
di Anna Balestrieri
Dalle visite in Israele e dalle commemorazioni della Shoah allo scontro sulle operazioni militari a Gaza, il rapporto fra il presidente brasiliano e le istituzioni ebraiche si è progressivamente deteriorato. Ma la comunità ebraica del Brasile è tutt’altro che monolitica e il confronto con Israele affonda le radici ben prima dell’attuale crisi.
Luiz Inácio Lula da Silva è stato rieletto presidente del Brasile il 25 ottobre 2026, conquistando il 51,79% dei voti validi al ballottaggio contro Flávio Bolsonaro. Si tratta del suo quarto mandato presidenziale non consecutivo, dopo quelli del 2003-2010 e il ritorno alla guida del Paese nel 2023.
Per la comunità ebraica brasiliana, il risultato riporta al centro una relazione diventata sempre più controversa. Lula, che durante i primi mandati aveva coltivato rapporti istituzionali con le organizzazioni ebraiche e visitato Israele, negli ultimi anni si è scontrato ripetutamente con la principale rappresentanza comunitaria del Paese. Il nodo è soprattutto la sua posizione sulla guerra di Gaza, ma anche il linguaggio impiegato per descrivere le azioni israeliane e il suo invito agli ebrei brasiliani a prendere posizione contro il governo di Benjamin Netanyahu.
La storia, tuttavia, non è quella di un’ostilità immutabile. È piuttosto l’evoluzione di un rapporto nel quale si intrecciano diplomazia, memoria della Shoah, politica interna brasiliana e differenti sensibilità all’interno del mondo ebraico.

Dalla memoria della Shoah alla visita alla Knesset

Durante il primo mandato, Lula aveva coltivato rapporti con le istituzioni ebraiche brasiliane. Nel febbraio 2006 partecipò a una commemorazione della Shoah presso la Congregação Israelita Paulista, a San Paolo, in un incontro documentato dal World Jewish Congress. In quell’occasione richiamò l’importanza della memoria e della lotta contro antisemitismo, razzismo e intolleranza.
Il momento più significativo sul piano bilaterale arrivò nel marzo 2010, quando Lula divenne il primo presidente brasiliano in carica a visitare ufficialmente Israele. Nel suo discorso alla Knesset ricordò il contributo degli ebrei alla società brasiliana e auspicò il rafforzamento delle relazioni commerciali, scientifiche e culturali fra i due Paesi. Durante la visita rese omaggio alle vittime della Shoah a Yad Vashem e incontrò il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Quella stagione, però, non era priva di contraddizioni. Lula coltivava contemporaneamente rapporti con interlocutori mediorientali molto diversi e sosteneva il riconoscimento delle aspirazioni nazionali palestinesi. Nel 2010, il Brasile riconobbe ufficialmente uno Stato palestinese sulla base dei confini del 1967, prima di una serie di analoghe iniziative latinoamericane. La sua politica estera mirava ad accrescere il ruolo internazionale del Brasile e a promuovere una soluzione negoziata del conflitto.
Anche sul piano economico, le relazioni con Israele erano cresciute durante i governi del Partito dei lavoratori. La ricerca accademica sulla politica estera brasiliana di quegli anni evidenzia però che l’ambizione di svolgere un ruolo diplomatico autonomo produceva divergenze con Israele, soprattutto sulla questione palestinese e sui rapporti con l’Iran. Il deterioramento degli ultimi anni, quindi, non nasce dal nulla: si innesta su differenze politiche precedenti alla guerra iniziata nell’ottobre 2023.
«Lula riconosce il diritto all’esistenza di Israele, ma allo stesso tempo chiede che siano rispettate le risoluzioni e il diritto internazionale, compresa la creazione di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano», osserva Murilo Cambruzzi, esperto brasiliano di questioni ebraiche. È la sua interpretazione della linea del presidente, che secondo l’esperto va letta nel quadro di una tradizione diplomatica brasiliana favorevole alla ricerca di una soluzione politica.
Cambruzzi richiama anche il ruolo storico del Brasile alle Nazioni Unite. Nel 1947 il diplomatico brasiliano Osvaldo Aranha presiedette l’Assemblea generale durante la sessione che approvò la risoluzione 181 sulla partizione della Palestina. Il precedente testimonia il coinvolgimento storico del Brasile nella questione, senza implicare una continuità automatica fra le posizioni dei governi di epoche diverse.

