di Nathan Greppi
Nel corso degli anni, diversi paesi autoritari hanno sfruttato i loro media statali multilingue per veicolare la loro propaganda anche in Occidente e influenzare le opinioni pubbliche: se il Qatar esercita un potente soft power soprattutto grazie alla sua tv di Stato Al Jazeera, la Russia ha fatto altrettanto con RT (Russia Today), finché l’Unione Europea non l’ha messa al bando. Mentre l’Iran ci ha provato con le emittenti Press TV e Hispan TV, con le quali in passato hanno collaborato politici europei di estrema sinistra come Jeremy Corbyn e Pablo Iglesias.
Tuttavia, vi è un paese del quale le tattiche di propaganda e soft power sono molto meno studiate: la Turchia, che veicola le proprie narrazioni in inglese e in altre lingue grazie ai suoi media statali, e in particolare l’agenzia di stampa Anadolu e l’emittente radiotelevisiva TRT.
Diffusione globale
Secondo un’analisi apparsa sul sito HonestReporting, nonostante l’agenzia sia di fatto sotto il controllo del governo turco guidato da Recep Tayyip Erdoğan, le foto e i video di Anadolu vengono regolarmente pubblicati sulle più importanti testate a livello mondiale. Questo perché ha stretto importanti partnership con alcune delle più importanti agenzie fotografiche e di stampa del pianeta, quali Getty Images, Reuters e AFP (Agence France-Presse). E anche in Italia, Anadolu ha stretto un accordo di collaborazione con l’ANSA nel settembre 2022.
Grazie a questi accordi, nel corso degli anni l’agenzia statale turca è stata in grado di influenzare la percezione sui media occidentali degli avvenimenti in Medio Oriente, e in particolare del conflitto tra Israele e Hamas.
Posizioni antisraeliane e filo-Hamas
A dispetto di questa presunta autorevolezza, Anadolu si è rivelata in più occasioni un megafono della politica estera di Erdoğan, ad esempio riprendendo in maniera totalmente acritica la narrazione di Hamas e puntando il dito unicamente contro Israele.
Per fare degli esempi, all’inizio di febbraio hanno ripreso un comunicato di Hamas che accusava Israele di “continue violazioni del cessate il fuoco a Gaza”. In realtà, secondo i dati di HonestReporting e del periodico americano Long War Journal, Hamas ha violato i termini del cessate il fuoco per ben 79 volte dal 13 ottobre 2025 all’11 gennaio 2026.
In altri articoli, usciti sul sito di Anadolu nel novembre 2025, Hamas viene definito “gruppo di resistenza palestinese”, e i suoi membri “combattenti della resistenza palestinese”.
Giornalisti antisemiti e filoterroristi
In passato, diversi giornalisti affiliati ad Anadolu si sono fatti notare per post ed esternazioni che esprimevano odio nei confronti non solo d’Israele, ma anche degli ebrei.
Nel novembre 2022, è emerso che Montaser Alsawaf, un giornalista e videomaker che viveva a Gaza (successivamente eliminato dall’IDF nel dicembre 2023), ha pubblicato sui suoi profili Facebook e Twitter dei post in cui esaltava le Brigate Ezzedin al-Qassam, l’ala militare di Hamas, poiché secondo avevano “liberato Gaza dagli ebrei e dai sostenitori degli ebrei”. Inoltre, durante l’Operazione Margine Protettivo del 2014 ha parlato di un “brutale e intenso scontro tra gli uomini della resistenza e l’effeminatezza degli ebrei invasori”.
Nonostante queste sue esternazioni siano state rese pubbliche prima ancora del 7 ottobre 2023, su Getty Images sono tuttora fruibili centinaia di video girati da Alsawaf. Un video che invece è stato rimosso da Getty Images è quello in cui Ramzi Adel, un altro inviato di Anadolu a Gaza (che risultava essere anche un dipendente della Mezzaluna Rossa), viene sentito parlare fuori campo il 7 ottobre 2023 mentre fa i complimenti ai terroristi entrati in territorio israeliano, dicendo che “neanche uno di quei cani ebrei è qui”.
Il 7 ottobre 2023, due reporter di Anadolu di stanza a Gaza, Hani Alshaer e Abed Rahim Khatib, sono entrati in Israele assieme ai terroristi di Hamas. E un altro giornalista di Gaza che ha lavorato per Anadolu, Ali Jadallah, appartiene a una famiglia nota per i suoi legami con Hamas. Jadallah ha persino ricevuto gli elogi di Erdoğan in persona, in quanto le sue fotografie scattate a Gaza sono state utilizzate come prove nella causa intentata dal Sudafrica contro Israele all’Aja.
Ad esprimere posizioni aggressive non sono solo i loro inviati a Gaza, ma anche i corrispondenti da Gerusalemme: uno di questi, Esat Firat, nell’ottobre 2019 ha rilasciato un’intervista alla rivista turca Baran, con una linea editoriale antioccidentale e vicina all’islamismo radicale, in cui ha dichiarato che “è tempo di prendere l’iniziativa contro Israele”.
