di Nina Deutsch
Maxi cartellone contro Mojtaba Khamenei nel cuore di New York. Tra propaganda, misteri sulla sua sorte e minacce di vendetta, lo scontro tra i due Paesi si gioca anche sul terreno delle immagini.
A Times Square, nel cuore luminoso e iperbolico di New York, la geopolitica ha preso la forma più contemporanea possibile: un cartellone pubblicitario.
Come riporta JNS (Jewish News Syndicate), nel weekend è apparso un maxi billboard con il volto del nuovo leader supremo iraniano Mojtaba Khamenei e uno slogan che non lascia spazio a sfumature: «Nuova generazione, stesso regime del terrore». Sotto, una formula da aggiornamento software: «Khamenei 2.0». E, a chiudere, la sentenza: «Sempre malvagio».
Dietro l’operazione c’è il Ministero degli Esteri israeliano, che ha trasformato uno degli spazi pubblicitari più iconici del mondo in un megafono politico globale. Il messaggio, spiegano da Tel Aviv, è semplice: cambiano i volti, non cambia la sostanza. Il figlio raccoglie l’eredità del padre, Ali Khamenei, ucciso a fine febbraio in un attacco congiunto USA-Israele che ha scosso gli equilibri della regione.
La guerra delle immagini (e dei simboli)
Non è la prima volta che Times Square diventa teatro di propaganda internazionale, ma qui il salto è evidente: non più solo soft power, bensì una comunicazione diretta, senza mezzi termini. Una specie di “manifesto digitale” della nuova fase del conflitto.
E in effetti, il contesto è incandescente. Lo stesso Mojtaba Khamenei, nel suo primo messaggio scritto, ha promesso vendetta per «il sangue dei martiri» e ha rilanciato l’asse anti-israeliano, ringraziando apertamente gruppi come Hezbollah e Hamas. Un linguaggio che lascia intendere un’escalation, più che una transizione.
Il leader fantasma
Ma c’è un elemento che rende questa storia ancora più surreale: nessuno ha davvero visto il nuovo leader. Manifesti a parte.
Come riportano fonti internazionali, tra cui Reuters, il presidente americano Donald Trump ha ammesso apertamente: «Non sappiamo nemmeno se sia vivo».
Una frase che, detta così, sembra uscita da un thriller politico – ma è realtà. Dopo il raid che ha ucciso suo padre, Mojtaba sarebbe rimasto ferito e da allora non è mai apparso in pubblico. Secondo indiscrezioni, tra cui il New York Post, sarebbe sopravvissuto per puro caso, uscendo dal compound pochi istanti prima dell’impatto dei missili. Nel frattempo, in Iran compaiono manifesti giganteschi con il suo volto, mentre nelle strade si alternano manifestazioni di sostegno e segnali di malcontento. (Wall Street Journal).
Il paradosso è evidente: un leader onnipresente nei cartelloni, tra condanne e celebrazioni, ma assente nella realtà.
“Khamenei 2.0”: propaganda contro propaganda
Il cartellone di Times Square non nasce nel vuoto. È la risposta speculare a una lunga tradizione iraniana di propaganda visiva. Basti pensare al celebre “conto alla rovescia” anti-Israele installato a Teheran, un’installazione provocatoria nota come “orologio della distruzione”, simbolo di una retorica che da anni alimenta lo scontro.
In questo senso, il billboard israeliano è più di una provocazione: è un contrattacco narrativo. Se Teheran costruisce miti, Israele li smonta in diretta mondiale.
Il significato politico (e mediatico)
Quel cartellone, in fondo, dice molto più di quanto sembri. Non è solo un attacco personale. È un messaggio triplo: all’Iran, per delegittimare il nuovo leader; all’opinione pubblica globale, per orientare la narrazione; agli alleati, per ribadire che il conflitto è tutt’altro che finito. E soprattutto, segna un passaggio epocale: la guerra non si combatte più solo con missili e droni, ma anche con immagini, slogan, percezioni. Times Square, per una notte, non è stata solo una piazza. È diventata un fronte.