 La rottura del 2024: il paragone con la Shoah

La frattura più grave si è verificata nel febbraio 2024. Durante un vertice dell’Unione africana in Etiopia, Lula paragonò la campagna militare israeliana a Gaza allo sterminio degli ebrei perpetrato dalla Germania nazista. Le sue parole provocarono una crisi diplomatica: il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz dichiarò il presidente brasiliano persona non grata fino a una ritrattazione, mentre Brasilia richiamò il proprio ambasciatore per consultazioni.
La reazione della Confederação Israelita do Brasil (CONIB), principale organizzazione rappresentativa dell’ebraismo brasiliano, fu durissima. La CONIB contestò il paragone con la Shoah e giudicò la posizione presidenziale estremamente sbilanciata contro Israele. Claudio Lottenberg, allora presidente dell’organizzazione, ricordò anche di aver visitato Yad Vashem insieme a Lula e si disse deluso dalle sue parole.
Il contrasto non si limitò alla memoria storica. Le tensioni si inserirono in un deterioramento più generale dei rapporti tra Brasilia e Gerusalemme, che negli anni successivi avrebbe coinvolto anche la rappresentanza diplomatica.
«Attualmente le relazioni fra i due governi non sono così amichevoli. L’anno scorso si sono scambiati dure dichiarazioni e Israele ha declassato il livello delle relazioni diplomatiche con il Brasile», osserva Cambruzzi. Il quadro diplomatico, tuttavia, non va confuso con una rottura formale delle relazioni tra i due Paesi: per descrivere con precisione lo status diplomatico occorre distinguere tra richiamo degli ambasciatori, mancato gradimento di una nomina e interruzione dei rapporti.

Gaza e il coinvolgimento diretto degli ebrei brasiliani

Nel settembre 2025 lo scontro assunse una dimensione ancora più esplicita. In un’intervista all’emittente SBT, Lula affermò che Israele non stava combattendo soltanto contro Hamas, ma stava commettendo un genocidio contro la popolazione palestinese. Invitò inoltre la comunità ebraica brasiliana a scrivere a Netanyahu per protestare contro la condotta israeliana a Gaza.
La risposta della CONIB, della Federação Israelita do Estado de São Paulo e di StandWithUs Brasil fu immediata. In una dichiarazione congiunta, le organizzazioni espressero «profonda preoccupazione» e accusarono il presidente di attaccare direttamente una comunità che è, per sua natura, pluralista e politicamente diversificata. La CONIB contestò soprattutto l’invito rivolto agli ebrei brasiliani a intervenire contro Netanyahu, interpretandolo come un tentativo di coinvolgere l’intera comunità nella controversia politica con Israele.