Distorsione della realtà
Anche prima del 7 ottobre, Anadolu ha più volte pubblicato resoconti distorti dei fatti in Israele e nei territori palestinesi. Nel novembre 2014, ad esempio, ha pubblicato su Twitter due foto di una scena del crimine con scritto “Palestinese ucciso dalla polizia israeliana”. Non vi era alcun accenno al fatto che il palestinese in questione, Ibrahim al-Akari, era un terrorista che prima di essere eliminato aveva investito con il suo furgone delle persone a Gerusalemme, uccidendo un agente della polizia di frontiera e provocando almeno 12 feriti, tra agenti e semplici civili.
Dopo lo scoppio dell’ultima guerra, la disinformazione si è fatta ancora più subdola: nell’agosto 2025, due inchieste dei giornali tedeschi Süddeutsche Zeitung e Bild hanno rivelato che molte delle fotografie di gazawi in fila per gli aiuti alimentari erano state falsificate o manipolate. Tra le foto manipolatorie citate dalla Bild, ne figuravano diverse realizzate da un fotoreporter di Anadolu.
Negazionismo del genocidio armeno
Se da un lato ha più volte accusato Israele di commettere un genocidio a Gaza, dall’altro lato Anadolu ha in diverse occasioni prestato il fianco al negazionismo del genocidio degli armeni, perpetrato dai turchi durante la Prima Guerra Mondiale. Nel gennaio 2021, hanno contestato il parlamento francese per aver riconosciuto come genocidio quello avvenuto nei confronti degli armeni. E nell’aprile dello stesso anno, hanno riportato le tesi dello storico russo Oleg Kuznetsov, il quale ha dichiarato che “le pretese sul cosiddetto genocidio armeno non sono altro che finzione”.
Non solo Anadolu
In Turchia, non è solo Anadolu a fare da megafono a narrazioni distorte. Secondo uno studio del JPPI (Jewish People Policy Institute), i giornali filogovernativi turchi Hürriyet e Sabah hanno ripetutamente veicolato discorsi antisraeliani, filo-Hamas e talvolta persino antisemiti. Analizzando 15.000 editoriali pubblicati sui due giornali, è emerso che circa il 40% di quelli che menzionavano gli ebrei e l’ebraismo contenevano un linguaggio antisemita.
Per fare un esempio, un articolo apparso su Hürriyet appena due settimane dopo il 7 ottobre sosteneva che il capitale ebraico globale e il controllo ebraico sui media e sulle istituzioni internazionali fossero riusciti a mettere in ginocchio gli Stati Uniti e l’Europa per permettere a Israele di compiere un genocidio a Gaza.
In generale, il 70% degli editoriali dimostrava un atteggiamento fortemente negativo nei confronti d’Israele, il 16% negativo, il 5% parzialmente negativo e il restante 9% neutrale. Nessun editoriale su due dei quotidiani più letti in Turchia aveva un approccio positivo verso lo Stato Ebraico, nemmeno in minima parte.
Per quanto riguarda invece la narrazione sui fatti del 7 ottobre, lo studio del JPPI ha mostrato che complessivamente il 34% degli editoriali su Hürriyet e Sabah ha un atteggiamento positivo sui massacri e i rapimenti compiuti da Hamas, il 57% neutrale e solo il 9% negativo. Sul Sabah, esattamente il giorno dopo il 7 ottobre è uscito un editoriale in cui venivano elogiati i terroristi di Hamas, definiti “combattenti della resistenza” per aver condotto un “mitico” attacco contro “il regime occupante sionista”.
Attacchi contro i turchi filoisraeliani
Secondo un sondaggio condotto nella primavera 2025 dal Pew Research Center, il 93% dei turchi aveva un’opinione negativa d’Israele, solo il 4% ne aveva un’opinione positiva e il resto non prendeva posizione.
Quei pochi turchi che non odiano Israele spesso subiscono minacce di morte, o addirittura ripercussioni legali. Lo sa bene Turku Avci, una studentessa turca che ha frequentato l’Università Ebraica di Gerusalemme. Per essersi dichiarata sionista in un video su Instagram, ha ricevuto numerose minacce, al punto che persino dei giornalisti dell’emittente statale turca TRT hanno iniziato a far girare in rete le foto dei suoi genitori e altre informazioni sensibili per rintracciarli. Infine, la stessa Avci ha raccontato al Jerusalem Post che le autorità turche hanno anche emesso un mandato di arresto nei suoi confronti.
In un editoriale pubblicato nel gennaio 2025 sul Times of Israel, la Avci ha spiegato come i media turchi hanno raccontato la liberazione di quattro israeliane rapite il 7 ottobre: “Queste quattro donne israeliane erano state sottoposte a torture sia fisiche che psicologiche da parte di Hamas per 477 giorni, costrette a parlare arabo e a comparire in video di propaganda — una tragedia umana innegabile. Eppure, ciò che ho visto e sentito (sui media turchi) ha completamente ignorato il trauma subito da queste donne e il trattamento disumano di Hamas verso gli ostaggi, presentando invece l’evento come una storia di ‘vittoria’”.
La studentessa turca ha aggiunto nell’editoriale: “Provo veramente pena per la mia gente che è soggetta a tali manipolazioni. In un paese dove i femminicidi aumentano ogni giorno e i diritti delle donne sono costantemente messi in discussione, legittimare la prigionia di quattro donne innocenti o diffondere la percezione che ‘Hamas si sia preso cura di loro’ rivela chiaramente le contraddizioni e l’erosione della coscienza della società”.