Una comunità numerosa e politicamente plurale

La comunità ebraica brasiliana è una delle più importanti dell’America Latina. Cambruzzi ne stima la consistenza intorno alle centomila persone e insiste sulla sua eterogeneità: «La comunità ebraica brasiliana è numerosa ed è molto diversificata». Al suo interno convivono orientamenti religiosi, culturali e politici differenti, dalle realtà più vicine alle istituzioni tradizionali a gruppi liberali e progressisti impegnati per la pace.
Per alcuni di questi ambienti, l’elezione di Lula ha rappresentato anche un’alternativa al precedente governo di Jair Bolsonaro e alle politiche della famiglia Bolsonaro. Ciò non significa necessariamente condividere le dichiarazioni del presidente su Israele o approvare la sua gestione della crisi di Gaza. Le priorità possono essere differenti: la difesa delle istituzioni democratiche brasiliane, il contrasto all’estrema destra, il sostegno a Israele oppure la ricerca di una soluzione negoziata al conflitto.
Il confronto con Bolsonaro aiuta a comprendere queste differenze. Il suo governo aveva sviluppato un rapporto particolarmente stretto con Israele e con settori del movimento evangelico brasiliano. Per una parte degli evangelici, il sostegno a Israele è legato anche a convinzioni teologiche relative al ritorno del Messia. Cambruzzi ritiene che l’appoggio di Bolsonaro rispondesse, almeno in parte, alle aspettative di questo elettorato e di esponenti politici vicini a tali ambienti.
La relazione tra evangelici e Israele merita un approfondimento autonomo, ma il confronto mostra come le posizioni dei governi brasiliani sul Medio Oriente siano state influenzate anche da dinamiche interne, non soltanto dalle relazioni diplomatiche.
Accanto alle istituzioni che hanno criticato duramente Lula esistono quindi ebrei brasiliani che attribuiscono maggiore importanza alle questioni politiche interne o che sostengono posizioni differenti sul conflitto. Non è possibile ricondurre questa pluralità a un’unica reazione comunitaria.

Il fattore libanese e le sensibilità del Brasile

Un altro elemento del contesto brasiliano è la presenza di una consistente popolazione di origine libanese e siriana, in parte cristiana e maronita, con legami familiari che attraversano il Medio Oriente. Le preoccupazioni per gli attacchi in Libano possono coinvolgere persone che non sostengono Hezbollah né il governo libanese, ma temono per la sicurezza dei propri parenti.
«Questo non significa che sostengano Hezbollah o il governo libanese, ma che abbiano paura per i loro cari», osserva Cambruzzi.
Il dato è rilevante perché aiuta a comprendere la complessità delle reazioni brasiliane alla guerra: le sensibilità non si distribuiscono semplicemente tra favorevoli a Israele e favorevoli ai palestinesi. Esperienze familiari, appartenenze religiose e orientamenti politici possono sovrapporsi in modi diversi.
Questo non elimina le responsabilità dei singoli attori né rende equivalenti tutte le posizioni sul conflitto. Mostra, piuttosto, perché la politica mediorientale abbia una risonanza particolare in una società caratterizzata da una forte pluralità culturale.

Il quarto mandato e le prospettive dei rapporti con Israele

La rielezione di Lula non risolve la frattura con le principali istituzioni ebraiche brasiliane. Il suo nuovo mandato si apre in una fase in cui le divergenze sulla guerra di Gaza hanno ormai assunto una dimensione diplomatica e comunitaria.
Per Cambruzzi, senza un cambiamento della politica israeliana verso una soluzione negoziata e passi concreti per la creazione di uno Stato palestinese, non è probabile una trasformazione significativa dei rapporti nel breve periodo. È una valutazione personale dell’esperto, non una previsione condivisa necessariamente da tutti gli osservatori.
La storia dei rapporti tra Lula e gli ebrei brasiliani, d’altra parte, non è quella di un’ostilità costante. Comprende visite ufficiali in Israele, commemorazioni della Shoah, cooperazione economica e tentativi di mediazione diplomatica, insieme a divergenze che precedono l’attuale conflitto. Il passaggio dalle differenze politiche allo scontro aperto è documentabile soprattutto nelle dichiarazioni del 2024 e del 2025.
La questione centrale per il nuovo mandato sarà capire se Lula riuscirà a distinguere più nettamente la critica al governo israeliano dal rapporto con i cittadini ebrei del Brasile, evitando di considerarli interlocutori responsabili delle scelte di Netanyahu. Per le istituzioni ebraiche resta, parallelamente, la sfida di contrastare l’antisemitismo e difendere la pluralità politica della comunità senza rinunciare al dibattito sulle politiche israeliane.
È su questo terreno, più che sulla sola contrapposizione tra Brasilia e Gerusalemme, che si misurerà l’evoluzione del rapporto tra il presidente e la comunità ebraica durante il suo quarto mandato.